Pietre miliari

A Blaze In The Northern Sky: i giorni neri dei Darkthrone

  

Cosa si potrebbe ancora aggiungere, dopo 25 anni, ad un disco come “A Blaze In The Northern Sky” che non sia ancora stato detto? Probabilmente nulla, infatti non siamo certo qui per recensire un lavoro che non necessita presentazioni. Proviamo invece a tirare le somme, a mente fredda e dopo un quarto di secolo, di quanto questo abbia influito sulle generazioni estreme da lì a venire.

Premetto che adoro i Darkthrone senza se e senza ma, per cui cercherò di fare il bravo e limitarmi ed essere oggettivo.

 

Reduci da un ottimo debutto con “Soulside Journey“, il gruppo di Kolbotn aveva già praticamente pronto il secondo capitolo (“Goatlord” ancora più tecnico e progressivo del precedente che però vedrà la luce solo nella seconda metà degli anni ’90) quando decise di cambiare tutto, dall’immagine alla musica, e gettare la quasi totalità delle idee fin lì sviluppate.

Una sorta di evoluzione al contrario alla ricerca delle radici più pure del metal, caratteristica che è il fulcro dell’intera carriera del gruppo norvegese che da qua in avanti diventerà il simbolo della scena scandinava. “E i Mayhem dove li metti?” mi diranno molti di voi? Anche se fino a “Deathcrush” i Mayhem erano praticamente una versione estrema e più grezza dei primissimi Sodom e Kreator, è indubbio che il gruppo di Euronymous e Dead sia stato la scintilla che ha spinto un’ intera generazione di giovani ragazzini norvegesi a suonare in un certo modo e con una certa attitudine, soprattuto quando la cassetta dello storico “Live in Leipzeig cominciò a girare tra i circuiti di tape-trading di tutto il mondo. Ma solamente di tape-trading si sta appunto parlando.

Il black metal norvegese infatti esce dall’underground proprio con “A Blaze In The Northern Sky”, primo disco ad uscire per una etichetta (la Peaceville) che ne assicura una distribuzione quasi mondiale. Etichetta che prima boccia totalmente il lavoro e si rifiuta di pubblicarlo salvo poi ritrattare alle minacce di Fenriz e soci di una pubblicazione sotto la Deathlike Silence dell’amico Euronymous. Mai scelta fu più azzeccata.

Musicalmente non parliamo del miglior disco dei Darkthrone, che perfezioneranno il concetto di “trve norwegian black-metal” col seguente “Under a Funeral Moon”, ma sicuramente di quello che ha introdotto una precisa estetica sonora e visiva nel metal estremo norvegese e non solo. Tutto è già codificato, a partire dall’immagine di copertina in un bianco e nero di bassa qualità che ritrae un inquietante e spettrale Zephyrous in un bosco fino ad arrivare alla produzione volutamente grezza ma organica come non mai.

Senza perdersi in termini come songwriting (parola assolutamente inutile e fuori contesto in una band come i Darkthrone dell’epoca) è ormai cosa risaputa che Fenriz stesso consideri questo disco come un lavoro riuscito solo a metà e che sarebbe dovuto uscire come EP. Dei sei brani presenti infatti solo tre  sono considerati dal batterista come 100% black metal. Parliamo ovviamente di “Kathaarian Life Code”,  Where The Cold Wind Blows” e “In The Shadow Of The Horn” perle nere in cui per la prima volta il suono dei Bathory dei Venom e soprattuto dei Celtic Frost / Hellhammer viene ripreso e martoriato.

Le restanti tre canzoni sono, a detta della band, un tentativo della band di rendere “necro” idee già scritte; ne è l’esempio la title-track, brano già presente in forma embrionale nelle rehearsal di Goatlord.

A Blaze in The Northern Sky” rappresenta nella storia della musica rock un punto di rottura scioccante dopo i fasti a stelle e strisce del glam rock, del thrash e del death metal, una sorta di seconda primavera “punk” in cui il principale intento è quello di demolire tutto ciò che c’è stato prima in nome di un minimalismo musicale disturbante e spontaneo, almeno all’inizio

Che poi buona parte di tutto questo si sia trasformato nei due decenni seguenti in un grosso circo equestre, caratterizzato da un satanismo posticcio spesso ridicolo e da una attitudine anti-religiosa talmente banale da risultare innocua è irrilevante ai fini della discussione. Il black-metal dei primi anni ’90 è un genere senza compromessi, che nasce e si sviluppa da un gruppo di ragazzini all’epoca appena maggiorenni la cui attitudine adolescenziale del “Fuck You All!” viene portata agli estremi (con tutte le tristi conseguenze del caso).

Da un punto di vista strettamente musicale però tutto questo ha fatto da fondamento per uno dei generi metal forse più attivi e propensi alla contaminazione.

Se il black-metal oggi è arrivato ad avere band come Deathspell Omega, Botanist, Altar of Plagues, Weakling, ricordiamoci che il punto di partenza e denominatore comune è molto probabilmente questo disco.

“We are a Blaze in the Northern Sky

The next thousand Years Are OURS”

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