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Pietre miliari

“( )”: I SIGUR RÓS e l’incomunicabilità della bellezza

Comunicare l’incomunicabile. Non è forse questa la sfida più insidiosa per gli artisti? D’altro canto, saltando a piè pari qualunque ginepraio circa la soggettività della percezione, la bellezza intesa come stato d’animo, incomunicabile lo è per sua natura. Sappiamo, sentiamo, avvertiamo che una determinata immagine, una combinazione di parole, un suono, suscitano in noi qualcosa. Smuovono le nostre emozioni, destano ricordi sopiti, ci fanno stare bene o magari male.

Ma in quanti sarebbero veramente in grado di restituire una descrizione fedele di quanto stanno provando senza sminuirlo? Sia ben chiaro, non sto parlando di analisi tecniche o processi chimici all’interno dei nostri corpi, no. Bensì della subitaneità con cui alle medie ti illuminavi quando vedevi la ragazzina che ti piaceva. Dell’esplosione di una curva al momento del gol. Del tuffo al cuore quando qualcosa va bene e non ci avresti scommesso un centesimo. Cosa c’entra tutto questo col disco tra parentesi dei Sigur Rós? Molto, direi. Ma procediamo un po’ con ordine.

Gli anni a cavallo tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio, furono determinanti per l’allora quartetto islandese, al fine di traghettare la propria musica aldilà dei ristretti confini nazionali. Attivi sin dal 1994, il successo di un album certamente non facile come “Ágætis Byrjun”, diede al gruppo la possibilità di calcare i palchi di mezzo mondo a fianco di band già affermate come i Godspeed You! Black Emperor e soprattutto i Radiohead, loro fan dichiarati.

Benché molte major si siano fatte avanti per metterli sotto contratto, i quattro hanno scelto di rimanere indipendenti, affidandosi di volta in volta e a seconda degli stati a una rete di piccole ma efficienti label. Fattosi il nome, si pose quindi la questione di cementarlo nell’immaginario collettivo, dando forma a un degno successore di quello che da più parti, era già stato etichettato come un capolavoro.

Il progetto iniziale era di allestire uno studio in una base abbandonata della NATO ma venne presto accantonato per questioni di praticità. La scelta ricadde quindi su una piscina dismessa, adibita per un certo periodo a galleria d’arte, nei pressi di Álafoss, suggestiva località situata nelle vicinanze di una cascata. Rinnovato il sodalizio con l’inglese Ken Thomas, già dietro al bancone mixer durante la lavorazione del precedente album, i quattro ripresero alcune idee abbozzate in tour e talvolta già proposte dal vivo.

L’immersione costante nella natura di uno degli ultimi angoli incontaminati del pianeta, si rivelerà parte integrante del processo creativo. La bruma mattutina, il sole che filtra tra i rami, le brezze dell’Atlantico, il verde lussureggiante, l’atmosfera malinconica e fuori dal tempo della loro terra natia, i suoi sprazzi pressoché perennemente innevati, verranno captati, interiorizzati e fissati su carta pentagrammata.

Durante le sessioni, un nuovo importante elemento donerà coordinate e humus creativo alla musica della band. Trattasi del quartetto d’archi femminile Amiina, da lì e per diversi anni imprescindibile sia per quanto riguarderà il lavoro in studio, sia per la dimensione live. Si procede quindi a comporre e jammare, a detta del cantante Jónsi, operando più per sottrazione che per aggiunta. Le partiture orchestrali vengono semplificate al massimo, l’elettronica ridotta a pochi campionamenti vocali risuonati col pitch alterato.

L’eliminazione più significativa sarà, però, quella delle parole dai cantati, sostituendole con pochi vocalizzi di un idioma inventato e battezzato vonlenska (letteralmente: speranzese, in inglese hopelandic). Le tracce verranno inoltre rilasciate senza titolo, incise su un cd bianco e corredato dal celebre artwork totalmente privo di crediti. L’impronunciabile titolo dell’opera sarà “()”.

Il 16 febbraio 2002, l’affezionato seguito dei quattro musicisti, viene colpito alla bocca dello stomaco dall’incontenibile carica emozionale di un piano elettrico. Il lento crescendo di una melodia soffusa e parole incomprensibili, praticamente sussurrate, culmina in un tripudio d’archi e falsetti sovrapposti. Così la nuova opera investe l’ascoltatore in tutta la sua disarmante e inafferrabile bellezza. L’anno successivo, ispirerà un videoclip delicato e poetico alla fotografa e regista italo canadese Floria Sigismondi, oggi alle prese con serie tv di successo come “Daredevil” e “American Gods”.

Sebbene la band riveli di avere lasciato le canzoni prive di titolo per incoraggiare l’ascoltatore a una visione personale guidata dalle sensazioni suscitate dalla musica, sarà solita riferirsi al pezzo chiamandolo Vaka, la primogenita del batterista Orri, il quale per l’occasione accantona fusti e piatti in favore delle tastiere. Il tema della purezza, dell’innocenza e dell’irripetibilità dell’infanzia è e sarà sempre centrale nella dialettica dei Sigur Rós. Non dovrebbe quindi stupire la giovanissima età delle nuove compagne di viaggio Amiina.

Un’altra presenza femminile imprimerà il proprio tocco alle nuove composizioni. Sarà nientemeno che la celebre connazionale Björk, sorta di “madrina” dell’ensemble fin dal disco d’esordio “Von”. In seguito a un’improvvisata in studio, le verrà chiesto di suonare il pianoforte sul terzo pezzo giusto poco prima di registrarlo.

“Penso che la nostra musica sia veramente semplice, anche un po’ ingenua. Ci piace guardare verso le aree più diverse, esplorare le cose, proprio come fanno i bambini”.

Immergendosi nell’ascolto di queste otto tracce senza titolo, è assai difficile non constatare come la loro (apparente) semplicità formale, fortemente incentrata sulla ripetizione quasi salmodica di un tema, variato giusto un istante prima della caduta nell’ossessivo (qualcuno stava pensando agli Swans?), non sia che l’involucro di una dimensione ben più sfaccettata.

Possiamo immaginare quei trenta secondi di silenzio tra il quarto e il quinto pezzo come il contenuto tra le due parentesi: dolce e sognante la prima, cupa e malinconica la seconda. Tra l’una e l’altra, tutto il bagaglio musicale del quartetto fa capolino: l’intensità interpretativa delle lunghe cavalcate post rock, il gioco sul filo della follia di certa psichedelia d’avanguardia, un occhio di riguardo alla musica sinfonica, un’elettronica talmente rarefatta da essere ridotta a mero dettaglio e ultime ma non certo per importanza, velleità squisitamente pop.

Potrei stare qui a parlare di questo disco una settimana senza stancarmi e anche così sono sicuro che tralascerei qualcosa. Lungi da me dare adito a facili luoghi comuni ma in questo caso, “un ascolto vale più di mille parole”. Il che visto il copioso numero di vocaboli speso finora, ci proietta per direttissima nella meravigliosa dimensione del paradosso la quale ci consente un’ultima riflessione sul quesito espresso in apertura: è possibile comunicare l’incomunicabile? Stando a questi magnifici settantuno e rotti minuti di musica, parrebbe proprio di sì.

Immutata nella sua impenetrabilità a oltre quindici anni dall’uscita, “()” rimane un’opera monumentale, tanto eterea da fare dubitare della sua stessa esistenza anche dopo infiniti ascolti e talmente elaborata nella sua essenzialità da lasciare basiti. Abbandonate qualunque preambolo e considerazione, ivi comprese quelle contenute in questo articolo, lasciando che sia la musica a suggerirvi come riempire lo spazio tra le due parentesi.

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