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MOGWAI: 22 anni sempre nello stesso bellissimo posto

Ben 22 anni dividono il nuovo album “Every Country’s Sun” dei Mogwai dalla loro formazione nelle fredde terre della Scozia. 20 invece ci separano dal debutto della band di Stuart Braithwaithe. 20 lunghi anni ed un sacco di hype che gonfia il petto di ogni singolo fan rimasto fedele ad un gruppo che più mutante non si può, che li accompagna all’uscita di questa nona fatica in studio. Nonostante la band non ci abbia mai lasciati a bocca asciutta, discograficamente parlando, questo nuovo album ce lo siamo sognato la notte, fantasticando su come sarebbe stato, sui suoni, sui titoli ogni volta sempre più assurdi.

Una fantasia pregna di curiosità che ha attraversato la mente di quattro ragazzi di Glasgow quando, per la prima volta, hanno deciso di varcare i confini del fantabuloso (seppur sempre morente sin dalla sua nascita) mondo del rock, sulla scia di tanti altri giovani fortemente annoiati dalla staticità di questa nazione immaginifica, fatta di eccessi che non appartenevano più loro e alla loro generazione, ben lontana dalle ustioni del declino del grunge, ma figlie dirette della distorsione di quei pionieri che pionieri non erano già più, molti morti artisticamente già sul finire dei ’90, altri che morti lo erano per davvero e alcuni che stavano per seguirli.

Così mentre oltreoceano i denti di molti digrignavano al suono del post coito dell’hardcore e dalla riscoperta, e distruzione, della materia jazzistica sull’altare di qualcosa di nuovo alla corte dei Tortoise, nell’orrore scientemente architettato di Gast Del Sol e Slint e nel vuoto wagneriano immerso nella neve del Canada dei Godspeed You! Black Emperor, da questa parte del globo, nel Vecchio Continente, si veniva a formare qualcos’altro, destinato a dare i natali ad una rivoluzione ben presto disattesa. Dagli altri, sia ben chiaro, perché i protagonisti indiscussi di questa ventata d’aria davvero fresca erano pronti a non ripetersi mai. Cominciamo dal principio.

TEN RAPID

Ma dicevano, i giovani di Glasgow, sì. Un anno prima del debutto su larga scala, le particelle di questo nuovo genere andavano a formare una serie di singoli che raccoglievano in giro per una mappa musicale immaginaria tutta una serie di indizi che tendevano a “spoilerare” (diremmo noi, ora) ciò che sarà e che, amalgamati, prendono il nome di “Ten Rapid”. Ogni singolo pubblicato in questi due anni scarsi di esistenza dei Mogwai ha una sua identità ben precisa. Isolatisi dalla lotta generazionale per la corona del britpop che imperversava nella Terra d’Albione negli stessi anni, i giovani virgulti del post-rock si diedero da fare per suonare come nessun altro suonava, al tempo, esattamente come i colleghi sparsi per il globo. 

I nove brani (e il ten del titolo già pare una burla, la prima di tante) racchiudono un divenire assurdo e al di là di ogni più rosea aspettativa, tanto che anche la stampa di settore inglese, sempre pronta a cacare su ogni nuova proposta musicale, si è dovuta piegare all’evidenza. Seppur ancora “lontani” i campi emotivi raggiunti in seguito, il disastro noise rock, shoegaze e post qualsivoglia cosa dà modo agli scribacchini britannici di perder loro stessi nel marasma di chitarre piegate ad uno scopo artistico e che fan sciogliere i cuori (NME ha davvero detto qualcosa di simile), “33 minuti che sembrano 33 ore” (ed è un complimento) e un mare di altri ottime parole spese totalmente inaspettate, per la media delle recensioni inglesi.

Il dualismo estremo che viene a crearsi tra i sentimenti imbevuti di lacrime che la band dipana in ogni singolo brano e la propria figura di veraci e sboccati scozzesi con una fortissima propensione per la presa per il culo comincia a prendere forma nelle interviste rilasciate alla stampa. Il proprio voler essere diversi non è una semplice posa, ma un’urgenza vera e propria, in tempi in cui i famosi 15 minuti di fama potevano essere davvero 15 e non 24 ore al giorno a causa del tessuto social venutosi a creare negli ultimi anni. Le dichiarazioni d’intenti dovevano essere forti e chiare perché non tutti potevano esprimerle, sia musicalmente che al di fuori dello studio di registrazione.

Stuart nel 1997 ebbe a dire ad un giornalista di NME: “Tutto è cominciato come una scusa per evitare di avere un lavoro ma si è evoluto in qualcosa un po’ più importante. Ora è una crociata.” Contro cosa? “Contro quelle persone che pensano di fare musica non perché la gente si meriti di sentirla ma perché vogliono la loro faccia sulle copertine dei magazines, perché vogliono essere famose e vogliono uscire le modelle. Che si fottano. Dovresti volere che il pubblico ascolti la tua musica per almeno 25 anni.

MOGWAI YOUNG TEAM

Mancano 5 anni al suddetto, profetico traguardo ma tutti siamo ancora qua ad ascoltare il debutto della band “Young Team”, e ancora oggi dà le stesse sensazioni della prima volta in cui lo si è ascoltato (per motivi anagrafici a me è capitato di sentirlo 3 anni dopo, ma tant’è). Di ingenuità non v’è traccia alcuna nei dieci brani che compongono questo piccolo capolavoro assoluto. La giovane età dei componenti del gruppo va a farsi fottere dinnanzi alla capacità di incuneare l’urgenza di cui sopra alla morbida classe melodica che serpeggia tra le varie composizioni, dando la misura di aver compreso appieno il proprio posto in un mondo in evoluzione, nell’anno di uscita di “Ok Computer” dei Radiohead.

Tutto il succo del discorso viene sciorinato in apertura di disco sulla opener Yes! I Am A Long Way From Home prima ancora che la musica faccia il suo ingresso in punta di piedi e lo fa attraverso le parole di Mari Myren, una ragazza di Bergen che aiutò il gruppo ad organizzare un tour in Norvegia, il primo al di fuori del proprio Paese: “’cause this music can put a human being in a trance-like state, and deprive them of the sneaking feeling of existing. ’cause music is bigger than words and wider than pictures. If someone said that Mogwai are the stars, i would not object. if the stars had a sound, it would sound like this. the punishment for these solemn words can be hard. can blood boil like this at the sound of a noisy tape that i’ve heard? i know one thing, on saturday, the skies will crumble together with a huge bang to fit into the tape.

[“Perché questa musica può portare un essere umano in uno stato di trance, privandolo della segreta sensazione della vita. Perché la musica è più grande delle parole e più ampia delle immagini. Se qualcuno mi dicesse che i Mogwai sono le stelle, non obietterei. Se le stelle avessero un suono, sarebbe questo. La punizione per queste parole solenni potrebbe essere dura. Può il sangue bollire in questo modo al solo sentire la rumorosa cassetta che ho ascoltato? Su sabato so una cosa: i cieli collideranno con un’enorme esplosione per stare nella cassetta.“]

Come obiettare ascoltando la strabordante odissea nello spazio gonfia di elettricità e violenza ottundente che è Like Herod, il delicato incedere post-hc bassocentrico di Katrien accompagnata da uno spoken word che, secondo il batterista Martin Bulloch, nient’altro è che Brendan O’Hareche dice stronzate sugli yeti o qualcosa del genere”. Sulla stessa falsariga della stupidità annegata in un contesto serio come non mai è Tracy, che vede Stuart e il bassista Dominic Aitchinson ordire un elaborato scherzo tramutandolo in telefonata litigiosa presto registrata e inserita tra le pieghe di una sezione strumentale porta dritta dritta nel cosmo più profondo, tra pad eterei e arpeggi diventati ormai il marchio di fabbrica del gruppo. E mentre la voce di Aidan Moffat degli Arab Strap trasforma R U Still In 2 It? in uno dei brani più delicati e romantici dell’intera discografia dei glasgoweiani, i 16 minuti e rotti di Mogwai Fear Satan incidono a fuoco in una lastra di ossidiana il futuro del gruppo, donandogli di default lo scettro di Re dei Crescendo e delle dinamiche che spezzano le ossa.

Nonostante l’indubbia bellezza dell’album, e gli ottimi riscontri da parte di pubblico ed addetti ai lavori, la band sembra non essere entusiasta al 100% del risultato ottenuto: “Siamo stati un po’ precipitosi con ‘Young Team’. Avremmo potuto lavorarci su per mesi e fare un album migliore” – asserisce Stuart in un’intervista del 1998 – “ma al tempo avevamo già un altro album pronto.” Gli fa eco Dominic: “Sì, siamo stati precipitosi, avremmo decisamente potuto farlo meglio. Non avevamo un buon mood e come ben sai quando le cose non vanno come vorresti tendi a volerle chiudere in fretta. […] Ma guardandolo ora alla fine non sembra essere così male.

COME ON DIE YOUNG

Giusto il tempo di un dischetto di remix (o meglio “re-workings”) con tanto di presenza eccezionale di mr. Alec “Atari Teenage Riot” Empire intitolato “Kicking Dead Pigs” ed eccoci, nel 1999, alla presenza del secondo capitolo “Come On Die Young”. Lasciandosi alle spalle la fretta di chiudere un capitolo difficile della propria carriera fatto di malumore e lotte intestine, imbarcando sulla nave il polistrumentista Barry Burns ed affidando alle sapienti mani dell’ex Mercury Rev Dave Fridmann la produzione del disco, i Mogwai sembrano rilucere di una nuova identità. A parlarne è Martin: “Non penso che Dave abbia cambiato qualcosa. L’ha semplicemente fatto suonare più ‘grosso’. Onestamente non penso che il nostro precedente album abbia reso particolare onore alle nostre canzoni. Siamo contenti, alla fine, di quei pezzi ma ‘Die Young’ suona meglio.

E ascoltando attentamente le iniziali Punk Rock (con tanto di sample preso da un’intervista al re del punk rock Iggy Pop) e la spettacolare Cody, diventata ormai un masterpiece del genere e un piccolo, grezzo, diamante shoegaze, ci si rende subito conto delle sostanziali differenze con “Young Team” soprattutto in termini di suono: “Abbiamo usato un sacco di roba digitale che non avevamo mai toccato prima d’ora, il che ci ha davvero aiutato, soprattutto nelle parti calme.” – continua Martin – “Su ‘Young Team’ se ascoltavi queste parti ti veniva da chiederti cosa cazzo stesse succedendo perché c’era troppo rumore.

I risultati si sentono nelle chitarre taglienti di Kappa, nei silenzi carezzevoli di Help Both Ways, Year 2000 Non-Compliant Cardia e Waltz For Aidan (sempre Moffat dagli amici Arab Strap) con il suo flauto assurdo piazzato tra un arpeggio e l’altro. Delle esplosioni disastrose dell’album di debutto non vi è quasi più traccia se non sul drill noise di Ex Cowboy e Christmas Steps ed è proprio questo a rendere particolare il tutto, ponendolo in una situazione di eterno equilibrio ed aspettativa disattesa, altro marchio di fabbrica dei ragazzi di Glasgow.

Sull’assurda e conclusiva Punk Rock/Puff Daddy/Antichrist fa la sua comparsa anche un trombone, oltre al nome del noto rapper statunitense, forse più famoso per le sue abitudini al di fuori della sala di registrazione che altro. Ma perché accostare il nome di Puff Daddy/P. Diddy ecc.ecc. alla figura dell’anticristo? Lo svela John Cummings: “Abbiamo dovuto separare il nome di Puff Daddy dalla parola anticristo per evitare ripercussioni legali. Ma sì, per quanto mi riguarda lui è l’anticristo. Non c’è niente di male nella musica pop. Ad esempio ‘Never Ever‘ delle All Saints è una canzone pazzesca. Potrei ascoltarla anche tutto il giorno, ma prendi ad esempio la canzone di Puff con il riff di ‘Kashmir’ [si riferisce a Come With Me, ndr]. Il riff stesso è l’unica cosa buona di quel pezzo. Puffy non aggiunge niente di buono al brano. Penso che mi dia noia sapere che tutti credano che lui sia un valido artista, che faccia i soldi, quando invece non è proprio niente di che. È offensivo.

ROCK ACTION

 

Con l’avvento del nuovo millennio è tempo anche per i Mogwai di tirare fuori il capolavoro vero dal cilindro. Il mondo della musica attorno al gruppo sta mutando ad una velocità impressionante. Il crossover sta trasformandosi in fretta e furia in nu metal, i pochi che si salvano (leggi Deftones) scelgono vie dettate proprio dai gruppi post rock in ascesa e dalla sempre più predominante ascesa dell’elettronica come vero genere “altro” di spinta. “Rock Action” nasce in un mondo segnato da “Kid A” dei Radiohead come manifesto del cambiamento e dall’affermarsi di nuovi eroi del post rock come gli islandesi Sigur Rós, freschi (o quasi) dell’uscita di “Ágætis Byrijun” e pronti ad investire tutti con l’album tra parentesi, dunque il compito di alzare la testa è tutt’altro che semplice.

Postilla: ai Mogwai piacciono Radiohead e Sigur Rós? Se dovessimo badare ad un’intervista del 2001 fatta al “nuovo” elemento Barry Burns potremmo rispondere ni, se non proprio no. Cominciamo dalla band di Yorke e Greenwood: “Ho un pensiero indefinito su di loro. Penso che il loro ultimo album, no, aspetta, non è l’ultimo, ‘Ok Computer’ sia un buon disco poiché strano e perché mostra un’evoluzione rispetto a ‘The Bends’. Ma penso che le loro cose nuove suonino come se volessero fare techno o qualcosa di simile. Sembra che non vogliano fare cose loro ma solo copiare ed incollare. Sono certo che non vogliano davvero copiare, ma alle mie orecchie suona tutto in questo modo e credo che anche altri nella band la vedano come me. È un disco difficile da digerire.

Ce n’è anche per Jonsi e compari (la domanda dell’intervistatore tirava in ballo anche i GY!BE, band apprezzata dai nostri): “Sì [ride], tutti ci copiano. Ci è arrivato un demo dei Sigur Ros tempo addietro e suonava esattamente come i Mogwai. Ora probabilmente vendono molti più dischi di noi. Hanno anche il loro studio in Islanda.

Ma torniamo a noi. Riconfermato Fridmann dietro al banco mix (affiancato da Tony Doogan), “Rock Action” prende forma e vede la partecipazione di un po’ di bella gente tra cui David Pajo degli Slint, con il quale durante Stuart ha condiviso il palco in solitaria durante quell’anno e Gruff Rhys dei Super Furry Animals donano la loro voce in ben due brani: il primo sull’ormai leggendaria Take Me Somehwere Nice, il secondo sulla morbidezza acustica di Dial : Revenge.

Chi invece non ha trovato posto tra le guest, per un soffio, è proprio Chino Moreno. Il frontman dei Deftones al tempo, durante un’intervista al solito NME, sembrò spendere buone parole per i nostri che non si fecero sfuggire l’occasione di avvicinarlo per proporgli una collaborazione: “Suonavamo assieme in qualche festival” – commenta il cantante – “e uno dei ragazzi dei Mogwai è venuto a parlare con me perché avevo detto in un’intervista che loro mi piacevano. Si è messo a parlare di musica ed è finita che mi hanno mandato una traccia su cui cantare. A me, capite, è la cosa migliore di stare in una band quando artisti che ammiri ti chiedono di collaborare. Sono veramente eccitato per questa cosa. Spero di non perdere la deadline.” Cosa che, probabilmente, è successa perché il brano non ha mai visto la luce, né sull’album, né altrove. Stuart, nel 2009, confessò di essere molto dispiaciuto per la cosa poiché il brano era per lui ottimo e vedeva, oltre a Chino, la presenza di Pajo e Matt Sweeney dei Chavez. Ammettetelo, vi rode tanto quanto rode a me di non poterla sentire, vero?

Nonostante l’assenza del buon Chino il disco viaggia ugualmente su gradi di bellezza inusitati persino per i cinque scozzesi. Più pop, forse, di sicuro molto molto più elettronico, meno ordinario per il genere in sé e, dunque, meno post rock che mai. Ci si perde nel marasma elettrostatico di Sine Wave e dei suoi vocoder alieni, lo splendore circolare dell’immensa You Don’t Know Jesus è in grado di portar via più di uno strato d’anima mentre 2 Rights Make 1 Wrong è silenzio che si fa allucinazione ed alienazione a livelli mai visti da queste parti, almeno finora.

HAPPY SONGS FOR HAPPY PEOPLE

I giovani scozzesi hanno ormai imparato a gestire la natura mutante delle proprie composizioni, assoggettando la propria capacità di passare da quiet a ultra-loud e non piegandosi per forza di cose a questa determinata fase. Così nasce, due anni più tardi, puntuale come le tasse e la morte, “Happy Songs For Happy People”, disco troppo spesso sottovalutato da molti ma che fa da ponte tra il passato e ciò che verrà di qui a poco più di 3 anni.

Le composizioni si fanno liquide, alla guida del suono rimane solo Tony Doogan, ormai parte integrante della storia del suono della band, mentre l’assenza di Fridmann, spiegano alcuni componenti della band, è dovuta solo al fatto che l’ex Mercury Rev è un padre di famiglia che non vuole lasciare casa sua per trasferirsi in Scozia per registrare, né più né meno.

L’album, composto e registrato nella più totale calma ed organicità, presenta ormai in pianta stabile brani provvisti di liriche vere e proprie, in questo caso affidate ai soli Cummings e Burns. Hunted By A Freak è il trait d’union con il disco precedente ed è anche la perla del lotto, Kids Will Be Skeletons e Golden Porsche mostrano ancor più scoperti i cavi dell’infestazione pop ormai scritta nel dna del gruppo, così come nel proprio codice genetico è scritta la potenza distruttiva dell’utilizzo delle dinamiche, come ben dimostra la spettacolare Killing All The Flies.

MR. BEAST

Come per tutti i pionieri di genere e le grandi band di tutti i tempi, arriva il momento anche per i Mogwai di firmare il punto più alto in assoluto della propria carriera. Questo zenit creativo prende il nome di “Mr. Beast”, un lavoro pieno zeppo di brani dalla caratura disastrosamente alta, intarsiato di melodie che hanno il potere di diventare immortali senza mostrare il minimo sforzo nell’esserlo di propria natura intrinseca.

È, a tutti gli effetti, il primo disco DAVVERO heavy della band sin dal “Young Team”, un disco in cui vengono a comporsi in un unico enorme totem di adamantio tutte le influenze sparse negli ultimi 2 album del quintetto e spinte fuori a forza 10 da un incrociatore stellare pervaso dall’elettricità. Nel press release della Matador Stuart ne parla in questi termini: “Amo la musica che ha ‘peso’, pur non suonando pesante. Se penso ad un album veramente ‘heavy’ mi viene in mente ‘Songs Of Love And Hate’ di Leonard Cohen esattamente come penserei all’ultimo album dei Sunn O))).

Ma di certo non è solo un’impressione la pesantezza di brani come la devastante Glasgow Mega-Snake, brano arcigno dalle fortissime connotazioni metalliche e in cui gli strati di chitarre portano prima a fondo e poi nello spazio aperto. Canzoni come questa, d’ora in avanti, avranno quasi sempre un posto nei lavori della band, quindi è un precedente importante. Auto Rock diventa per forza di cose uno standard post rock e, senza muoversi, intesse una rete melodica di valore immenso.

C’è spazio anche qui per le collaborazioni e a far visita ai glasgoweiani, questa volta, è l’ormai ex ugola di lacrime e sangue dei nipponici Envy Tetsuya Fukagawa che dona a I Chose Horses, il cui titolo è una citazione del calciatore Alan Rough (che è stato portiere dei Celtic e della nazionale scozzese) che disse “some players turn to management, I chose horses”, un manto ancor più anomalo, con lo spoken word del giapponese che si incunea perfettamente in pieghe melodiche di natura cosmica.

L’incursione nel mondo minimal di Acid Food porta l’excursus mogwaiano su altri lidi che vedranno la luce nel futuro prossimo del gruppo, mentre al proprio passato, soprattutto da fan dei Sonic Youth, porta la splendida indie-rock mazzata Travel Is Dangerous. La peculiarità di questa fatica in studio risiede soprattutto nel mettere in atto tutte le sperimentazioni prese in considerazioni finora e renderle reali e possibili con il solo utilizzo della propria strumentazione, scelta fatta giocoforza per l’impossibilità di portare strumentisti in più sul palco, e diventata ben presto l’impronta definitiva del disco.

SOUNDTRACKING

Nello stesso anno, il 2006, i nostri si ritrovano a comporre la loro prima soundtrack per il mondo del cinema, e lo fanno nel modo più spiazzante possibile componendo le canzoni che andranno a formare l’accompagnamento sonoro di “Zidane, A 21st Century Portrait”, pellicola del regista Douglas Gordon dedicata, per l’appunto, all’immenso Zinedine Zidane (dovrò mica dirvi chi è?).

L’ovvio interesse per gli scozzesi verso il calcio è solo una piccola parte della volontà di prendere parte al progetto. Dopo che Gordon ha chiesto loro di collaborare al progetto, e dopo soli 15 minuti di visione del film, i nostri accettano la sfida e si mettono al lavoro. L’improvvisazione diventa da subito un fattore imperante nella composizione dei brani che formano il disco e gli unici brani già precedentemente editi nel lotto sono la pazzesca opener Black Spider (proveniente dalle sessioni di “Rock Action” e conosciuta come Big E) e 7:25, scritta al tempo di “Come On And Die Young” ma abbandonata per il suo sound troppo simile a quello del primo album della band.

Un precedente, quello del soundtracking, che porterà ben presto i nostri a prendere parte ad altri progetti simili. “The Fountain” al fianco del Kronos Quartet e per la “regia” del compositore inglese Clint Mansell, “Les Revenants”, EP di musiche che accompagnano la serie tv francese creata da Fabrice Gobert e forse uno dei lavori migliori dei Mogwai in tal senso, “Atomic”, annoverato ormai come vero e proprio album, e dalla caratura altissima e, infine, il lavoro svolto alla corte di Trent Reznor ed Atticus Ross al fianco di Gustavo Santaolalla per il docu-film prodotto da Leonardo Di Caprio intitolato “Before The Flood”. Tutta roba di primissima qualità, dosata, controllata e sempre al di sopra delle righe della discografia regolare.

HARDCORE WILL NEVER DIE, BUT YOU WILL

Per quanto interessante, in una certa misura, e forte di almeno due brani forti e ben delineati, ossia I’m Jim Morrison, I’m Dead e Batcat, la prima forte della sua melodia di pianoforte infestante, la seconda dai muscoli d’acciaio cosparsi di benzina, “The Hawk Is Howling” non resta impresso per essere uno dei migliori lavori dell’ultimo periodo del gruppo, almeno dal mio miserabile punto di vista. Per tornare a volare davvero in alto si dovrà attendere il 2011 con l’uscita di “Hardcore Will Never Die, But You Will”.

Se l’album precedente portava con un sé un peso ed una chiusura che lo rendevano difficilmente digeribile, la settimana fatica in studio degli scozzesi porta la leggerezza ad uno stadio avanzato di malinconia cronica. L’idea di post-rock, sempre che ne sia rimasta traccia, è totalmente svanita nel nulla. Al suo posto una colata di influenze tra le più disparate e meglio assemblate che mai. Una su tutte il kraut rock.

È definitivamente un album influenzato dai Neu [per chi non lo sapesse sono stati una delle più grandi band kraut della storia, ndr] – chiosa Stuart in un’intervista – “Ci sono alcune band tedesche che adoriamo ed il loro sound ci è rimasto impresso.

A dimostrazione di ciò basterebbe l’opener White Noise, tutta giostrata sulle aperture di chitarra e su un pianoforte di cristallo, con tanto di esplosione finale da far rabbrividire persino le pietre. Mexican Grand Prix è un altro ottimo esempio, imperniata com’è su di un minimalismo elettrogenetico e un crescendo che prevede prima l’assenza di chitarre per poi introdurle quasi annegate dai synth. La ferocia distorsiva di Rano Pano non cede il passo e non si sogna nemmeno per un attimo di mettere da parte l’impianto melodico del gruppo, formandosi attorno ad uno scheletro freddo come il paesaggio urbano impresso sulla copertina del disco.

I titoli continuano ad essere di livello altissimo, in questo caso a troneggiare su tutti è You’re Lionel Richie. Il titolo nasce da una di quelle che chiameremmo “storie vere”, quando Braithwaithe, sbronzo come un’aquila, incontrò in un aeroporto il famoso cantante e gli disse “Tu sei Lionel Richie”. Tutto qui? Sì, tutto qui. La voce recitante, in italiano, ad inizio canzone, invece, parrebbe essere di tale Dr. Kiko, storico dj dell’All Tomorrows Parties ed amico della band.

L’album raggiunge vette viste solo su “Mr. Beast” e dimostra come i nostri siano pronti ad affrontare a testa alta la seconda metà di questi anni zero. Un cerchio si chiude, un altro si apre e grida a pieni polmoni, anche se l’ugola è certamente cambiata.

RAVE TAPES

Assolutamente non paghi della propria muta di pelle i Mogwai si apprestano a lasciare spiazzati, una volta per tutte, i loro fan di lunga data, perdendone alcuni, acquisendone molti altri. Per farlo scelgono di partire da mondi lontani e a dimostrarlo, prima ancora della musica, c’è l’artwork di “Rave Tapes”, che vede la luce nel 2013, ad opera del designer Dave Thomas. Quanto uscito dalla mente dell’artista sembra il sogno di una macchina di “Tron” sotto forte influenza di sostanze psicotrope, e dà la misura perfetta di quanto racchiuso nell’album, un misto di elettronica svalvolata, digressioni kraut, techno per Inumani e mostri fantascientifici.

È cominciato tutto con alcune idee mandatemi dai membri del gruppo” – spiega Thomas in un’intervista a Creative View – “alcune delle quali includevano artwork e scene tratte da vecchi film di fantascienza come ‘Phase IV’ di Saul Bass. Ho usato molto di questo materiale, ma l’ho fatto in modo la band lo sentisse come una cosa propria. Ho cominciato a giocare con questi elementi e sono tornato dai ragazzi con qualcosa che fosse a metà strada tra l’illustrativo-psichedelico e altro puramente imperniato su dei pattern fortemente geometrici. Inizialmente ho visto il tutto come molto monotono, ma la band voleva che fosse estremamente colorato di modo che il tutto sottolineasse a dovere il contenuto del disco.

Ed infatti l’artwork combacia pienamente con i brani che formano questo nuovo capitolo della band, fortemente influenzato tanto da Aphex Twin quanto dalle colonne sonore di John Carpenter. C’è un senso di stasi mai sentito prima, brani come Simon Ferocious (il cui titolo fa riferimento a come Freddy Mercury una volta chiamò Sid Vicious) e Remurdered stazionano tra sentimenti ad onde quadre, Hexon Bogon e le sue recrudescenze di chitarra fanno il filo ad una lama virtuale così come le arcigne sensazioni della ferina Master Card e nulla impedisce alla finale The Lord Is Out Of Control di essere una sensazione futuribile dei crescendo che dal 1997 accompagnano ogni uscita del gruppo.

PORTAMI IN UN BEL POSTO

Affrontare 22 anni così lunghi e frastagliati può essere difficile da digerire, ancor più difficoltoso da affrontare ma in un mare di staticità chi ha il dono della mobilità eterna, pur avendo il controllo assoluto dell’immobilità, ha la possibilità di commuovere gli animi umani. È ciò che contraddistingue i Mogwai, che da giovane team di imberbi piloti di un’astronave nuova e sfavillante sono diventati capitani di un’Arcadia che di nulla di cura nel suo viaggio. 

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