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Pietre miliari

Giove, Saturno, Nettuno, Titano e altri amici: i 50 anni di “The Piper At The Gates Of Dawn” dei Pink Floyd

Mezzo secolo. Già solo a pronunciarlo fa quasi paura, se è poi riferito ad un album il tutto prende una piega ancora più surreale. In 50 anni di musica abbiamo assistito a quasi tutto lo scibile umano, dalla nascita dell’hard rock fino ad arrivare al punk e al metal, passando per l’hip hop, le derive noise, il synth pop, il grunge e la trap.

Il 1967 però rimarrà alla storia per aver dato la luce ad almeno quattro lavori che sono rimasti veri e propri punti di riferimento nell’evoluzione della musica moderna. Parliamo ovviamente di “Sgt. Pepper dei Beatles, “Are You Experienced?” di Hendrix e degli esordi di Velvet Underground e Pink Floyd, tutti figli acidi di una primavera psichedelica irripetibile e scioccante per l’epoca. Vi parlerò in questa sede di “The Piper At The Gates Of Dawn” unico album dei Pink Floyd di Barrett.

Il mio approccio a questo disco fu parecchio curioso: avrò avuto sì e no dodici anni e all’epoca rimasi folgorato da una canzone dei Floyd che mio padre stava ascoltando in auto. Non sapevo quale album fosse, sapevo solamente che erano loro. Cosi presi un album a caso della sua discografia e il fato volle che fosse proprio “Piper“. Ora, visto che la canzone in questione in realtà era Shine On You Crazy Diamond potete ben capire quanto rimasi sconvolto e spiazzato all’ascolto di quello che è probabilmente il disco più difficile del gruppo britannico.

Immediatamente non ci capii assolutamente nulla ma c’era qualcosa nei solchi di quel disco che mi spaventava e allo stesso tempo affascinava, c’era una follia e genialità che mai avevo sentito tanto che diventai presto prigioniero di quell’assurdo mix di canzonette fanciullesche e pesantezze lisergiche. Sono convinto che Syd Barrett e in particolare questo disco abbiano avuto una influenza futura sui miei gusti musicali così forte che mi fa quasi paura pensare cosa sarebbe successo se non avessi quel giorno, per puro caso, preso quel vinile.

Ora ho quasi 37 anni, ascolto un sacco di musica diversa, mi sono addentrato nei meandri dei generi più estremi e sperimentali ma mi chiedo ancora oggi quanto potesse essere stato l’impatto di un live dei Pink Floyd di Barrett nel 1967. Perché se un brano come Astronomy Domine riesce dopo cinquant’anni ad esser così moderno nella struttura e nelle idee sonore (la parte centrale con il delay in oscillazione verrà ripresa almeno 35 anni dopo dalla miriade di gruppi post-rock) immaginate cosa fosse per l’epoca.

Ed è proprio l’opener del disco, insieme alla lunga suite Interstellar Overdrive, a rappresentare l’ossatura del disco. Seppur pesantemente editate e monche, per questioni di scelta discografica, entrambe non perdono nulla dell’impatto sonoro frontale e celebrale rispetto alle lunghissime versioni normalmente suonate dal vivo (ascoltate il live “London 1966-1967” per farvi un’idea). Astronomy Domine in particolare acquista grazie al lavoro alla console di Norman Smith una perfezione strutturale difficilmente migliorabile.

Praticamente quasi tutti i brani sono alla stesso livello, con picchi come la paurosa Pow R. Toc. H , un folle blues strumentale trasformato in incubo dalla perfetta intesa tra le trame chitarristiche di Barrett e quelle di Farfisa di Wright e Lucifer Sam, il cui riff centrale anticipa lo stoner psichedelico di decenni, ascoltatevi la grandiosa cover ad opera degli Yakuza e fatemi sapere.

Take Up Thy Stethoscope And Walk scritto da Waters, nonché unico brano non firmato da Syd è un pastiche free-form in cui chitarra e tastiera si rincorrono su un riff di basso costante e ipnotico.

Il disco è idealmente diviso in due parti, la prima più pesante e psichedelica , la seconda più orientata su un rock acustico dai tratti fiabeschi (caratteristica questa, tipica Barrettiana che esploderà in pieno dei dischi solisti) che ha come vetta la conclusiva Bike, sorta di canzone pop dagli arrangiamenti subdoli e totalmente eterodossi che si conclude con inquietanti samples di varia natura.

In mezzo, come a separare, i nove minuti e mezzo di Interstellar Overdrive cuore di ogni concerto della band del periodo Barrett e manifesto della sua genialità. L’iconico riff iniziale dall’andatura cromatica si trasforma ben presto in un viaggio fatto di dissonanze, rumori, saliscendi di chitarre spesso fuori controllo in cui l’unico legame con la realtà è il basso pulsante di Waters, mentre le tastiere di Wright creano un substrato onirico inquietante scandito dal drumming tribale di Mason. La pesantezza sonora di questo brano è qualcosa di veramente inusuale per un’epoca che dovrà aspettare ancora un paio di anni per ascoltare gli “eccessi” di Led Zeppelin e Black Sabbath

Ufficialmente esistono due versione del disco, l’originale monofonica e quella stereo, che rappresentano due esperienze di ascolto abbastanza diverse. Quelle stereofonica in particolare perde alcuni dettagli del mix originale ma dona un ascolto destabilizzante specialmente nel missaggio della batteria di Interstellar Overdrive che si sposta da un canale all’altro, cosa non troppo dissimile dagli esperimenti di Miles Davis in “Big Fun

Dopo questo lavoro i Pink Floyd si reinventeranno diventando un gruppo totalmente diverso, affineranno molte delle intuizioni barrettiane e scriveranno pagine importanti della musica rock, influenzando generazioni a venire, ma per chi scrive “The Piper At The Gates Of Dawn” rimarrà un disco unico, inarrivabile, totalmente fuori dal tempo e dallo spazio. Ed io, personalmente, non posso che ringraziare.

 

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