Pietre miliari

11.02.1997: City, il monolito cibernetico nel cuore degli STRAPPING YOUNG LAD

Il Canada deve essere un posto anomalo. Anomalo e trattato alla stregua del cugino scemo degli Stati Uniti, e dagli U.S.A. stessi, soprattutto nella cultura popolare: pensate un po’ ai canadesi dalla testa a bidone di South Park, se siete fan della serie tv How I Met Your Mother avrete ricordo degli sfottò infiniti da parte di Barney Stinson nei confronti del Canada e dei suoi usi e costumi (per lui folli, da buon statunitense), persino nell’universo Marvel viene fuori che gli X-Men hanno una controparte sfigata e canadese chiamata Alpha Flight (anche se poi si son fatti perdonare con Deadpool).

Non da meno è la scena musicale canadese. Pensate a Nickelback e Avril Lavigne. Fatto? Ora smettete di piangere (o di toccarvi pensando a Chad Kroeger) e pensate, invece, a personaggi come Aidan Baker dei Nadja oppure, che so, a Devin Townsend. Ecco. Se lo Stato dei boscaioli fosse davvero il posto anomalo di cui sopra Devin ne sarebbe l’ambasciatore della follia nel mondo. Dico, in veste ufficiale, con tanto di benestare del Governatore Generale, del Primo Ministro e pure della Regina.

Su di lui si è detto tanto e tanto si sa. Come ben saprete il primo passo nell’immondezzaio che è e sarà sempre il mondo della musica (non fate i buonisti, la musica è bella, il mondo della musica no) lo fa grazie ad un demo mandato in giro a caso, come ogni giovine musicista dovrebbe fare (tranne ora, con internet e l’home recording potente siam tutti più bravi e cazzocene delle demo), e scovato dai talent scout della Relativity Records che, secondo il buon Devin, gli avrebbero telefonato dicendo: “Amiamo il tuo demo, ti abbiamo preparato un contratto per sette album e finirai sul nuovo disco di Steve Vai.

Il disco in questione è, ovviamente, “Sex And Religion”, unico album di Mr. Vai che non mi vien voglia di usare come sottobicchiere per la birra (di qualcun altro poiché a me la birra non piace), soprattutto per la presenza sia di Hevy Devy che di quel tal Terry Bozzio che non ho ancora smesso di adorare. Ma son altre storie, queste. A quanto pare, comunque, il demo ha sortito l’effetto sperato (seppur il packaging consistesse in un pezzo delle mutande sporche del diciottenne musicista di New Westminster) e la voce di Devin finisce ad accompagnare le barocche chitarre dell’ex pupillo di Frank Zappa anche in tour. Ma il suo destino pare non essere quello di comprimario di una rock star volta ad avvilupparsi a sé stessa e al suo ventilatore da palco.

Nel ’94 la Century Media Records gli offre un contratto e Townsend non se lo fa ripetere due volte ed accetta mettendosi al lavoro sul suo progetto solista, nel vero senso del termine. A lavorare a ciò che sarà “Heavy As A Really Heavy Thing”, album di debutto della sua mostruosa creatura chiamata Strapping Young Lad, è il solo Devin, eccezion fatta per la batteria suonata da Adrian White e da Chris Byes e un paio di schitarrate da parte di Jed Simon che, di lì a breve, entrerà in pianta stabile nel progetto. Le vendite del disco non vanno benone, ma poco importa, il segno di ciò che verrà è lì da sentire e ciò che verrà si chiama “City” e fa male come un calcio di Chun-Li piazzato dritto sui coglioni.

Pochi dischi hanno segnato così in profondità il mondo del metal estremo, tanto da confondere e ottundere tutti quanti, anche i più intransigenti estremofili in circolazione. “City” è qualcos’altro, è un vero e proprio inferno sonoro. Nel 1997 i giochi, nel mondo dell’industrial, eran già bell’e che fatti, e a porre la ciliegina su questa torta meccanica fu, nel 1994, “The Downward Spiral” dei Nine Inch Nails, portando il mondo industriale, fatto di proclami artistici, manifesti, installazioni andate ben oltre il limite della decenza, disperazione e controcultura virale vicino a quello del metal che ormai si stava ossidando e battendo la fiacca, ormai investito di un’aura di riconoscibilità presto diventata ovvietà. I generi in questi anni tendono tanto alla malleabilità quanto alla chiusura in compartimenti stagni: più si fa forte l’idea di crossover, più i duri e puri alzano mura a perdita d’occhio per tagliare fuori tutto ciò che di nuovo c’è.

Ma, a differenza di quel che si possa credere, a gettare le basi per le future teste di cemento impermeabili è proprio il nuovo che avanza. Le mode lanciate alla fine dei nineties da ciò che di lì a poco sarà definito come nu-metal faranno ricadere proprio gli innovatori nella stessa trappola delle persone da cui han tentato di smarcarsi, una trappola fatta di cliché e dedali di marche di scarpe e stronzate di questo tipo. A Devin e ai suoi SYL, ormai diventati a tutti gli effetti una band grazie all’innesto di Gene Hoglan, ex-Death e vero e proprio “atomic clock” percussivo, riuscito a strappare persino a Mike Patton un complimento, il che è tutto dire, il già citato Jed Simon e Byron Stroud, tutto questo non interessa, e non è la solita frase fatta da artistoidi del cazzo. La musica di “City” parla per loro, ma non mancano le frecciate a mezzo intervista del padrone di casa: “Sto pensando di bypassare l’intera scena perché sono stufo che tutto sia un “fashion show” e di sentire gente che mi dice che il mio disco è buono ma non andrebbe bene per i ragazzini che ascoltano i Korn. Vaffanculo a tutto quel vestire roba griffata Adidas e tutte quelle stronzate come i portafogli attaccati alle catene.

Insomma i SYL l’11 febbraio 1997 lanciano una vera e propria dichiarazione d’intenti al mondo della musica estrema. Come si suol dire “alzano l’asticella”. Se finora il grind e il black hanno portato tutto verso estremità difficili da raggiungere, l’hard trance, la techno e il digital hardcore si sono posti sullo stesso binario ma in direzione opposta e dunque i quattro decidono di mischiare tutte queste carte in tavola e di cancellare i limiti.

Ad annunciare questo atto è la “sirena” di “Velvet Kevorkian” e il disastro che ne segue è pura follia. Inutile dire che l’effetto è quello di sentire i Front Line Assembly (memori del fatto che alcuni membri della band si siano avvicendati nel gruppo di Rhys Fulber) in preda ad una furia omicida ultra elettrica ben più lercia e sgradevole del solito pastone death che la cattiveria non sa nemmeno dove stia di casa e il testo è il manifesto di tutto questo pensiero: “Can you believe this shit people? All I need is this city and this mind, and I will get by. Fuck sleep, fuck all of you […] I like people who can take the pressure! Are you listening? Are you? Fuck you! A New time has come, ladies and gentlemen, boys and girls…welcome the fuck home!” E dopo questo questa disumana introduzione inizia l’inferno di “All Hail The New Flesh”.

L’esplosiva e prima vera e propria traccia dell’album è un misto impietoso di sprezzante odio hardcore, liriche prive di pietà per gli ascoltatori/critici che volevano un Devin accomodato nell’agio del rock da ventilatore, suoni distruttivi che confondono senza paura samples, synth e virulenza industrial, e subito i Fear Factory ce li siam dimenticati tutti quanti (la loro ultima, e tiepida, benché tutti lo vedano come capolavoro della band di Dino Cazares e soci, fermata sarebbe infatti arrivata di lì ad un anno con “Obsolete”).

Melodia e insensatezza sonica vanno a braccetto, folle immaginarsi, prima d’ora, che un tale connubio potesse realmente funzionare. Invece la voce di Townsend è così perfetta in entrambe le forme da fungere da naturale collante tra questi mondi impensabili. Il suono definisce l’indefinibile collimare tra noise e musica scritta con tutti i crismi del caso. Più di un giornalista finirà per chiedere al diretto interessato se tutto ciò non fosse “troppo” ricevendo questa come (ovvia) risposta: “Sì. Ma è esattamente ciò che intendevo ottenere. È stata una nostra scelta. Una volta terminato il mix il tecnico del suono venne da me e mi disse ‘dovete farlo di nuovo, i samples sono troppo alti e le canzoni sono confuse’, al contrario non abbiamo cambiato nulla. Era esattamente il suono che volevamo.

La violenza verbale propria delle tematiche dell’album, e di tutta la carriera dei SYL, sono, oltre alle folies rumoristiche, un punto focale imprescindibile di tutto il manifesto deviniano. Un immenso trattato sulla stupidità umana vagliato né dalla pochezza di alcune liriche hc di ottantiana memoria, né dai trattati di pseudo-filosofia di tante, troppe band death di questi stessi anni, ma un campo totalmente nuovo, che fonde una realtà intelligente ad una estremamente sboccata. Lo stesso Devin ne parla così: “Le liriche di questo disco sono infinitamente più personali di quelle sul primo. Ci sono un paio di testi che stanno su quel disco con cui non concordo più e di cui mi pento. […] Le canzoni di questo nuovo album invece dicono ciò che necessitano di dire. […] Il mio più grande problema con l’intera scena metal, fin troppe volte, è la sua parte misogina. Da quando suono con i SYL…Gesù Cristo non potrei più scrivere un pezzo per Steve Vai perché le sue liriche vertono solo su tutte quelle stronzate sul sesso e sul sessismo.

Quindi i SYL si pongono nella terra di nessuno e al di fuori del machismo imbruttito proprio della scena metal, fatto di muscolosi e tronfi hardcorer pronti a saltare su e giù da un palco come scimmie in gabbia, e per rendersi conto di quanto sia concreto questo pensiero basta leggere il testo di “Oh My Fucking God”, summa di quanto riportato nell’intervista di cui sopra, un attacco a testa bassa a tutto l’establishment del music biz e la macchina da soldi che stava diventando/inevitabilmente diventerà il metal di lì a poco, sostenuto da trapani a doppio pedale, chitarre-non chitarre, voci che trasfigurano la natura umana e fastidiosi drill elettronici che paiono cavi scoperti intenti a colpire il volto e le parti intime dell’ascoltatore fino a detonare sul finale, come un cabinet esploso che manda i suoi pezzi a 8-bit in giro per la stanza.

Divenuta una sorta di bandiera delirante nelle scalette live del gruppo c’è la brutalità thrash di “Detox”, che cala il lavoro di Reznor in un inusitato ambito di psicosi metalhead, e tutto sommato è uno dei momenti più “digeribili” dell’intero platter, con il suo bridge ultramelodico, ma non meno disperato, ed altrettanto follemente epico, come se Devin si stesse guardando allo specchio facendo lottare tutte le parti frammentate nel suo immondo cervello, facendole collimare in un’unica situazione di lucida follia armata atta ad affrontare la solitudine auto impostasi. Il disturbo bipolare verrà diagnostica l’anno successivo al cantante/chitarrista canadese, perciò questo non è che il preludio a quanto avverrà di lì a poco.

Indimenticabile, manco fosse una cazzo di ballad, è il sample che introduce alla fucilata che è “Home Nucleosis”, forse uno dei più azzeccati che mi sia capitato di sentire finora, ossia quel “The beat starts here” che vale tutti gli “um, dois, tres, quatro” di Max Cavalera, di tutti i dischi da lui composti finora.

Ma la vera chicca, il gioiello nel gioiello, è la cover di “Room 429” dei Cop Shoot Cop di Tod Ashley, contenuta originariamente nell’infame terzo disco del gruppo industrial/noise rock intitolato “Ask Questions Later”. Se nella versione originale Ashley, Puleo, Coleman e Natz spingevano su un mood creepy ma caldo e vagamente caveiano, qui Townsend, Hoglan, Simon e Stroud prendono una strada, seppur simile, votata al gigerismo spinto, come se da un momento all’altro dalle casse dovesse sbucare fuori una regina Alien pronta a strappare via il cranio all’incauto metallaro mai venuto a contatto con realtà di questo tipo. Un momento veramente unico in cui Devin dimostra ancora una volta la sua estrema e coerente versatilità, nonché uno dei rarissimi casi in cui Hoglan non fa rutilare il suo doppio pedale di Hokuto sulla pelle battente della cassa.

L’immensa città futuristica e distopica creata dai quattro si disgrega pezzo per pezzo sulla finale “Spirituality”, anthem di quasi sette minuti, in cui muri elettrici si ergono inesorabili tra un essere umano e l’altro, rendendoli pian piano tutti soli con sé stessi, ad affrontare il mostro che è la propria esistenza. Se un tassello si chiude qui, si apre un portone verso un cammino che ancora oggi non è terminato, quello di Devin Townsend, che continua, anche coi pezzi di un puzzle ormai completato come quello degli Strapping Young Lad a creare qualcosa di bello da ciò che già c’è, senza creare dal nulla, ma lavorando la musica come farebbe un artista del vetro, senza il timore di mandare tutto in frantumi per ricominciare da capo.

City” è stato la chiave di volta per un genere che non è mai esistito al di fuori di poche realtà (due per la precisione, e una delle due ancora insiste con il parlarsi addosso palesemente a caso, giusto per far cassetto, e sapete che mi riferisco ai già citati Fear Factory, di cui, purtroppo, farà parte anche il buon Stroud, orfano al tempo dei già disciolti SYL) ma che ha toccato profondamente il mondo del metal estremo, spingendo altre persone, attraverso altri generi, a creare qualcosa che andasse ancora più in là di quanto fatto dai quattro in meno di cinque album (alcuni di essi nemmeno troppo memorabili) ma che di certo lasceranno un segno ancora negli anni a venire. Tanto qui di reunion non si parlerà mai. E per una volta tiriamo un sospiro di sollievo.

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