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Pietre miliari

THE PRODIGY – THE FAT OF THE LAND: una futuristica danza rituale di fine millennio

Ho scoperto i The Prodigy in maniera davvero anomala. Non mi ricordo quanti diamine di anni avessi, ma di sicuro ero giovane ed imberbe e di sicuro usciva ancora la leggendaria rivista “Hard” (chi di voi la ricorda mi spiace dirlo ma è vecchio) e sul suddetto magazine musicale c’era una bella intervista (o un reportage, non ricordo perfettamente) a questo anomalo gruppo di scoppiati. Sottolineo: unica band “non metal” a troneggiare tra Megadeth, Metallica, Slipknot e compagnia briscola.

Nell’articolo in questione campeggiava una foto a tutta pagina di Keith Flint con tanto di: capelli rasati al centro della testa, rimanente folta chioma verde disagio ai lati del cranio, camiciona a quadrettoni legata in vita, borchie e piercing in ogni dove e telo di plastica a mò di gonna. E fu subito amore. Dovetti però aspettare ancora un po’ di tempo prima d’imbattermi, su MTV, nel video di Firestarter. Da lì in poi nulla mi avrebbe più fatto schiodare dalla testa questi sciamannati inglesi, eccezion fatta per un paio di album non troppo interessanti, ma poco conta.

Era il 1997 quando uscì quell’infame album che era, ed è ancora a pieno titolo, “The Fat Of The Land” disco che portò la cultura techno negli hi-fi dei metallari più “avant” e più deviati, perché, come dovreste ben sapere, ormai, la musica pesante non è solo quella a doppia cassa e Mesa Boogie d’acciaio temperato + chitarra a centododici punte e proprio gli anni ’90 furono forieri, come mai prima di allora, della commistione di mondi sì lontani tra di loro. L’avvento della musica industriale aveva portato il verbo elettronico nel campo della musica estrema, la club culture aveva rapito milionate di giovani menti, l’avanguardia metal seguiva pari passo la distorsione non più solo chitarrista, bensì sintetica (con Strapping Young Lad e Fear Factory come promotori della “nuova carne” al fuoco). E così Liam Howlett, creatore del Prodigio, assieme agli allora nuovi acquisti Keith Flint e Maxim Reality (accompagnati per l’occasione dal ballerino/tastierista Leeroy Thornhill) decisero di spingere la questione “rave” al di là delle barriere autocostruite dal movimento stesso.

Il cammino era già bell’e che intrapreso con il precedente “Music For Jilted Generation” che spintonava velleità d’n’b, jungle e (iper)dub in un’arena distorta e malmostosa, chiaro sin dalla lugubre copertina del disco. Con il nuovo album il trio/quartetto assurge di diritto a realtà in odore di santità nell’ambito di quel crossover che proprio nei nineties faceva capolino e mieteva vittime a tutto andare. Non più solo un quintale di samples (ancora presenti, come da copione essendo Howlett grandissimo appassionato di hip hop e, di conseguenza, utilizzatore folle dell’arte del campionamento) ma anche un approccio da vera e propria band “rock” in piena regola, con tanto di chitarre tritaossa, forma canzone e batterie live grandi come i casermoni che costellano le città inglesi. Un bubbone tumescente in mezzo allo sfarfallio dei club della Terra d’Albione, un moscone nero sulla torta nuziale del (brit)pop.

Ad una sola settimana dalla sua uscita “The Fat Of The Land” rovinò il party a tutti quanti vendendo oltre 3 milioni di copie in tutto il mondo, schizzando al primo posto su Billboard, e spazzando via dalle proprie posizioni in classifica Oasis e Radiohead e in un’intervista del tempo è proprio Howlett ad avere contezza della cosa: “Abbiamo venduto molto di più dei Radiohead. È oltraggioso! Ora siamo la più grande band dopo gli Oasis. Abbiamo spremuto l’industria musicale senza seguirne nemmeno una regola. Ce l’abbiamo fatta.

Il suo misto disarmante di “punk”, chitarre abrasive, ritmiche serrate, synth da film cyberpunk e voci non così umane come invece dovrebbero essere hanno reso il disco ciò che è, la band ciò che è, senza perdere un’oncia della ballabilità propria delle realtà dei club underground anglosassoni. Una band che non è una band, dei punk che non sono punk, ed è sempre Howlett a riferirlo a “Kerrang!” (nel 2002, a giochi fatti, insomma): “Siamo più individualisti che ribelli. Essere ‘individui’ sta al primo posto. C’è stato un tempo per essere punk, ma essere ribelli quando non c’è niente contro cui ribellarsi è una perdita di tempo. E la ribellioni fasulle sono la cosa più schifosa di tutte.

Eppure è proprio Flint a portare quella ventata di anarchia musicale che, a suon di sberle punkish, ha fatto saltare la staccionata alla band, quasi a non voler dimenticare le proprie origini, senza dimenticare l’individualismo: “Quand’ero piccolo ascoltavo i Jam e saltavo in giro per la stanza tanto ero eccitato. Il movimento Punk mi ha influenzato. Quel tipo di individualismo mi calzava a pennello. Ho un sacco di “body art” ma non penso affatto sia una questione di ribellione. Ho un sacco di piercing perché mentre viaggiano nel 1988 qualcuno mi disse che erano sexy. I miei tatuaggi mi ricordano i miei zii – skinheads – e loro rappresentano la ‘working class’.

The Fat Of The Land” ha avuto un impatto straordinario sul mondo della musica alternativa e ne è la summa più corretta ed estesa possibile. A dimostrarlo, oltre ai brani in sé, ci sono le collaborazioni che si dipanano al suo interno. Una su tutte è la presenza del batterista Matt Cameron, conosciuto in un tour australiano in cui il Prodigio era co-headliner dei Soundgarden. Matt, che nei ringraziamenti dell’album, non si sa per qual motivo, è segnato come MARK FROM SOUNDGARDEN, ha contribuito, anche se non è dato sapersi in che misura, alla registrazione delle parti di batteria live comprese nel disco, a riprova del fatto che quei mondi, un tempo, erano legati al doppio filo. Qualche anno dopo lo stesso posto, in un altro disco ovviamente, apparterrà all’esimio collega Dave Grohl.

Ma l’interesse da parte del mondo “al di fuori del rave” che si è smosso all’arrivo di questo mostro meccanico danzante non si è fermato di certo alla band di Cornell. Madonna si è preoccupata di far uscire l’album negli Stati Uniti per la sua Maverick (che nello stesso anno stava sparando fuori un altro capolavoro, ossia “Around The Fur” dei Deftones, tanto per dire) e la stessa madame Ciccone sembrava intenzionata a volerli come produttori, incassando però il diniego dello stesso Howlett che si è detto non a suo agio a portare il suono dei Prodigy in tali contesti.

David Bowie, dal canto suo, ha candidamente ammesso che il suo album “Earthling” (uscito il medesimo anno) fu ispirato al contempo dai Prodigy e dagli Underworld. Stessa cosa accade per gli U2 che citano le stesse influenze definite dal Duca Bianco per il loro album “Pop”, aggiungendo solamente The Chemical Brothers all’elenco. Sembra inoltre che Bono Vox volesse collaborare proprio con i Nostri. A parlarne è di nuovo Liam: “Ho parlato con Bono un paio di volte. Lo volevo su un nostro brano e lui voleva che remixassimo uno dei loro ma le nostre agende non collimavano mai. Penso che per una band del loro calibro fare una cosa del genere fosse un bel rischio. Il che è molto figo.” Di tutt’altro avviso è invece Flint: “Non è mica colpa loro se stanno diventando vecchi e grassi, sbaglio?

A far tremare le fondamenta del music biz ci pensano i contenuti del disco. Violenti, dannatamente menefreghisti eppure intelligenti e ricercati oltre i confini della consapevolezza musicale. Apre le danze la ferale Smack My Bitch Up. Il brano, ormai diventato leggenda, gira attorno alla sample “Change my pitch up / Smack my bitch up” preso in prestito dal brano Give The Drummer Some degli Ultramagnetic MCs, crew dell’altrettanto leggendario Kool Keith, e che ha creato dissapori un po’ in ogni dove. Uno su tutti, e il più celebre, è lo scazzo venutosi a creare con i Beastie Boys nel 1998 durante il Reading Festival.

Nonostante la loro presenza, anch’essi in forma di sample, su Funky Shit (la frase “Oh my God that’s some funky shit!” è tratta dal brano Root Down) sembra che i campioni del rap non fossero proprio contenti del “messaggio” lanciato dal refrain del brano, dunque MCA e Mike D decidono di telefonare direttamente a Liam Howlett chiedendogli di eliminare il brano dalla scaletta perché ritenuto dai tre troppo offensivo. Ovviamente agli inglesi non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di sottostare alla richiesta e quella che segue è la risposta di Maxim direttamente sul palco del Reading:

Kool Keith non si manifesta sull’album solo come un ricordo lontano ma presta il suo flaw mortale sulla devastante Diesel Power sempre pronto a mostrare denti, artigli e classe nell’incastro ri(t)mico oltre le righe con barre come “Channels repeat, complete, can’t be beat / Check the hour texture / Mind adventure, exploit the point /Into tracks to devour /My intellects proceed…with diesel power” e ancora “Upbeat, lifting, shifting / Persistent intelligent kingpin / Flipping astrology, as I roll with Prodigy…with diesel power”.

Uno dei momenti più alti del disco rimane, e rimarrà sempre, la ferale Breathe, punta dell’iceberg del prodigy-pensiero, mix infernale di tutto ciò che sarà il trio da qui in avanti. Alla chitarra troviamo Jim Davies (che l’anno successivo entrerà nelle fila dei Pitchshifter), ai samples nientemeno che Thin Lizzy (Johnny The Fox Meets Jimmy The Weed) oltre al Wu-Tang Clan (i colpi di katana che sentite arrivano dritti da Da Mistery Of Chessboxin’ contenuto in “Enter The Wu-Tang (36 Chambers)” primo, monumentale album della crew di New York) mentre Keith digrigna i denti e sputa veleno a tutto spiano battezzando, con la sua voce luciferina e Johnny Rotten addicted, l’inconfondibile infamia del sound della band.

Stessa cosa vale, ovviamente, per la hit spaccaculi Firestarter, celebre tanto per i contenuti assassini che per il video che mostra tutto il marcio possibile e ci dona l’immagine che diventerà sempiterna di Flint, quella che ho descritto in apertura, di un punk-raver allo stadio finale della follia, oltre ad utilizzare sample di livello, come il riff di chitarra di S.O.S. dei The Breeders di Kim Deal (ex bassista dei Pixies, per i più disattenti) e parte del brano Close (To The Edit) dei leggendari Art Of Noise di Trevor Horn, denotando l’estrema attenzione di Howlett per un panorama musicale pressoché sconfinato. Il brano è stato riproposto in tutte le salse, tra le più importanti possiamo ricordare le versioni di Gene Simmons dei Kiss (pietosa tanto quanto il video figa-centrico che la accompagna), dei Jimmy Eat World (fantastica) e dei Sepultura (contenuta tra le bonus tracks dell’orripilante album “Kairos” e che fa sembrare la versione di Simmons un capolavoro, fate vobis).

Con Mindfields, brano pregno di dub feroce e stomp cyberpunk che lo tramuta in un mech pericoloso ed arcigno, i Nostri approdano al cinema, più precisamente nella soundtrack di “The Matrix” del 1999, in un ambiente che è decisamente “casa loro”. Nel ’96 la XL Recordings piazza fuori 10 vinili promozionali di un pezzo intitolato Minefields (e 50 musicassette) che suona esattamente come il brano dell’album. Questa decisione costituisce tutt’ora un bel mistero (ma una fortuna per i collezionisti che detengono le copie in questione).

Mai nascosta, invece, è l’ammirazione di Liam per i Rage Against The Machine (in un’intervista proprio di quell’anno annovera tra i suoi ascolti proprio i losangelini, oltre ai Manic Street Preachers e gli Smashing Pumpkins) ed ecco, infatti, comparire tra le tracce bonus dell’edizione giapponese dell’album, No Man Army in compagnia della chitarra allucinante di Tom Morello. Il brano finisce dritto dritto nella soundtrack della trasposizione cinematografica di Spawn, al fianco di un’infornata micidiale di altri matti col botto (Slayer + The Atari Teenage Riot, Henry Rollins + Goldie, Orbital + Kirk Hammett, Korn + Dust Brothers, giusto per citarvi alcune delle collaborazioni in questione).

l lavoro si chiude in bellezza con l’estrema Fuel My Fire, accompagnata alla voce dalla bravissima Saffron e alla chitarra da Gizz Butt (attualmente in forze nei Pyogenesis oltre ad accompagnare Maxim e soci dal vivo) che tra coltellate crossover, organetti infami, synth e spasmi hardcore punk ci donano la perfetta diapositiva di un lavoro che non cede il passo nemmeno per un momento.

La putrescente bellezza di “The Fat Of The Land”, uscito marcio dall’utero mentale dei The Prodigy, ha fatto sì che questi vent’anni il disco non li sentisse mai nemmeno di striscio, donandoci, come in pochissimi altri casi nel panorama mainstream (leggi “Song For The Deaf” dei QOTSA), un terzo album che è in realtà il migliore in assoluto in una discografia costellata di perle e alti altissimi (se escludiamo l’ultimo mediocre “The Day Is My Enemy”), così infestato di elementi “altri” da far risultare come miracoloso il mantenimento di una propria identità danzereccia.

L’odio e la sensualità all in one, la working class infernale e grigia delle fatiscenti case popolari inglesi, i robot che diventano mostri misti di carne e metallo, in anticipo totale sulle tendenze elettrogenetiche ed hiphoppettare di lì a venire con l’avvento del 2000 fotografano i tre come precursori dell’incubo, maestri di un inferno arrugginito, detentori delle chiavi di una mistica discoteca tombale. Tutto questo è un Prodigio. Ça vans sa dire.

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