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Uniform, Owls Are Not, Anarchist Republic Of Bzzz, Youth Code: Viaggio al termine della notte #28

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“La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”

Questa è una delle frasi più celebri del romanzo Viaggio al termine della notte, scritto da Louis-Ferdinand Céline nel 1932.
A volte, non è solo la vita a perdersi in qualche frammento della notte, ma anche la musica. Con l’avanzamento dell’era tecnologica, la quantità di uscite musicali è aumentata notevolmente, portando tutti i vantaggi e svantaggi del caso. Uno dei principali svantaggi è proprio quello di perdere tante piccole perle musicali nella notte della rete. Viaggio Al Termine Della Notte è quindi una riscoperta di tutto quello che nei giorni o mesi passati, non ha trovato spazio tra le pagine di Impatto Sonoro e che vi viene proposto come il biglietto per un lungo viaggio musicale. 

UNIFORM – WAKE IN FRIGHT
(Sacred Bones, 2017)

Da troppi anni, circa dal terzo disco dei Rammstein in poi, l’industrial metal ha subìto un processo di normalizzazione e spirale discendente verso l’innocuo senza pari, complice anche la mutazione da mostri spaventosi a metallari della domenica dei Ministry, che tanto ho amato, quanto non sopporto ora. Premessa soggettiva (ma anche no) quanto dovuta per introdurre gli Uniform che, invece, se ne vanno da tutt’altra parte, riportando il terrore, il fastidio, il rumore ed il disastro, la violenza e una dose indecorosa di odio e ferocia che ha costituito la base per tutto il movimento post-industriale che, grazie anche ai NIN, ha scoperto l’esistenza di un nuovo modo di disturbare l’ascoltatore. Dopo un primo album che già dimostrava un’attitudine sporca e virulenta senza mai spostarsi di troppo dalle basi electro-genetiche del genere il duo newyokese composto da Ben Greenberg (ex-The Men) e Michael Berdan (ex-Drunkdriver) torna a due anni di distanza con il nuovo “Wake In Fright”. Del caos contenuto dell’esordio non c’è più nulla, se non un’eco lontana sepolta dall’uso sconsiderato di clipping e distorsioni folli. Il suono di una città che si disgrega sotto gli occhi attoniti dei suoi abitanti, tra ferali assalti di rimando ad una creatura ibrida tra primi Swans, dei quali conservano ansia ed urgenza, e propulsioni marcescenti figlie dello Jourgensen che fu gli Uniform piazzano otto nailbomb elettriche spaventose. Le grida disumane di Berdan, ora mostro sotterraneo, ora psicotico a piede libero a seminar paura per i block di NY mentre i glitch furiosi e le chitarre di Greenberg inchiodano le orecchie allo stereo giusto per renderci sordi, tra mattonate cubiche figlie del noise rock più marcio della Amphetamine Reptile e missili Slayer/hardcore impietosi e pieni zeppi di psicosi alterate da basi di puro industrial delle origini con tanto di fughe new wave mortali fanno di questo disco un nuovo punto di partenza di un verbo da troppo diventato futile. Un chiodo in piena fronte.

 

 OWLS ARE NOT – ISNOT
(Atypeek Music, 2016)

Cosa cazzo sto ascoltando? Non ne ho la minima, dannata idea. I polacchi Owls Are Not (che, con tutte le probabilità del caso, prendono il proprio nome da Twin Peaks e del famoso telefilm di Lynch mantengono l’assurdità di fondo) sono, evidentemente, fuori di testa. “isnot” è un album malato oltre i limiti umani. Il bello è che, a differenza dell’enorme quantità di cazzate drone e noise che si sentono in giro da almeno 10 anni a questa parte, la follia è qui convogliata attraverso un impianto musicale di alto, se non altissimo livello. Un indegno, e splendido, maelstrom di influenze psicotiche che non intaccano minimamente l’originalità del progetto si fondono fino a formare qualcosa di pregio inestimabile. Una dose elevatissima di garage uk e techno brutale si avviluppano ad un sentore post-hc figlio di Nomeansno e The Ex arricchiti da samples che si incuneano nello “slot” in cui dovrebbe esserci una possibile parte vocale, e suoni “rubati” da chissà dove cazzo, in un delirio che dal turntablism di Dj Shadow, Mix Master Mike e Dj Krush ha imparato più di una lezione. E basta, non so che altro dirvi. Indefinibili.

ANARCHIST REPUBLIC OF BZZZ – UNITED DIKTATURS OF EUROPE
(Atypeek Music, 2016)

Gli Anarchist Republic Of Bzzz sono il supergruppo di cui nessuno parla. Dopo un primo album allucinato ed allucinante la creatura partorita dalla mente obliqua del polistrumentista e compositore Seb El Zin in combutta con Arto Lindsay e completata da Mike Ladd, Marc  Ribot e Sensational ci porta nuovamente tra le spire di qualcosa di realmente anomalo. Il nuovo album “United Diktaturs Of Europe” perde per strada il buon Ribot e il caustico Sensational ma, in compenso, raccoglie tra le sue fila gente come Archie Shepp ed eriKm (mutante già al lavoro con FM Einheit, Otomo Yoshihide e via dicendo), ma è solo una parte della line-up del “gruppo”. L’album è un mefistofelico agglomerato post-urbano (e post-moderno) di rumore astratto e musica composta con tutti i crismi del caso pressati assieme, tra jazz futuristico e rap futuribile incastrato tra percussioni che volano dal nordafrica al medioriente per tornare tramutate in altro. Altro protagonista impossibile, nei suoi barocchismi elefantini è il basso di Luc Ex, fu contrabbassista dei The Ex, come anche l’estro micidiale di Archie Shepp che, con i suoi voli pindarici via sax, riesce a dar manforte melodica alla psicosi creata da El Zin e Lindsay, indiscussi signori di casa, in un palazzo fatto di colori abbacinanti e mistici. Il tutto a far da tappeto malato al dedalo di rime di Mike Ladd e Juice Aleem. Da annoverare tra le migliori opere di abstract hip hop degli ultimi 15 anni, almeno, incastonati perfettamente tra le origini black ed oblique degli A Tribe Called Quest, l’intelletto dell’Antipop Consortium e la feralità delle produzioni Anticon.

YOUTH CODE – COMMITMENT TO COMPLICATIONS
(Dias Records, 2016)

Ho iniziato questa rubrica con l’industrial e con il medesimo genere la chiuderò. Gli Youth Code sono Sara Taylor e Ryan George, vengono da Los Angeles e sono incazzati. “Commitment To Complications” è il loro secondo album, è prodotto nientemeno che da Rhys Fulber, che i più nerd di voi conosceranno bene come membro dei Front Line Assembly e collaboratore dei Fear Factory, e la sua mano sull’album si sente eccome. Il gelo che permea gli 11 brani di questo disco fa quasi spavento. Le coordinate sono chiare come il sole, anche se il sole da queste parti non si vede neanche di striscio, e possiamo individuarle negli Skinny Puppy in primis tanto quanto nel disagio distruttivo degli Psychic TV e nella EBM virulenta di Wvmpscvt, il tutto frullato assieme da una scarica di schiaffi indegna e di classe. Lontani dallo sporco di certi colleghi ma terribilmente (post)punk nel proprio intendere il genere i due sono in grado di macinare brani ultra infami e veloci (“Glass Spitter”, “Transitions”, “Commitment To Complications”), affiancarli a mostruose spirali discendenti in un purgatorio fatto di cavi elettrici scoperti in cui tutta l’anima da spooky kids fa capolino (“Lacerate Wildly”, “Anagnorisis”) e infine accoppiarli incestuosamente con cartoni mid-tempo psicotici (“Avengement”, “Shift Of Dismay”). Padrona di casa indiscussa è la voce ferale ed infame di Sara. Una mente industriale in un corpo meccanico pervaso dall’odio.

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