Menu

Recensioni

Ulver – The Assassination Of Julius Caesar

2017 - House Of Mythology
synth pop

Ascolta

Acquista

Tracklist

1. Nemoralia
2. Rolling Stone
3. So Falls The World
4. Southern Gothic
5. Angelus Novus
6. Transverbation
7. 1969
8. Coming Home


Web

Sito Ufficiale
Facebook

Quando una band si libera dal giogo della definizione di genere entra, di fatto, nella splendida Terra di Nessuno, un non-luogo dove musicalmente tutto è possibile, ma in cui ci si trova anche alla mercé di un pubblico sempre più esigente e troppo spesso incapace di immergersi appieno nella corrente degli eventi e dell’evoluzione. Insomma: qualsiasi cosa tu faccia scontenterai qualcuno e quest’ultimo potrà dire la sua anche in assenza di un pensiero valido.

Agli Ulver non solo non è mai fregato di meno ma, senza porsi obiettivi precisi come di consuetudine fanno i veri artisti, si sono sempre spinti più in là di quanto il proprio seguito si potesse aspettare, bruciando tappe, creando un’estetica, dando i natali a stili abbracciati da molti e via dicendo. Lo hanno dimostrato così tante volte durante la propria carriera che è lecito aspettarsi di tutto dal “pack of wolves” capitanato da Krystoffer Rygg e completato da Jørn H. Sværen, Tore Ylwizaker e Ole Alexander Halstensgård. O non aspettarsi proprio un cazzo di niente. Si tratta di apertura mentale e capacità di lettura di un’opera con conseguente contestualizzazione. Se ne siete provvisti continuate pure con la lettura (e l’ascolto) altrimenti tornate a metter su i dischi “classici” e amici come prima.

Se siete giunti fin qui, allora, siete pronti a conoscere un nuovo risvolto della storia dei Lupi. Come loro stessi hanno affermato “The Assassination Of Julius Caesar” è il loro “album pop”. Proprio così. E non è un’esagerazione, un eufemismo o altre amenità di sorta. Ci troviamo dinnanzi ad un vero e proprio disco dalle tinte sintetiche, fosche e notturne, languide seppur algide e terrificanti all’eccesso ma pur sempre POP. In questo viaggio attraverso il tempo c’è nientemeno che da Martin Glover, meglio conosciuto come Youth, membro fondatore di quel mostro meccanico che sono i Killing Joke. Chi meglio di lui avrebbe potuto dare un tocco “so eighties” ad un lavoro come questo? Ecco, bravi, nessun altro.

Il cuore si sgretola lungo il tragitto che ci conduce dalla prima all’ultima traccia, lasciando al suo posto una matassa di velluto avvolgente. Il racconto che si apprestano a mostrarci gli Ulver si genera negli anni ’80 e raggiunge il climax con la morte di Lady Diana, avvenuta nel 1997, avvenimento che i nostri collegano con un sottile filo grigio al mito della dea Artemide, scolpendo in un marmo raro le otto canzoni che compongono questo lavoro di pura bellezza. Agli antipodi troviamo l’opener “Nemoralia”, perla lucente risonante melodie iperuraniche dal sintetico candore, e la closer ed arcigna “Coming Home” intarsiata di fastidio e melodie “rotte” in un assurdo mare veemente che rimbomba in un club scavato in una catacomba. Introdotto da percussioni che sembrano arrivare dritte dritte da “Rio” dei Duran Duran il mastodontico fat groove dei nove minuti e mezzo di “Rolling Stone” stordisce e lascia spiazzati a boccheggiare sotto una pioggia di sintesi vocali e cori soul che gettano l’ascoltatore in un refrain ultra-pop che si incolla alle orecchie per non andarsene mai più dando un senso tangibile alla materia pop che definisce l’album.

Di tiepida sacralità new romantic è ammantata la ballad pianocentrica “So Falls The World” e mai come ora la voce di Rygg si fa padrona di casa tra bellezza e severità tinta di bravura senza pari. Per quanto i puritani della violenza si possano sperticare urlando “morte alla disco” (come ai bei vecchi tempi del punk) nulla impedisce a “Transverberation” di essere un mistico ariete da dance floor come non se ne sentivano da parecchio, come se la lezione impartita al mondo dell’obliquo dai Suicide sia stata assimilata a dovere. “Southern Gothic” si insinua sottopelle per esplodere in baluginii synth pop da manuale così come “Angelus Novus”. La partita si conclude con la spettacolare “1969”, zenit esplosivo di un epico ed estremo verbo ottantiano, capace di mandare in orbita anche un sordo, dritto dritto tra Cars e Berlin.

I nostri norvegesi preferiti si reinventano e si fanno nuovamente alfieri di un cambiamento in grado di lasciare culo per terra sia chi li ama da sempre che chi, da questo momento in poi, li ripudierà. Un incredibile “disco della discordia”. Il migliore che mi sia mai capitato di ascoltare finora.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni

Close