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Kendrick Lamar – DAMN.

2017 - TDE / Aftermath / Interscope
hip hop

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Tracklist

1. BLOOD.
2 DNA.
3.YAH.
4. ELEMENT.
5. FEEL.
6. LOYALTY. (feat. Rihanna)
7. PRIDE.
8. HUMBLE.
9. LUST.
10. LOVE. (feat. Zacari)
11. XXX. (feat. U2)
12. FEAR.
13. GOD.
14 DUCKWORTH.


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Sarebbe stato pretenzioso ed ingiusto aspettarsi un altro “To Pimp a Butterlfy”. Innanzitutto perché tutti i lavori che lasciano un segno, non lo lascerebbero se fossero facilmente replicabili. In secondo luogo, è sacrosanto che un artista si rimetta in gioco quanto e come meglio crede. Si è creato veramente un hype enorme attorno al nuovo album di Kendrick Lamar. Negli scorsi mesi, se ne sono sentite e lette di ogni, tra fughe di notizie, scalette rivelatesi poi false e annunci ufficiali spiazzanti. Ad esempio: la presenza degli U2 e di Rihanna in scaletta. In realtà la svolta pop era nell’aria già da tempo. E usiamolo pure questo termine: pop. Che forse è bene ricordarlo, non si riferisce a un genere specifico ma presuppone un modo di operare sulla musica, tale da far sì che risulti appetibile per un pubblico il più ampio e variegato possibile. Non dimentichiamo che il ragazzo tra le altre cose nel frattempo, si è concesso anche apparizioni in dischi pettinatissimi come quelli di Beyoncé e Sia. E tutto sommato, senza uscirne troppo edulcorato o snaturato.

No, non è assolutamente la volontà di rendere la propria musica più accessibile il problema. Semmai è COME lo si fa che marca una netta, nettissima differenza tra un disco piacione di qualità e una paraculata moscia e senz’anima. E arriviamo subito al punto: è in una zona grigia imprecisata tra questi due estremi che si colloca “DAMN.”. E dire che il primo singolo “HUMBLE.” ci aveva fatto venire male al collo a forza di muoverlo. 100% hip hop senza possibilità di equivoco, stiloso come pochi e sfacciatamente nero e arrogante. Mike WILL Made-It ci fornisce il più classico dei beat West Coast, con i bassoni che fanno tremare tutto e il piano che picchia sulla nuca. E in team con altre vecchie conoscenze del rapper di Compton, ovvero DJ Dahi, Sounwave e Anthony Tiffith, si occupa di musicare anche “XXX.”, la collaborazione con Bono Vox e soci. Consegnandoci una traccia articolata e dall’andamento imprevedibile, con continui ingressi di suoni e variazioni di andamento, in cui la voce del celeberrimo cantante irlandese risulta armoniosamente parte del tutto. Un colpo che va clamorosamente a segno aldilà delle più rosee aspettative.

Il producer georgiano firma anche l’iniziale “DNA.” , che pur non essendo nulla di eclatante ben si presta a sorreggere il flow di K.Dot, più che mai a suo agio e ispirato. E che con l’accelerazione repentina a 1:55, fa semplicemente volare. Peccato si venga subito abbattuti da “YAH.”, molle, statica e inconsistente. E purtroppo, proseguendo con l’ascolto, si rivelerà solo la prima di una serie di tracce passabili di tale aggettivazione. “LOYALTY.” , oltre ad essere ruffiana ai livelli di “I hate u, I love u” di Gnash (e se non cogliete il riferimento, cercate e capirete) suscita altrettanti sbadigli. Fastidiosa e incomprensibile la scelta di lasciare il pitch della voce alterato per l’intera durata di “PRIDE.”, cui neanche la presenza di Anna Wise riesce a restituire un po’ di brio. Ma dove veramente cadono le… braccia, è all’altezza di “LOVE.”. Veramente, cos’è ‘sta roba?! Pare quasi Kendrick sia stato posseduto dal fantasma di Justin Bieber (e ho detto tutto). A poco o nulla serve la presenza dei BadBadNotGood dietro le quinte.

Non lascia particolari tracce di sé nemmeno la coproduzione di James Blake su “ELEMENT.”, che finisce per risultare un riempitivo senza particolari pretese. “FEAR.”, oltre a fornirci una prestazione incolore di un Alchemist insolitamente soft, paga la lunghezza eccessiva. Per ritrovare il Lamar migliore, tocca skippare direttamente alla conclusiva “DUCKWORTH.”, (che per chi non lo sapesse, è il vero cognome del rapper). 9th Wonder fornisce una delle sue celebri produzioni soulful, su cui ritroviamo una vena più conscious e quello per cui Kendrick è diventato famoso: il rap fatto bene.

L’immagine dell’artista californiano non può uscire illesa da un lavoro così poco convincente. E a scanso di equivoci, sottolineo ancora una volta: non è il cambio di direzione a deludere le aspettative, ma la maniera confusionaria e inconcludente in cui è stato effettuato. Il percorso di Kendrick Lamar finisce per rivelarsi unico nel suo genere, anche nel male. Intanto, non rimane che prendere atto di un disco con poche luci e molte ombre, che probabilmente stenterà a lasciare ricordo di sé perso nella moltitudine di uscite fagocitate dal pubblico a ritmi sempre più sostenuti. 

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