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Zola Jesus – Okovi

2017 - Sacred Bones Records
elettronica / dark wave / pop

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Tracklist

1. Doma
2. Exhumed
3. Soak
4. Ash To Bone
5. Witness
6. Siphon
7. Veka
8. Wiseblood
9. NMO
10. Remains
11. Half Life


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Cos’è successo alla strana luce che scaturiva dalla Zola Jesus di “TAIGA”? Quella rinnovata volontà di rifuggire il buio annegandolo in un sole pallido ma abbastanza luminoso da scaldare i suoi algidi precedenti? Io credo che sia ancora qui da qualche parte ma che un’oscurità latente abbia colmato un vuoto che la nuova vena simply pop di Nika Roza Danilova non riusciva a riempire.

Okovi”, lungi dall’essere uno sterile ritorno al passo, è un importante passo in avanti al punto che potremmo definirlo come il fantomatico “disco della maturità” al quale tutti anelano, spesso con scarsi risultati. La capacità di ZJ di portare a compimento quanto iniziato con il bellissimo “Conatus” prende forma definitiva in questa quinta fatica in studio riportando in auge elementi molto cari a quel particolare capitolo della discografia di Nika.

La prima avvisaglia di tale perfezionamento e ripresa del discorso troncato con l’album del 2011 è il ritorno alla corte di Sacred Bones dopo il breve approdo alla Mute, già questa una dichiarazione d’intenti di una certa rilevanza. Siamo alle soglie di un disco che mi sbilancerei a definire pop futuristico dalle tinte imperturbabilmente dark rischiando anche di prenderci al 100%.

A riprova di tale asserzione troviamo brani come l’incantevole Siphon foriera di un movimento lacrimevole e debilitante nonché il crescendo emotivo della spettacolare Half Life che fonde un’anima elettrificata ad un memorandum classico moderno da far accapponare la pelle. Il forte trait d’union con l’universo della musica classica/lirica si palesa su Ash To Bone, pezzo che accomuna Nika alla Björk più pulita e meno sperimentale degli ultimi anni. Gli archi non sono qui soltanto accompagnamento e delicatezza ma anche aggressività e assalto frontale, come ben dimostra la devastante Exhumed in cui il proverbiale minimalismo zolajesusiano lascia spazio ad una base muscolare e feroce che lascia stesi sul pavimento. Più classy è invece l’elettronica flebile della seppur epica Soak, momento più che mai vicino al verbo synth-pop dell’intero lavoro.

L’evoluzione dell’impianto sintetico e l’apporto dei collaboratori che si avvicendano tra le pieghe dell’album – il collaboratore di lunga data Alex DeGroot, il fenomeno dell’electro alternativa WIFE, il violoncellista Shannon Kennedy e il percussionista Ted Byrnes – diventa giocoforza erculeo nell’economia dei brani e spazza via il solito immobilismo che troppo spesso è stato l’unico punto debole (sempre che così lo si voglia intendere) nelle produzioni della nostra che dal canto suo ha reso ancor più invincibile il suo lirismo vocale. Tra i due mondi di ZJ si pone impietosa la house infected Veka sulla quale vanno a formarsi cattedrali ipnotiche ed industriali e sguaiate distruzioni melodiche che in più di un punto ci avvicinano al mondo della garage UK di Burial.

Wiseblood annienta senza pietà alcuna ogni tentativo di allontanarsi dal mondo del pop su scala mainstream bruciando tutti i dischi che stazionano sulla medesima lunghezza d’onda in uscita in questo periodo al punto che non mi stupirei di sentirla in heavy rotation in radio. Stesso discorso vale per l’immensa Remains, lugubre zuccherino imperniato su una base minimal d’n’b di natura marziana il cui piano preparato riprende senza vergogna certa dance di stampo europeo degli anni ’90.

La prepotenza emozionale di “Okovi” è punto chiave della forza immensa che può scaturire dalle corde invisibili di un’anima che dal gelo trae potere invitto. Zola Jesus ha finalmente preso pieno controllo della rara capacità di rendere le melodie eterne senza incespicare nemmeno per un istante nel vergognoso paraculismo che imperversa nelle frange più alternative del pop, pur parlando la medesima lingua. 

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