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The New Pornographers – Whiteout Conditions

2017 - Concord Records / Caroline
indie / pop

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Tracklist

  1. Play Money
  2. Whiteout Conditions
  3. High Ticket Attractions
  4. This is the World of the Theater
  5. Darling Shade
  6. Second Sleep
  7. Colosseums
  8. We've Been Here Before
  9. Juke
  10. Clockwise
  11. Avalanche Alley

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I The New Pornographers sono un collettivo, supergruppo se preferite, di lungo corso. Il loro primo album risale al 2000 e con quest’ultimo, “Whiteout Conditions”, siamo giunti al settimo lavoro in studio.

I collettivi generalmente si caratterizzano per lo spazio creativo che riescono a garantire ai loro componenti che, più liberi di esprimersi rispetto alle esperienze di origine, riversano il loro talento all’interno del progetto condiviso. Questa caratteristica è anche il limite degli stessi, vissuti dai componenti come progetti di ripiego e pertanto più semplici da abbandonare. Anche i nostri non hanno fatto eccezione, l’ultima defezione in ordine di tempo è stata quella di Dan Bejar dei Destroyer, in precedenza chitarra, voce e songwriter.

Con queste premesse, e memori del bel lavoro precedente, dove l’esplorazione delle sonorità eighties sembrava essersi spinta oltre un punto di non ritorno, ci accingiamo a premere il tasto play ed ecco arrivare “Play Money” a spazzare via ogni perplessità. Canzone praticamente perfetta, una riuscitissima commistione fra l’ispirato cantato di Neko Case e i synth di fondo che sembrano arrivare direttamente dal 1984. Non si fa in tempo a rifiatare che subito arriva la title track: “Whiteout conditions”. Altro bellissimo brano dove il cantato, sospeso tra i due accordi portanti, conduce al liberatorio ritornello che si apre sull’intreccio a due voci. Ritmo ancora alto con “High ticket attractions”, questa volta sono i power chords a dettare il ritmo e le due voci nuovamente ad alternarsi nel cantato, con le sonorità anni ‘80 ad avere sempre la parte principale. Si va veloci verso “This is the world of the theater”, brano in cui si rende omaggio ad alcuni lavori della premiata ditta Oldfield/Reilly (“To France”, “Moonlight shadow”, giusto per citarne qualcuna) dai quali riprende molto del sound complessivo.

Ad esclusione di “Second Sleep” e “We’ve been here before”, dove la sperimentazione sugli arrangiamenti vocali fa apparire fuori contesto i due brani, l’intero album è un continuo alternarsi di motivi orecchiabili su basi che strizzano l’occhio agli anni ‘80 e scorrono veloci e piacevoli.

Le sonorità complessive ottenute, benchè di chiara ispirazione vintage, suonano molto moderne. Questo anche grazie alla maggiore attenzione prestata alle tastiere, adesso divenute l’elemento centrale insieme ai bellissimi cantati. Se si volesse fare un esperimento per comprendere come sarebbe trasportare una band anni ’80 ai giorni nostri questo è l’album giusto. Leggero come la musica pop degli anni a cui si ispira, ma prodotto e suonato in modo impeccabile per un risultato di alta qualità.

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