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Svin – Missionær

2016 - PonyRec
avantgarde / rock / atmospheric jazz

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Tracklist

01. Dødskontainer
02. Færgen Ellen
03. V
04. Jasper
05. Kirkeorgelsafrikaner
06. Stella


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I danesi Svin sono un progetto artistico molto interessante che sento di consigliare caldamente a chi ammira da sempre e con ardore i brividi straripanti di energia composta a cui il filone di tutti i grandi artisti nordici ci hanno piacevolmente abituato, a partire da Sigur Rós ai Jaga Jazzist. Con all’attivo 3 buoni album pieni di ispirazione a tratti drone, a tratti psichedelica, in quest’ultimo qualcosa cambia, la determinazione soprattutto è spiazzante come l’audacia nel comporre ed assemblare certe combinazioni che solo da Copenaghen in su possono concepire, probabilmente.

Missionær è stato registrato nei boschi attorno a Reykjavik, nel leggendario Studio Sundlaugin (di proprietà dei Sigur Rós) e proprio questo naturale contorno ha potuto ispirare i nostri a creare qualcosa di personalissimo in sintonia con crepitii e acque che scorrono, vento ruggente e calma soleggiata, elaborando ritmiche frenetiche o soavi, eclatanti o evocative donate da tutto quel che di piccolo ma così tanto grande avevano intorno.

Le tracce sono 6 per 6 incredibili viaggi di varia forma e colore, tutte molto diverse, piene di particolari, ma fuse insieme da una ricerca dello strumento non troppo eccessiva ma essenziale, partendo dai barriti ansiosi di sassofono nell’apertura con “Dødskontainer”, è un lupo che inseguiamo curiosi nella sua fredda tana fatta di buio e neve disciolta ma che al suo termine si staglia nelle visioni epiche di verdi vallate in “Færgen Ellen” dove il sassofono qui vuol farsi amico di certe melodie più allegre come le codine tonde delle lepri che saltellano nella radura. “V” è bellissima, con il suo desolante giro di chitarra in un insieme elegantissimo e fresco come una foresta di fieri pini maestosi. L’inizio di “Kirkeorgelsafrikaner” è così struggente! Ti chiedi di quale tragedia possa esser la colonna sonora portante, l’organo che come un vassoio serve ottoni affranti che lasciano spazio per mille splendide variazioni che si susseguono e si addentrano una nell’altra, tra chitarre e ritmiche danzerecce che restituiscono aria e candore, per poi terminare con “Stella”, il pezzo più riflessivo, vellutato e che finalmente dona pace al bosco, coi suoi raggi caldi a tramutar la brina in rugiada, a scaldarci le mani ed il viso che finalmente si fa sereno.


Li ho amati da subito per la loro varietà sonora e per questo modo un po’ oscuro di spiazzare l’ascoltatore donandogli, alla fine, un calore diffuso che possiamo plasmare e tenere con noi, da far diventare Missionær, uno dei miei album preferiti di questo passato 2016.

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