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John Garcia – The Coyote Who Spoke In Tongues

2017 - Napalm Records
stoner / acoustic

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Tracklist

1. Kylie
2. Green Machine
3. Give Me 250ml
4. The Hollingsworth Session
5. Space Cadet
6. Gardenia
7. El Rodeo
8. Argleben II
9. Court Order


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Secondo album per il John Garcia solista, ex frontman dei leggendari Kyuss, nonché di ottimi act stoner come Slo Burn, Unida ed Hermano, porta ai suoi ascoltatori un album-gioiello completamente acustico e molto emozionante, un progetto unplugged nel quale rivisita i più bei pezzi della storica band di Palm Desert ed alcuni inediti, insieme al chitarrista Ehren Groban (Waxy), al bassista Mike Pygmie (Mondo Generator) e al percussionista Greg Saez (Suicidal Tendecies, Infectious Grooves, The Dwarves).

Registrato e mixato da Steve Feldman (Unida, Hermano, Ian Atsbury, Earth Crisis) e Robbie Waldman, masterizzato da Gene “The Machine” Grimaldi agli Oasis Mastering in California, John sembrava avesse un bisogno incontenibile di dover realizzare un’avventura di questo tipo, già comunque testata nei live di qualche tempo fa, ricevendo numerosi consensi: ha ritrovato una dimensione aderente e perfetta, quella acustica, che esalta in modo incredibile la sua grande voce, Garcia sembra quasi rinato. Egli stesso commenta: “Questo disco è uno dei più importanti della mia carriera, difficile e impegnativo da fare, ma vale ogni minuto di sudore!” ed ora possiamo dire che è dannatamente vero.

È incredibile constatare come l’impronta stoner sia così presente anche in versione acustica, brani come “El Rodeo” rimangono dei gran tuffi nel deserto, innalzati dall’immensa voce di Garcia che di fatto è già di per sé un’icona stoner che viene esaltata al 1000% dal grande lavoro di arrangiamento fatto dai musicisti, curatissimo, professionale e impeccabile in ogni sfumatura. “Gardenia” acustica rinasce delicatissima, esaltando la forte sensualità del pezzo originale con la chitarra tramutata in una pioggia di petali danzanti, lasciandosi andare ad un finale stupendamente western, mente “Green Machine” e “Space Cadet” sono d’impatto blues, Garcia qui si ammorbidisce, le chitarre scorrono stratificate ed è strabiliante sentire come tutta l’energia di questi pezzi che conosciamo a menadito, prende una forma nuova e fresca.

Anche i nuovi brani sono memorabili: “Give Me 250ml” ti rimane nelle vene dopo averlo ascoltato, è esaltante con la sua combo voce-chitarra di una sintonia e intensità compositiva da lasciare senza fiato e più l’ascolti, più aumenta questa sensazione; “The Hollingsworth Session”  e “Argleben II” sono le più intellettuali a mio parere, avvolte in desert session raffinate e malinconiche, con identità cucite nei minimi dettagli. L’album si chiude con la sognante e decisa ”Court Order”, 3 minuti e 33 di pura gloria chitarristica ed innata bravura, un momento davvero toccante.

La sensazione particolare che provo ascoltando l’album e che oltretutto trovo molto positiva, è che non ho davvero la minima curiosità di voler sentire questi inediti in versione elettrica, sono talmente appaganti nella loro veste nativa che spero vengano mantenuti tali nel tempo.

Se forse il primo album omonimo non aveva convinto al 100%, “The Coyote Who Spoke in Tongues” è invece un eccellente lavoro artistico e musicale che ha ridato un fuoco altissimo alla voce di John Garcia, bella come non mai, tra le più belle del panorama musicale di tutti i tempi.

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