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Peter Bjärgö, Orghanon, Dynfari, Cold Body Radiation : Viaggio al termine della notte #31

La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”

Questa è una delle frasi più celebri del romanzo Viaggio al termine della notte, scritto da Louis-Ferdinand Céline nel 1932.
A volte, non è solo la vita a perdersi in qualche frammento della notte, ma anche la musica. Con l’avanzamento dell’era tecnologica, la quantità di uscite musicali è aumentata notevolmente, portando tutti i vantaggi e svantaggi del caso. Uno dei principali svantaggi è proprio quello di perdere tante piccole perle musicali nella notte della rete. Viaggio Al Termine Della Notte è quindi una riscoperta di tutto quello che nei giorni o mesi passati, non ha trovato spazio tra le pagine di Impatto Sonoro e che vi viene proposto come il biglietto per un lungo viaggio musicale.

Peter Bjärgö – Animus Retinentia 
(Dark Ambient – Cyclic Law, 2017)

Peter Bjärgö nel corso degli ultimi venti anni ha dato vita ad oltre venti di album usciti per varie etichette. Con il progetto Sophia è riuscito a percorrere in controtendenza tutta una corrente estrema del panorama industriale per gli esuli della prima era degli Swans, mentre con i Karjalan Sissit ha rafforzato il concetto di studio della ritmicità. Ma è solo con gli Arcana che è rimasto nelle menti di molti riuscendo ad uscire da quel piccolo angolo underground grazie ad un mix di atmosfere medievaleggianti e neoclassiche. Gli anni dieci sono per Bjärgö gli anni della rinascita lontano dai grandi progetti e alla ricerca di un sound più maturo, essenziale e meno dispersivo. L’oscurità cede il passo ad un’alba nebbiosa in una splendida domenica tardo autunnale. I colori si fanno più presenti e quel ritmo medievaleggiante passa il testimone ad un sognante pianoforte ed a una ritmica cullante dove la chitarra è un elemento quasi sempre presente. Le canzoni sono più asciutte e “Animus Retinentia” rappresenta la perfezione di questa idea. Ci sono voluti tre album da solista per far trovare a Peter Bjärgö la sua giusta dimensionalità. Le tracce che assumono la connotazione di “canzone” come To Replace My Sadness o Transcend Time sono quelle riuscite meglio e diventano delle killer hit come possono essere le canzoni pop che vanno più di moda in un dato periodo. Pur proponendo un genere non easy listening si crea comunque una forte riascoltabilità cosa che non sempre accade con altri prodotti ambient. Anche le stesse canzoni più dark e meno musicali riescono ad essere di gran lunga migliori di molta “robaccia” uscita in questo 2017. “Animus Retinentia” evita gli sprechi, punta su una forte qualità. Evita l’oscurità e affronta il tema della malinconia e di ciò che è stato perduto. Lo affronta con rammarico ma anche con la forza giusta per continuare. È un disco molto ben riuscito, sicuramente tra i migliori del genere per quest’anno e che quindi non va perduto. Affascinante, infine, la voce di Bjärgö, un mix tra l’ancestralità di Michael Gira e il romanticismo dannato di Adrian Hates. As Rain Falls.

Orghanon – Retrospectre
(Ambient – Time Released Sound, 2017)

Torna sulla scena nostrana il prode Sergio Calzoni con un album prodotto dalla Americana Time Released Sound. Orghanon è un progetto ambient dove elettronica e chitarre si fondono con suoni ambientali, sassofoni, arpe e violini. Una danza dove i rumori del quotidiano diventano impulsi emozionali. Un disco solido, maturo ma allo stesso tempo easy e sexy. Pure la componente estetica risente di questa bellezza fuori dall’ordinario. Non è un disco dark ma non è nemmeno troppo luminoso. È una dimensione di intermezzo, un purgatorio dell’anima dove le emozioni a volte esplodono in arcobaleni e a volte implodono in incubi. “Retrospectre” è una prova di grande maturazione artistica e gli ospiti inclusi nel progetto riescono a fare il loro solido lavoro anche perché Calzoni “appare” come un direttore eccezionale. Non innova troppo ma stabilisce delle linee guida per un ambient emozionale, vibrante e intimo. Un disco da ascoltare e da portare con sé nei giorni che ci separano dalle fine dell’anno.

Dynfari – The Four Doors Of The Mind
(Black Metal – code666, 2017)

Vengono dall’Islanda, sono poco socievoli ma molto persuasivi. I Dynfari, dopo due dischi sotto Code666, tornano alle origini con “The Four Doors of the Mind“. Iniziamo bene: il black metal risulta più gelido e le atmosfere sognanti del post rock sono un elementi ben inserito e mai banale. La struttura sonora ha una sua motivazione ad esistere e la proceduralità con cui si è creato questo lavoro ha qualcosa di naturale, quasi organico. Importante anche segnalare come il comparto grafico viene qui trattato in maniera più efficace rispetto al passato e l’artificioso landscape gelido di Vegferð Tímans lascia spazio a colori più raffiniti, uno stile minimale e diversi rimandi esoterici. Consigliatissima la versione limitata Woodenbox o la versione in vinile chiamata Icelandic Sky. L’album si apre con uno spoken word accompagnato da un giro di chitarra che preannuncia l’inizio delle danze in “The Four Doors of the Mind“. Le otto canzoni che compongono il viaggio in questione sono un concentrato di emozioni e di bella musica dove esce fuori una visceralità emozionale. Che ci siano sfuriate black, spazialità tipicamente post rock o paesaggi più naturali quali quelli appartenere al folk, c’è spazio per ogni stagione sonora senza creare caos. Tutto è incastrato a puntino come in un puzzle. Rispetto ai lavori passati c’è una attenzione maggiore alla qualità e alla aggressività musicale che mai come questa volta viene presa in considerazione. La voce in certi frangenti assume un tocco post-industrial e dona quel tocco di esotericità in più. La solidità maggiore si denota poi nelle canzoni di media durata dove i cambi-stile non sono mai troppo spiazzanti e la creatività trova la sua giusta dimensione. Non emerge la superiorità di nessuna traccia rispetto al passato ma bensì si ha un effetto spalmato con pezzi tutti qualitativamente degni. Sicuramente è un piacere vedere la realtà musicale dei Dynfari crescere e prendere piede verso una direzione sempre più personale e emozionale.

Cold Body Radiation – The Orphean Lyre
(Post Black – Dusktone, 2017)

Dall’Olanda torna all’attivo quel piccolo progetto cult sotto il nome di Cold Body Radiation. Un misto tra black metal, un rumoroso shoegaze proveniente dagli anni novanta e paesaggi tra lo slowcore e il postrock. Formula che vince non si cambia e anche in questa occasione gli architetti olandesi decidono di puntare su sonorità malinconicamente evocative. “The Orphean Lyre” va ascoltato durante un viaggio in macchina. Rigorosamente da soli. Mentre fuori piove, piove dannatamente forte. E tutto rimane grigio. Poi, traccia dopo traccia, chilometri dopo chilometri compaiono delle montagne con le vette che escono dalle nuvole. Si intravedo un velo di neve. La pioggia diminuisce e il cuore si riscalda. Caffè bevuti con stranieri in nuovi posti da scoprire ma anche pomeriggi passati in soffitta a cercare un decoder per comprendere se stessi e il mondo. Le canzoni fluiscono magicamente anche se sarebbe stato meglio avere un minutaggio complessivo più lungo. In attesa di nuovo materiale, non possiamo fare altro se non riascoltare grandi pezzi come Sinking Of A Wish, The Forever Sun o The Orphean Lyre. Un disco, per concludere, che fa vibrare il cuore per trenta minuti e fa volare la mente verso qualcosa che pensavamo di aver perso. Complimenti anche alla Dusktone e al suo coraggio per produrre sempre perle underground di grande valore. Avanti così.

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