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Interviste

Intervista agli EX OTAGO

Ex Otago

Ex Otago uno dei nomi più caldi del panorama indie italiano. Con l’ultimo album “Marassi” si è aperta una nuova fase per la band genovese, dopo tanti (troppi) anni di “gavetta” su e per giù per lo Stivale. Un riconoscimento tardivo di un talento espresso a più riprese. Li abbiamo incontrati alla terza giornata dell’Indiegeno Fest in un torrido pomeriggio messinese, all’ombra di un lido e a due passi dal mare per parlare dell’ultimo album, delle aspettative per il proseguo di carriera e della musica in generale.

Il vostro ultimo lavoro si intitola “Marassi”, come il quartiere della vostra Genova. È un disco diverso rispetto ai precedenti, che sembra rappresentare qualcosa d più rispetto alla semplice indicazione topografica.
Marassi è il quartiere dove siamo vissuti e dove viviamo. È parte integrante di noi e ci ha seguito nel corso degli anni, il punto di ritorno del grande viaggio che stiamo affrontando con la nostra musica. Suoni, facce e linguaggi diversi ci hanno riportato in questo luogo dove tutto è cominciato, anche perché Genova è una città che ti stimola con la sua storia, con la sua tradizione musicale e con la bellezza delle sue architetture. Oltrepassando lo stretto per arrivare qui abbiamo notato una certa somiglianza fra Messina e Genova: due grandi città protette dai colli che accolgono i quartieri popolari, inizio e fine della città. Con “Marassi” abbiamo messo in un unico involucro le nostre origini e le esperienze dei viaggi che abbiamo affrontato.

Nel lungo percorso che ha portato alla realizzazione del disco, cosa vi ha influenzato maggiormente a livello musicale? È sotto gli occhi di tutti il cambio di direzione che avete intrapreso, soprattutto se si pensa all’utilizzo dell’elettronica, elemento sempre presente nei vostri lavori ma mai in maniera così incisiva.
Abbiamo scelto l’elettronica per fare soldi. Con le chitarre ormai non si va da nessuna parte (Ridono, ndr). Scherzi a parte, abbiamo creduto che l’elettronica potesse dare corpo alle nostre idee. È una scelta stilistica che le ha veicolate verso quello che era il nostro obiettivo. Non siamo mai stati legati ad un certo genere, ma abbiamo sempre preso ciò che abbiamo ritenuto più idoneo dal serbatoio delle nostre conoscenze e dei nostri gusti musicali.

Ho trovato una certa assonanza di significati nei brani I giovani d’oggi e Cinghiali incazzati. Possiamo parlare di una strenua difesa alle nuove generazioni o c’è dell’altro? In quale delle vi rispecchiate maggiormente?
Non sappiamo dirti quale delle due sentiamo più nostra. C’è chi le interpreta così, ma non è questo il filo conduttore tra i due brani. Ad esempio Cinghiali incazzati può colpire non solo una generazione ma un po’ tutti, perché parla di un’insicurezza che è presente in tutti noi. Con I giovani d’oggi è certamente diverso perché il riferimento è esplicito, ma non vuole avere la presunzione di essere un inno generazionale.

Quest’anno è uscita la versione deluxe del disco, che contiene gli stessi brani in versioni remixate ed altri con diversi featuring. La strada delle collaborazioni è una scelta voluta? Le stesse tracce sono state pensate e scritte in funzione degli artisti con cui avete collaborato?
Marassi nasce molto prima della scelta di inserire i brani con gli ospiti. Non è stata una scelta di marketing per vendere il disco. Semplicemente dopo l’incontro con Jake La Furia ne sono seguiti altri, e altri ancora. Siamo riusciti a convincere artisti diversi, provenienti da background musicali distanti tra loro, e il risultato è ottimo perché si è riusciti a integrare perfettamente anime anche contrastanti.

Cosa ne pensate del fenomeno Thegiornalisti? Credete che la visibilità di cui stanno godendo possa aiutare anche artisti come voi che – seppur vi muoviate su lidi pop – non sono di immediata comprensione?
Più che dell’ariete che apre le porte noi crediamo nel movimento. È vero che stanno riscuotendo un grande successo e che probabilmente stanno aiutando l’intero panorama indie, ma non sono i soli. Pensiamo a I Cani o ai Zen Circus. Qualcosa sembra muoversi e non può che essere un bene per noi tutti, anche se da parte nostra non c’è interesse di intraprendere la loro strada o di essere invitati per delle ospitate in certi programmi. La nostra è una visione – se vogliamo – partigiana, nel senso che crediamo che questa visibilità debba condurre ad una consapevolezza diversa nei confronti della musica.

Cito le parole di Ci vuole molto coraggio: “ci vuole molto coraggio per guardare Sanremo fino in fondo”. Il vostro esser “partigiani” può rappresentare un ostacolo al palcoscenico di Sanremo?
Ma scherzi? Noi stiamo aspettando la chiamata (Ridono, ndr). Inutile girarci intorno: quel palco ti dà una visibilità che non puoi avere da nessuna parte. Il riferimento presente nel nostro brano è relativo alle modalità della gara, per cui la musica è in secondo piano rispetto allo spettacolo. Si dovrebbe tornare a considerare Sanremo come una festa della musica, ma soprattutto incominciare a considerare gli autori e non gli interpreti. È assurdo che in una competizione del genere ci siano due-tre autori per venti canzoni in gara!

Concludendo, negli anni avete cambiato la vostra formazione e avete aperto una nuova pagina della vostra carriera. Posso chiamarvi Ex-Ex-Otago?
Nei prossimi anni suoneremo tutti i generi e cambieremo il nostro nome ancora tante volte. La promessa solenne è che non faremo mai reggae. Il rap sì, perché come con l’elettronica, fai soldi. (Ridono, ndr)

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