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Pietre miliari

20.01.1997 – 20 anni di Homework dei Daft Punk: Human Before Robots

Daft Punk

Esistono brani che hanno segnato un periodo in maniera talmente netta, da fare parte del bagaglio musicale di chiunque in quel momento, avesse raggiunto un’età tale da potersene ricordare negli anni successivi. Stabiliamo, per convenzione, dai sei anni in su. Chiamatele hit se vi va, quando tale termine significava milioni di copie vendute e alta rotazione nei palinsesti radiotelevisivi per mesi. O, se preferite, “punti di svolta”, nel senso che difficilmente chi abbia iniziato a interessarsi di musica dopo la loro uscita, abbia potuto prescindere dalla loro esistenza. Ora, che voi siate truci metallari con la maglietta degli Slayer anche ai matrimoni, o effimeri gigioni con gli occhiali da sole 24.7, poco importa. Ma credo sia abbastanza ragionevole affermare che, quale che fosse il vostro retaggio socio-culturale, a prescindere dai vostri gusti di allora e di oggi, se rientravate nella fascia di età circoscritta poc’anzi nel 1997, i nomi Daft Punk e “Around The World” vi dicano qualcosa.

https://www.youtube.com/watch?v=k5dqPiLy4uY

Ancora di più, potrebbero dirvi la voce robotica che ripete ossessivamente le tre parole che compongono il titolo e la linea di basso mutuata da “Good Times” dei mai veramente dimenticati Chic, fondamentale nella composizione di quel groove tanto minimale quanto irresistibile. Per non parlare di quelle poche note di synth, a cui a un certo punto si fa raggiungere l’apoteosi facendole risuonare al di sopra dell’hook, coi pattern ritmici ridotti al minimo. Come dimenticare poi quel video, in cui in una stanza circolare cinque gruppi di ballerini da quattro ciascuno, ripetevano gli stessi movimenti avanzando lungo l’angusto perimetro. Ogni gruppo con un costume ben riconoscibile, la cui suddivisione, è noto stesse a simboleggiare l’impiego dei cinque strumenti della composizione. Recante una firma allora già celebre: quella di Michel Gondry.

Il fortunato singolo usciva a Marzo, per divenire una di quelle hit planetarie a cui si accennava in apertura. Il disco che la ospitava, “Homework”, era invece reperibile già dal mese di Gennaio di quell’anno. Le ragioni del suo successo però, vanno ricercate in un lungo processo creativo, iniziato almeno tre anni prima. Il duo di dj e producer francesi, tutt’ora formato da Guy-Manuel de Homem- Christo e Thomas Bangalter, approdò ai generi orientati ai dancefloor, in particolare all’house e alla techno, nel 1993, dopo trascorsi di vario genere. Ex chitarrista di uno sfortunato gruppo rock il primo, figlio d’arte il secondo. E nello specifico, di un produttore di musica pop e da discoteca molto noto in Francia e Canada, Daniel Vangard, cosa che negli anni gli varrà la scomoda etichetta di “raccomandato dal padre”. Ad ogni modo, aldilà delle polemiche, non riconoscere le felici intuizioni avute dai due durante la lavorazione del loro primo LP, significa volere negare l’evidente.

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Il primo passo verso il successo, va ricercato in un oscuro e oggi ricercatissimo singolo licenziato tre anni prima. Programmatico fin dal titolo, “The New Wave”, pur mantenendo chiari legami con l’ingombrante eredità costituita dalla techno berlinese, a sua volta indissolubilmente legata alla scena di Detroit, presentava già alcuni elementi di rottura destinati a divenire marchio di fabbrica per la coppia. Innanzitutto, l’interruzione dei loop prima che diventino esasperanti, con conseguente introduzione di nuovi suoni che modificano l’andamento della traccia. In secondo luogo, un numero di bpm tutto sommato contenuti, in modo da rendere il ritmo più coinvolgente e meno martellante. A finire sul disco d’esordio tre anni dopo, sarà comunque il lato B “Alive”, mix finale della traccia, in una versione opportunamente ri-editata in uno studio professionale, seppur non troppo dissimile dall’originale.

Il vero salto di qualità, avverrà l’anno dopo con il singolo “Da Funk”. E anche questa volta, fin dal titolo la si dice lunga: costruita attorno a una chitarra acidissima che solca un semplice beat in quattro quarti, lasciata sia intera che sezionata e manipolata in vari modi. Il richiamo alle origini nere dell’elettronica ballabile, diviene così lampante. E il ritorno alla ricerca di un groove pieno e corposo, pur rimanendo nei canoni del minimalismo, diverrà lezione importante per molti. A partire dai “cugini” d’oltremanica Chemical Brothers, che contribuiranno non poco al successo della traccia inserendola nei loro set in giro per il mondo, in supporto al loro primo full lenght “Exit Planet Dust”. Complice anche stavolta l’ottimo B-side “Rollin’ and Scratchin’”, di stampo più prettamente techno, la release diventerà piano piano molto popolare non solo in Francia, ma in tutta Europa. Tanto da spingere numerose ed importanti etichette a muovere offerte contrattuali alla coppia. Complici e i consigli e le conoscenze del padre di Thomas, sarà la Virgin, sul finire del 1996, a spuntarla.

Come la definizione “house music” e il titolo dell’album suggeriscono, la gran parte del lavoro è incentrata su produzioni concepite e realizzate nello studio casalingo di Bangalter. Solo poche settimane prima dell’uscita del disco, il tutto verrà adeguato agli elevati standard sonori di una major. Sebbene, come spesso dichiarato dagli autori, l’intenzione non fosse quella di realizzare un lavoro organico, quanto una serie di singoli, la coesione e i trait d’union tra le singole tracce, appaiono evidenti anche ad un ascolto distratto. Non è difficile infatti riscontrare tracce di quella che potremmo definire “formula Around the World” nella traccia d’apertura “Daftendirekt”. Anch’essa incentrata sulla ripetizione ossessiva di una sola frase, a momenti alterni protagonista in primo piano e comprimaria filtrata, mentre va via via concretizzandosi la costruzione di un funky/house accativante, cui si aggiungono sempre più elementi tra pattern ritmici e note di synth.

Dopo un breve interludio, il lavoro entra nel vivo con “Revolution 909”, esplicito omaggio alla drum machine di casa Roland, particolarmente amata dai Daft Punk, e di cui faranno sempre ampio utilizzo. E anche qui, il modus operandi che li renderà celebri, si rivela in tutta la sua efficacia. Il loop di sample e drum, viene introdotto in crescendo per essere poi riproposto dritto e intero inframmezzato da una sola nota suonata. Salvo essere interrotto e rilanciato a più riprese, o filtrandone l’insieme o isolando la sezione ritmica dal resto. Quanto al mix di voci e sirene udibili in apertura, vanno interpretate come una presa di posizione dei due nei confronti del governo francese, in quel periodo particolarmente severo e intollerante nei confronti dei rave party, che costituirono ottimo terreno di coltura e banco di prova per la loro musica.

Più indietro nel tempo e nello spazio sembra invece guardare “Phoenix”. Sembra, perché l’asettica ripetitività del primo minuto viene spazzata via da un campione estrapolato da chissà quale vecchia incisione, modificato al punto tale da rendere pressoché impossibile risalire all’originale. Completano l’opera un basso tipicamente house e un’armonizzazione vocale (resa?) molto profonda e anch’essa proveniente da chissà dove.

Giusta contrapposizione al brano che la precede in scaletta è invece “Fresh”, considerabile primo embrione di quello che sarebbe stato il sound di “Discovery”, che quattro anni dopo consacrerà definitivamente i pionieri del più tardi definito “french touch”, come uno degli act di musica elettronica più celebri di sempre. Il rumore del mare fa da sottofondo a una chitarra a dir poco brillante, una sezione ritmica questa volta meno centrale, viene sottoposta al solito gioco di entrata e uscita, i suoni si fanno più delicati ed eterei.

Come in tutti i dischi considerabili pietre miliari, è comunque assai difficile incappare in momenti considerabili fini a se stessi. “Teachers”, electro funk rotondo e corposo, solcato dalle voci pitchate dei due, che vanno a stilare un elenco degli artisti che più li hanno influenzati; “High Fidelity” , ottimo patchwork degli stili e delle influenze cardini del disco, che decolla verso la metà con l’interplay tra un campione vocale e uno di sax; “Rock ’n Roll”, il cui ritmo richiama inizialmente la musica degli anni ’50, per venire poi solcato da una chitarra distorta e graffiante al limite del fastidioso. Caratteristica peculiare anche della successiva “Oh Yeah”, che vede la collaborazione di altre due importanti personalità della dance parigina di allora, DJ Deelat e DJ Crabbe.

Si giunge così alla potentissima “Burnin’”. Nella quale il duo decide di rendere lampante che, sebbene l’obiettivo dell’album siano le posizioni alte delle chart, non rinnega affatto le proprie radici di raver, combinandole col gusto funk presente in tutto il disco. Quasi sette minuti di acid house e bassoni rischiano di essere troppi per non annoiare. Ma il gruppo fuga il pericolo ricorrendo alla solita intelligente alternanza nella sequenza, giocata su piano-forte e invadente-accennato, interruzione repentina e ripresa a tutto andare.

Non si può poi sorvolare sull’electro funk d’alta classe di “Indo Silver Club”, le cui origini parrebbero risalire ad alcuni bootleg diffusisi prima dell’approdo alla celebrità, e segnata da quello che è probabilmente il synth bass più arrogante dell’intero lavoro. Chiusura affidata alla già citata “Alive”, destinata a divenire uno dei cavalli di battaglia nei set dal vivo, e a un breve interludio chiamato “Funk Ad”, semplice estratto riversato di “Da Funk”.

Più dei milioni di copie vendute, per la precisione 2 di lì al 2001, per non parlare delle cifre da capogiro raggiunte dai singoli e della conseguente incetta di premi e riconoscimenti, è significativo l’impatto che “Homework” ebbe sulla scena dance innanzitutto europea, ma ad oggi si può affermare tranquillamente abbia fatto proseliti ovunque. Chiave di volta di un genere da lì a poco riconosciuto come “french house”, riportando all’attenzione del grande pubblico i groove tanto cari ai complessi neri funk e disco di due, in alcuni casi anche tre, decadi prima, i Daft Punk gettarono i semi per far sì che la ricerca dei producer, in particolare quelli di house, non si risolvesse nella sola formula “cassa dritta e via andare”. Non furono certamente i soli a lavorare in quella direzione: già da alcuni anni, artisti come i conterranei Cassius, per non parlare di alcuni degli originatori della scena americana come Frankie Knuckles, stavano riscoprendo le radici funky dell’house e della techno, cercando di renderne le trame meno fredde e sintetiche. Rimane comunque assai difficile immaginare che sarebbe stato di alcuni dei più brillanti progetti elettronici venuti dopo, uno su tutti quello dei concittadini Justice, senza l’avvento di questo album. Il quale rimane, aldilà di ogni ragionevole riserva che si può nutrire nei suoi confronti, un esempio splendido di come spregiudicatezza, intelligenza e buon gusto, segnino nettamente la differenza tra un buon prodotto e un album fondamentale per il proprio genere. Semplice ed efficace, inequivocabilmente elettronico e decisamente pop.

Le etichette musicali, si sa, lasciano il tempo che trovano. Dischi come questo invece, si possono tranquillamente rispolverare a un ventennio di distanza, per trovarne immutati brillantezza e spessore. E naturalmente, ballare come se non ci fosse un domani e nessuno ci stesse guardando.

Daft Punk

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