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Interviste

Intervista a MAX COLLINI (Spartiti, Offlaga Disco Pax)

Max Collini

In occasione dell’ormai consueta performance al MiAmi abbiamo voluto farci raccontare da Max Collini, ex voce di Offlaga Disco Pax ed ora componente fondamentale del duo Spartiti (con Jukka Reverberi), qualche dettaglio in più sui suoi progetti e sul modo di scrivere musica. 

Partiamo con una domanda semplice, è una cosa interessante ma che ho raramente visto raccontata. Come vi siete conosciuti tu e Jukka e come mai avete deciso di collaborare?
Ho parlato di Jukka in una delle prime canzoni degli Offlaga. Si intitolava “Piccola Pietroburgo” e lui veniva nominato in quanto figlio di Jones Reverberi che è stato per anni segretario del Partito Comunista Italiano della sezione di Cavriago. Prima ho nominato Jukka in “Piccola Pietroburgo”, dopo ho nominato suo padre nel lungo elenco di nomi in “Onomastica”. Conoscevo Jukka solo di nome e gli ho parlato per la prima volta al primo concerto degli Offlaga; un concerto che, bizzarra coincidenza, si tenne proprio a Cavriago nell’aprile del 2003. Jukka era con i Giardini di Mirò a fare delle prove nello stesso posto in cui dovevamo esibirci noi con gli Offlaga. Essendo lì decisero di venire a vedere il nostro concerto. Fu la prima volta che gli parlai. Lui era anche molto amico di Enrico Fontanelli degli Offlaga in quanto quasi coetanei. Poi, qualche anno dopo, mi invitarono a fare delle letture in un circolo di Verona. Io, non volendoci andare da solo, chiamai Jukka e gli chiesi di accompagnarmi. E da quel concerto, del tutto estemporaneo e senza nessuna prospettiva è nata un’amicizia. E da un’amicizia è nato anche un lavoro insieme. Per molti anni è stato un lavoro parecchio estemporaneo. Poi ad un certo punto l’abbiamo strutturato meglio, ci siamo dati un nome ma ci abbiamo messo anni a passare dalle prime cose al progetto Spartiti vero e proprio. Solo nel 2013 il repertorio è stato sistemato come si deve, abbiamo cominciato a girare e ci siamo trovati un pubblico. Di solito si fa un disco e poi si guarda se c’è qualcuno a cui interessa. Qui abbiamo fatto il contrario: prima abbiamo guardato in giro se c’era qualcuno interessato a quello che facevamo e dopo abbiamo fatto il nostro primo album: “Austerità”.

Qual’è stato il periodo e la “scintilla” che vi ha fatto decidere di voler fare un album serio e rilasciarlo?
C’è un momento cruciale che è la fine del 2013: quando siamo passati da uno o due spettacoli all’anno, totalmente privi di ogni ambizione e giusto per il divertimento di farli, a strutturare il percorso insieme. Ci siamo dati un nome ed abbiamo iniziato a girare come Spartiti con l’idea di fare qualcosa di più curato e di più strutturato dal punto di vista artistico. Abbiamo quindi messo un punto fermo e da li in avanti il percorso è stato molto più coeso e molto più voluto. Abbiamo deciso di fare un album insieme quando, in due anni, abbiamo fatto circa 60 concerti. Abbiamo girato l’Italia, siamo andati all’estero, sviluppato il repertorio e capito che come duo funzionavamo anche dal punto di vista artistico. Ci piaceva fare quello che facevamo, avevamo tante richieste di suonare dal vivo e quindi abbiamo deciso che forse era il momento di dare una testimonianza concreta di questo percorso insieme. Sono stati il piacere di lavorare insieme, la quantità di repertorio sviluppato e contestualmente il consenso dal vivo, tutte cose che ci hanno incoraggiato a rilasciare un album. Dopo l’uscita di “Austerità” ci siamo anche trovati un’agenzia per i concerti e lì è finita la parte di totale autoproduzione che avevamo fino a quel momento. Abbiamo fatto l’album quasi più per il pubblico che non per noi stessi. Era una cosa che ci chiedevano ovunque andassimo. Ovviamente non facevamo le folle del nuovo pop italiano, ma avevamo un pubblico che ci seguiva e che ci chiedeva di avere una testimonianza che andasse oltre la mera registrazione dal vivo degli spettacoli.

Parte dei testi delle vostre canzoni è presa da libri o saggi di intellettuali italiani. Come avviene questa scelta? Cosa vi fa decidere di voler usare un preciso libro per una canzone?Un ruolo fondamentale lo gioca assolutamente l’aspetto emotivo che ne deriva, la capacità evocativa che ha il testo di un altro autore e, come dico sempre, un sentimento non propriamente positivo che è l’invidia. Spesso sono cose che avrei voluto scrivere io e che mi piacciono così tanto da sentirmi molto coinvolto emotivamente e che mi rappresentano, in cui c’è qualcosa di mio. Se non ci fosse un grosso coinvolgimento e una grossa identificazione non sceglierei mai un testo. Ovviamente i testi devono essere approvati da entrambi. Non esiste che il testo possa piacere solo a me o a Jukka. I compiti sono spartiti negli Spartiti: i testi sono un compito mio, la musica è compito di Jukka, ma entrambi siamo soggetti al gusto reciproco. Se a Jukka un testo non piace io non lo affronto; non è giusto che io vada sul palco con qualcosa dalla quale lui non si senta rappresentato. Il confronto con l’altro è fondamentale.

Max Collini

Sempre riguardo le vostre canzoni, come avviene la loro scrittura? Preparate il testo e poi vi componete sopra la base musicale o viceversa?
Può essere in entrambi i modi, di solito Jukka è un vulcano di emozioni. Lui propone un’atmosfera, gli viene in mente un’idea, me la manda e poi a quel punto io posso vedere se ho dei testi che possono funzionare su quella base. Oppure, io mando degli scritti che mi interessano a Jukka e lui ci lavora sopra. Ultimamente mi è capitato spesso di provare i testi sulle proposte di Jukka, in passato invece ero io a proporli e Jukka mi dava delle opzioni su cui lavorare. In generale non abbiamo grandi difficoltà. Se non possiamo fare delle prove ci mandiamo dei file. Per fare un esempio classico: il brano che si intitola “Austerità”. Un giorno Jukka mi manda un file con una chitarra stupenda e molto evocativa ed io, che ero in ufficio mi sono messo a lavorare. Il testo l’avevo già. È difficile che io scriva qualcosa ispirato alla musica. Mi sono messo a recitare il testo che avevo sulle musiche di questo brano. Ho visto che la cosa funzionava, e allora mi sono messo a lavorarci su: le parole cambiano con la musica, se io ho già scritto qualcosa quando lo devo adattare alla musica il testo varia. Può cambiare per questione di metrica, di pause, deve funzionare sulla musica ed è solo con la musica che faccio il lavoro di editing definitivo. Cambiano alcune parole o la lunghezza delle frasi, ma non il significato. Il testo deve essere sposato in modo ragionevole e artistico, non freddo. Quello di “Austerità” è cambiato ed è diventato una vera e propria canzone, anche grazie al lavoro che ho potuto fare sulla musica di Jukka.

Ai vostri concerti sono presenti sia fan di vecchia data che vi conoscono ancora grazie ad Offlaga Disco Pax e Giardini Di Mirò sia fan giovanissimi che vi hanno scoperto come Spartiti e non hanno mai avuto l’occasione di vivere il periodo che descrivete. Come ci si sente a fare da “ponte generazionale”?
Insomma, ormai non siamo più dei ragazzini, Jukka è in giro da quasi 20 anni, io da 12 anni, di cui 10 a fare tour e dischi. Sappiamo che non siamo la nuova generazione, né vogliamo rappresentare quello che non siamo. Siamo un pezzo dell’indie italiano, quello vecchio, non nuovo. La scena indipendente è cresciuta moltissimo, soprattutto grazie alle proposte che si sono contaminate con la parte pop della scena indie. Noi non rappresentiamo altro che noi stessi, però è molto bello che ragazzi di 20 anni vengano a vedere i nostri concerti. Non sono la maggioranza, l’età media di chi viene a vedere Spartiti non è certo 20 anni. Il nostro pubblico è più adulto, è cresciuto con noi. Il fatto che arrivi oggi un ragazzo a vederci è incredibile sotto un certo punto di vista dato che i contenuti non sono certo quelli soliti che imperversano nel mainstream italiano. Non siamo nello standard della musica indipendente media di questo momento. È molto bello che ci siano ragazzi che si interessano ad un progetto come il nostro anche quando i contenuti stessi non li possono rappresentare in prima persona. Può anche darsi che una piccola parte di pubblico giovane possa trovare in noi qualcosa di interessante, e questo è molto bello secondo me.

Le vostre canzoni raccontano di realtà passate che le generazioni più giovani non conoscono. Ritenete che le vostre canzoni possano ancora oggi avere un fine educativo oppure preferite definirvi più come dei “cantastorie” che raccontano quello che è stato?
Diciamo che l’intento pedagogico non ci riguarda, nel senso che non abbiamo niente da insegnare a nessuno. Ci interessa raccontare delle storie e farlo a modo nostro, in generale cerchiamo di raccontare quello che conosciamo quindi non ci avventuriamo nel prendere posizione sulla contemporaneità se non stiamo molto certi di quello che diciamo. Noi non siamo assolutamente arroccati sul passato. Pur avendo contenuti che spaziano in epoche precedenti noi viviamo l’attualità. Non siamo un gruppo nostalgico. Io sto bene pure nel mondo di oggi, anche con le sue contraddizioni. Ognuno vive la sua epoca, noi viviamo la nostra, con il buono e cattivo che comporta. Nella scelta artistica di quello che facciamo ci sono sia riferimenti al passato più recente, vissuti da noi direttamente, o a quello più lontano, raccontato da altri; però crediamo che in qualche modo il presente sia presente. Nelle nostre canzoni descriviamo una realtà precedente che conosciamo bene e l’ascoltatore potrà incontrarci anche il presente perché lo valuterà rispetto a questo confronto. Io credo che ci sia qualcosa di oggi anche in un brano come “Austerità” che racconta un episodio molto intimo e personale di un bambino di 40 anni fa. Penso che si possa vedere dell’universale anche in un racconto così personale, il nostro ideale sarebbe anche questo in fondo.

Per concludere, parlando della musica contemporanea italiana e non, quali sono gli artisti che ascolti ed apprezzi?
La scena italiana indie è diventata molto molto grande. Ci sono cose che mi piacciono di più cose che mi piacciono di meno. Di cose attuali mi piace moltissimo Motta: sono un suo fan sfegatato; mi sembra veramente qualcosa di bello e coinvolgente. È un ragazzo di 30 anni che ha fatto molta gavetta, è molto in gamba, sa scrivere e ha fatto un disco bellissimo: il mio preferito da molto tempo a questa parte. Ascolto molte cose nuove italiane anche se sono un po’ in difficoltà con i linguaggi nuovi, probabilmente per una questione generazionale. Ad esempio non sono un fan del rap, mi sento coinvolto abbastanza poco; magari è un mio limite, anche perchè mi rendo conto che nel linguaggio nuovo dei giovani è un genere importantissimo invece. Alcune cose situazioniste di PoPX o Ghali mi sembrano interessanti. Anche se forse non corrispondono ai miei gusti sono cose da ascoltare. Non si può sempre giudicare secondo il proprio metro – bisogna anche capire cosa sta succedendo attorno a te. Non per questo mi metterò a fare canzoni come quelle di PoPX, ma per capire alcune cose vale la pena ascoltare musica fuori dalla mia immaginazione. Sono linguaggi nuovi. Alle volte comprendo, alle volte comprendo un po’ meno, però il giudizio è sempre legato a cosa mi trasmette l’artista. Non mi dispiacciono i due pezzi di Liberato, interessante anche PoPX – non proprio standardizzato e un po’ diverso. Però in generale ascolto volentieri un po’ di tutto. Il singolo di Verano mi era piaciuto molto però si, se devo indicare un disco degli ultimi tempi che mi ha veramente colpito, direi assolutamente quello di Motta.

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