7 Minuti, di Michele Placido

7 Minuti

Scheda


La famiglia Varrazzi cede ad una grande multinazionale francese la proprietà dell’azienda di famiglia. I nuovi proprietari non vogliono modificare contratti e condizioni di lavoro, ma pongono come unica condizione l’obbligo, per ogni dipendente, alla rinuncia giornaliera a sette minuti di pausa. Nel corso di un acceso dibattito le undici rappresentanti sindacali di fabbrica dovranno decidere se accettare, per loro e le loro colleghe, un’offerta che in un primo momento sembrerebbe molto vantaggiosa.

Un thriller sindacale basato sulla reale lotta delle operaie di un’azienda francese in difesa dei loro diritti: è questo l’ultimo lavoro di Michele Placido, qui presente nel ruolo di un ex proprietario di azienda dal fare molto paternalista. Ad aiutare il regista originario di Foggia nel portare in scena una pellicola dal tono socialmente utile ci pensano una combattiva Bianca (Ottavia Piccolo), operaia afflitta da acciacchi e con trent’anni di lavoro ed aneddoti sindacali sulle spalle, tutti pronti per essere narrati alle più giovani e inesperte colleghe, fra le quali s’intravedono vari stereotipi umani ben delineati da ogni attrice. Ambra Angiolini, nel ruolo della combattiva Greta. Ornella (Fiorella Mannoia), trentennale amica di Bianca e madre di Isabella (Cristiana Capotondi), anch’essa operaia e al nono mese di gravidanza. Marianna (Violante Placido), impiegata costretta per un grave incidente sul lavoro su una sedia a rotelle.

Un film capace di sviscerare le diverse ragioni che porteranno ad una scelta sofferta per ogni membro del consiglio, per il quale è difficile inizialmente non cedere a una lusinga tanto semplice e seducente, al punto di essere quasi scontata perché “cosa sono in fin dei conti sette minuti di lavoro in cambio di uno stipendio?”. Una lusinga tanto banale da racchiudere pericoli che nel corso di ore di lotte fisiche e verbali saranno sviscerati.

Una pellicola che alla fine non convince però del tutto a causa di una sceneggiatura troppo sopra le righe e per le interpretazioni che vedono negli eccessi d’ira e disperazione il loro marchio preponderante, il tutto nonostante la nobiltà d’intenti iniziali e l’indubbia bravura delle attrici in gioco.

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