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Led Bib – Umbrella Weather

2017 - RareNoise Recordings
modern jazz

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Tracklist

  1. Lobster Terror
  2. Ceasefire
  3. On the Roundabout
  4. Fields of Forgetfulness
  5. Too Many Cooks
  6. Women’s Power
  7. Insect Invasion
  8. At the Shopping Centre
  9. Skeleton Key to the City
  10. The Boot
  11. Marching Orders
  12. Goodbye

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Una batteria. Un basso. Due sassofoni. Una tastiera. Mh… Sembra Rock. No, aspetta. Ma questo è jazz! Certo. Ovvio, ci sono i sassofoni poi! Però ora sembrano i Led Zeppelin! Un attimo, ho bisogno di un bicchiere d’acqua ed iniziamo.

Anno 2003. Mark Holub fonda i Led Bib insieme ad altri quattro eclettici musicisti, consapevoli di voler far incontrare influenze come Miles Davis, Pink Floyd, Frank Zappa. A quattordici anni di distanza ecco il loro ottavo album, intitolato “Umbrella Weather“. La formazione londinese incarna, ancora una volta, lo spirito della contaminazione nella sua più pura accezione: un coinvolgente e tumultuoso fluire di ritmo ossessivo e momenti di assoluta libertà.

Il suono e le sensazioni non filtrate sembrano essere i protagonisti di ogni racconto in questo disco coraggioso. Ogni brano è un paesaggio che lascia spazio solo a rappresentazioni ora malinconiche, ora frenetiche. Tra le atmosfere free jazz a-là Ornette Coleman di Lobster Terror e Insect Invasion, il prog di On The Roundabout, Women’s Power e Skeleton Key To The City, troviamo il rock nel suo migliore impatto primitivo, che avvalora la libertà di espressione di questa insolita formazione. Un ruolo importante è svolto dalle tastiere di Toby McLaren, che fanno anche da collante a molti fraseggi acidi tra i sassofoni di Pete Grogan e Chris Williams.

Se le melodie ostinate e frenetiche, quanto evocative ed oniriche, sono uno dei tratti caratteristici dei Led Bib, il basso di Liran Donin rappresenta non solo scheletro di ogni brano – incastrandosi in maniera raffinata ai ritmi batteristici di Mark Holub – ma anche parte del tessuto armonico che è arricchito dal suo playing e le sue sonorità, non più legati ai cliché dello strumento ma alla sperimentazione avanguardista ed al dialogo tra periodi musicali agli antipodi. Tra riff chitarristici post rock e vamp perpetui, il quintetto inglese trova un altro modo di svincolarsi dalle convenzioni.

Come può chiudersi un disco così psichedelico? Con Goodbye, una ballad che si evolve nel giro di pochi minuti in una corsa affannata verso la fine. Intensi assoli di sassofono, ritmi scatenati, caos apparente. Si spengono le luci. Forse è tempo di evitare questa pioggia di musica sterile che ci bagna ogni giorno. Forse è tempo di aprire gli ombrelli.

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