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Terraformer – Mineral

2017 - Dunk! Records
post rock

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Tracklist

1. Aegean
2. Adamantine
3. Amethyst
4. Penelope
5. Epoch
6. The Ether Shell


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Poco mi importa se è già stato scritto tutto, se è un gruppo estremamente derivativo da quel che di bello c’è stato. C’è ancora qualcuno che ha una cosina importante da dirvi nel post-rock, sono i Terraformer.

Composto da ex membri di Isaïah, Bliss e The Derrick Show, il trio strumentale, viene dal Belgio, più precisamente dalla città di Liège, che li vede formarsi nel 2010 e debuttare nello stesso anno con l’EP omonimo, impostandosi già sul post-rock ma dalle sfumature sporche e taglienti, col quale preparano il terreno per un’esplosione lunare che man mano arriverà sempre più fragorosa, prima con “The Sea Shaper” due anni dopo, dal tiro più professionale ma sempre aggressivo, col penultimo “Creatures” del 2014, per poi arrivare alla luce abbagliante e finemente lavorata con “Mineral”.

La caratteristica affascinante del nuovo album del trio belga è la pienezza di questi grandi livelli sonori ed emozionali sovrapposti in armonia uno sull’altro e che sentiamo distintamente, colpisce subito infatti l’uso delle costanti linee dolci e sognanti contrapposte agli stacchi più improvvisi e impattanti di post-hc, attaccati dagli incantevoli armonici che paiono mille insieme, sempre morbidi anche nelle sciabolate. È un disco sognante, volante oltre confini oceanici, ricco di impavidi giri di basso, di crash frizzanti come spuma marina e pervaso da una sensazione sconsolata e lancinante, al pari di due naufraghi che si lasciano inghiottire dalle onde, traditi dai propri progetti infranti, da sogni narrati e perduti, le cui mani non trovano più contatto.

Ogni pezzo è pieno e denso, non mollando il colpo nemmeno nei momenti di respiro carichi anch’essi di una quantità esagerata di anidride carbonica melodiosa e affannosa e nella opener “Aegean” ne abbiamo subito coscienza, proseguendo poi con “Adamantine” con le sue aperture estremamente luminose che liberano il petto dai pensieri più struggenti, portandoci a stadi di dolore e felicità finemente mescolati nel riffing, anche con un pizzico di sludge come sentiamo in “Epoch”, amalgamando suono ma anche visioni di colori forti, come ben anticipato nella bella cover album dell’illustratore belga Fabrice Bovy in arte Fafou.

È un lavoro molto sognante e reattivo, è una liberazione e una consapevolezza, assolutamente da assorbire in ogni sua cellula se il post-rock vi ha fatto sognare nei bei tempi che furono, i Terraformer ce l’hanno nel DNA e sanno bene come stupirvi.

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