Menu

Recensioni

Amanda Palmer & Edward Ka-Spel – I Can Spin A Rainbow

2017 - Cooking Vinyl
folk / indie / songwriting

Ascolta

Acquista

Tracklist

1. Pulp Fiction
2. Shahla's Missing Page
3. The Shock Of Kontakt 
4. Beyond The Beach
5. The Clock at the Back of the Cage 
6. The Changing Room 
7. The Jack Of Hands 
8. Prithee/Liquidation Day
9. Rainbow's End 
10. Subway 


Web

Sito Ufficiale
Facebook

All’inizio una stanza buia. Poi una piccola luce al soffitto che si accende ma si spegne dopo pochi secondi. Un bagliore velocissimo interrompe la continuità del buio, e il nero delle pareti cessa per brevi istanti.
In questo spazio la percezione dei movimenti è condizionata dalla presenza/assenza della luce e lo scorrere del tempo non sembra avere uno sviluppo lineare.

In quei brevi frame di visibilità sembra non ci siano appigli o riferimenti, e gli oggetti non sembrano avere forme familiari. Le ombre che la luce intermittente disegna sulle pareti prismatiche riescono a disorientarci, negando ogni tipo di riferimento. Ma nulla di tutto questo è reale; è solo una possibile chiave di lettura che si serve di tutta la potenza estetica delle immagini per descrivere le emozioni che arrivano da Pulp Fiction, la prima traccia di “I Can Spin A Rainbow“, il nuovo lavoro di Amanda Palmer in collaborazione con Edward Ka-Spel, tra i compositori più eclettici degli ultimi decenni e membro dei The Legendary Pink Dots.

Ascoltare un disco è anche prenderne possesso e trovare il modo di metabolizzarlo. Nel tentativo di appropriarsi di questo preciso album, tradurre la musica in immagini diventa quasi atto istintivo ed è la stessa operazione che in qualche modo viene messa in scena nella realizzazione dei videoclip che accompagnano l’album. I colori freddi della fotografia, gli ambienti asettici e le scene in stop-motion rallentano la fame atavica dell’ascoltatore di ottenere una risposta ad ogni costo. In particolare il video di Beyond The Beach, diretto da Chiara Ambrosio, sembra svelarci tramite le immagini l’essenza delle strutture e degli arrangiamenti. Qui un piano, due voci e una perforante poetica tanto ricordano le ballate di Laurie Anderson ma anche il primo Nick Cave o addirittura i malinconici violini dei Dirty Three (ma questi sono solo alcuni dei mille riferimenti a cui questo album si avvicina). I brani assumono una propria dimensione estetica che si gioca nella tensione tra luce e ombre che, nello scorrere delle nove tracce, avviluppano le pareti buie della stanza che questo disco sembra costruirci intorno.

Ma tutto questo viene contraddetto immediatamente dopo come ad esempio in Prithee/ Liquidation Day: tutto cambia e i suoni assumono nuove forme. Il sistema di riferimento sembra nuovamente mutare e l’unico modo per non perdere la bussola è evitare prevedibili aspettative. Appropriarsi di questo disco implica uno sforzo immaginifico notevole, un balzo verso lidi inusitati dove nella contaminazione tra il particolare e il generale sussiste la stessa equazione che intercorre tra l’istante e il tutto.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni

Close