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Amerigo Verardi – Hippie Dixit

2016 - Prisoner Records
psych rock

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Tracklist

  1. L’Uomo di Tangeri
  2. Terre Promesse
  3. Pietre al Collo
  4. Due Sicilie
  5. Cisternino Bhole Baba Dhuni
  6. A Piedi Nudi
  7. Brindisi (Ai Terminali della Via Appia)
  8. Viaggio di Paolo
  9. Korinthos
  10. Chiarezza
  11. Verità
  12. Innocenza
  13. Le Cose Non Girano Più
  14. A Me Non Basta

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Amerigo Verardi è una delle tante mine vaganti che si muovono nella scena indipendente italiana da molti anni ormai, una di quelle che anche se non ti accorgi della loro presenza c’è eccome. Trent’anni dedicati alla musica tra collaborazioni e discografia propria percorsi attraverso vie che non prevedono compromessi, quelle percorribili in sordina e che creano nicchie di giovani ammaliati da note che non passano per la radio. Viene fuori Hippie Dixit proprio in seguito a queste tappe, in seguito a quello che ogni grande artista semina negli anni e che, con grande soddisfazione, a un certo punto può permettersi di raccogliere.

Adesso abbiamo di fronte un disco, doppio, che reinterpreta il concetto di psichedelia e di sperimentazione rispetto a come veniva inteso dal duo inscindibile Verardi/Ancona e che si avvale di una strumentazione che crea atmosfere atipiche e piacevolissime e che fanno si che il lavoro, nella sua complessità, eccella come è giusto che sia per ogni progetto ambizioso.

Il benvenuto al disco è dato da L’Uomo di Tangeri, brano lungo quasi un quarto d’ora, ammaliante e reso elegante dai suoni caratteristici della città menzionata nel titolo e del quale colpisce il testo in cui viene descritta con minuzia una scena di pericolosità (“e non volevo ammetterlo neanche sotto tortura, chi mi insegue e chi mi vuole finire è qui davanti a me. Adesso lo so: sono spacciato”).  Chitarra elettrica, percussioni e tastiere aprono invece Brindisi (ai terminali della via Appia), un brano descrittivo del punto di vista di Verardi a proposito della città in questione, una visuale che fa si che chi ascolta possa avere idea di quali siano le ragioni per cui un brindisino può vivere ma non apprezzare la città a cui da sempre appartiene per motivi a lui estranei (“l’indolenza, la comunione, cristiani che si mangiano la città, quasi facile come radersi un po’ di schiuma dai polmoni, malati di potere i politici lanciano nuove forme di violenza, dalle colonne fanno un brindisi ai terminali della Via Appia. Che bella fotografia: la scalinata verso l’aldilà”).

Della seconda parte del disco colpisce, tra le varie, Chiarezza, quasi tre minuti d’introduzione in salsa space-rock prima che la voce del cantautore cominci ad intonare i versi del brano che vertono su tematiche finora non affrontate, al limite tra religione e religiosità; anche qui si può degustare un cantautorato sopraffino e sinuoso, quello a cui la tradizione ci ha abituato.

È un disco che nell’insieme ci insegna a viaggiare, senz’altro la morale di ognuno dei brani è quella di approcciarci a quello che può fare paura ma che in realtà è fonte di esperienza, di bellezza, di coraggio. Si passa con un salto elastico da un ambiente all’altro con facilità, con una destrezza tale che solo un cantautore abile come quello preso in esame può fare. Mi rendo conto che è un concetto ribadito più volte finora ma è bene tenere a mente una cosa, che la musica è grande se a farla è un grande musicista. E i risultati sono inequivocabilmente questi.

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