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Boris – Dear

2017 - Sargent House
drone / doom / sludge

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Tracklist

1. D.O.W.N. - Domination Of Waiting Noise
2. DEADSONG
3. Absolutego
4. Beyond
5. Kagero
6. Biotope
7. The Power
8. Memento Mori
9. Dystopia - Vanishing Point
10. Dear


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La nave spaziale Boris ha attraversato galassie su galassie costellate da astri ora gelidi ora bollenti, ora luminosi come il paradiso, ora oscuri ed abissali come buchi neri che, impietosi, divorano tutto quello che trovano sul loro cammino.

Partiti da lontanissimo i tre eternauti Atsuo, Wata e Takeshi, da quel “Absolutego” che ha scosso un universo in espansione, quello che dalle aride distese di sperduti deserti terrestri e da città in rovina intrise di eroina e lacrime, raccontando nel loro viaggio attraverso lo spazio ogni volta una storia diversa, prendendo spunto dagli astri e dai black holes di cui sopra, ispirazione finale e finendo con il dettare legge all’interno di circoli intergalattici più o meno rinomati, mutando forma di continuo, a volte esagerando, incagliandosi su se stessi, affrontando cul-de-sac dai quali sembravano non voler mai più uscire, ma sempre ponendosi obliquamente rispetto al resto del mondo conosciuto. Come Harlock sulla sua Arcadia, non si sono fermati davanti a nulla e a nessuno, portando a bordo alieni di ogni forma e derivazione.

Così, dopo 25 anni di disastro sonoro, i tre viaggiatori stellari provenienti dall’estremo oriente toccano quota 23 album con il nuovo “Dear”. “Heavenly – Far Beyond Heavy” è l’autodefinizione più azzeccata possibile. Doveva essere l’addio ai terrestri che per tanti anni hanno guardato alla parabola cosmica disegnata dal trio in un cielo ormai cosparso di satelliti in orbita attorno alla Terra, e invece sembra l’alba di un nuovo inizio. Il tour che ha accompagnato la riesumazione del capolavoro “Pink” ha fatto sì che i nostri ricaricassero le energie per produrre, ancora una volta, qualcosa non di questo mondo. Gli ultimi 4 capitoli della discografia dei nipponici null’altro parevan essere se non appunti di viaggio, seguiti all’interessante “Noise” del 2014, e impressi su supporto giusto per non dimenticarseli. Quello che stringiamo ora tra le mani è, invece, un oggetto di tutt’altra fattura.

Definirlo una summa di quanto accaduto finora tra le stelle non renderebbe onore al suo reale valore. Nuova vita in vecchi abiti/tute spaziali sarebbe invece più corretto. Pesante (seppur far beyond heavy, non scordatelo) sì, ma in modo opposto, ancora una volta obliquo. Difficile, fangoso, debilitante ma che scorre veloce ed agile tra sistemi interplanetari sconosciuti, o appena scorti da occhio umano.

C’è sempre un trait d’union da queste parti e qui è Absolutego, giustamente, e, altrettanto giustamente, su quel disco là stonerebbe non poco con la sua strabordante vena stoner che pare un maglio perforante infilato nella giugulare; ci sono chitarre ribollenti magma in un inferno ultra drone intrise di melodie arcane in D.O.W.N. – Domination Of Waiting Noise che ti fanno chiedere come sia possibile suonare e produrle così liquide eppur così pesanti e fornicanti con voci sciamaniche ultra-terrene; ci sono vuoti che sembrano non finire mai e poi mai ma che poi si riempiono di fuzz ed incubi da mondo dei morti riposizionato sulla Terra come in DEADSONG che, per una volta, danno un senso al termine “doom”; c’è, in Beyond, una dolcezza flebile e fuorviante, con Wata che carezza il microfono e fa vibrare l’aria su un tappeto irto di chiodi arrugginiti in ondate esplosive che divorano silenzi imperturbabili che sembrano risuonare da una vecchia radio a transistor.

C’è il mal di testa e lo stomaco che si rivolta su se stesso nel noise ulcerino di Kagero; ci sono astrattismi j-pop ingoiati da Cerbero in Biotope che fanno viaggiare su arcobaleni stinti; c’è l’ombra del titano Iommi che si staglia immensa su The Power e brucia timpani e tendini in un rantolo blasfemo al limitare estremo di un terreno black su cui non cresce più nulla se non le ossa dei defunti che si getta nei frattali psych colorati e marcescenti di Memento Mori ingioiellati da voci deliziosamente pop; ci sono assurdi tribalismi che costeggiano le piane di Marte nella splendida Distopia – Vanishing Point in un quadro post-rock che tocca certi lidi islandesi senza timore ma con una innata reverenza e una cura da amanuensi nel dipingere la tristezza e l’abbandono a se stessi; c’è, infine, un rigurgito di cavi scoperti che esplodono dal nulla e nel nulla tornano che si chiama Dear e che chiude tutto in una scatola di odio cieco e furioso.

Se questo fosse anche stato un addio, miei CARI Boris, sarebbe l’accomiato più bello possibile, in un viaggio che ci ha portato oltre i bastioni di Orione e le famose lacrime nella pioggia.

See you (soon), Space Cowboys.

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