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Wolves In The Throne Room – Thrice Woven

2017 - Artemisia Records
black metal

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Tracklist

1. Born From The Serpent's Eye
2. The Old Ones Are With Us
3. Angrboda
4. Mother Owl, Father Ocean
5. Fires Roar At The Palace Of The Moon


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Finora i fratelli Weaver erano stati in grado di svecchiare e rendere emotivo un genere che da tempo aveva mostrato l’intenzione di voler mutare progredendo verso altri lidi, sferzato da forze non più così occulte come invece era toccato alla sua nascita. Certo non sono stati né i primi né tantomeno gli unici ma lo han fatto con una tale bravura da far gridare a molti (sottoscritto compreso) al miracolo, nella fattispecie con l’ultimo “Celestite” nel quale i nostri avevan saputo liberarsi dal giogo del nero metallo per involarsi in un altrove cosmico.

Messe da parte le tute spaziali e rispolverato il chiodo “Thrice Woven” segna un ritorno al passato con tutti gli inconvenienti del caso, primo su tutti la terrificante registrazione rigorosamente lo-fi che tanto piace ai petulanti fan più TRVE dei quali mai ci libereremo. La confusione regna sovrana all’interno di questo nuovo lavoro in studio della band statunitense al punto che il tutto sembra essere stato lasciato volontariamente a metà o fatto tanto per svecchiare la scaletta live. “Incidiamo un album? Ma sì, dai”.

La costante/costernante presenza del fastidioso blast beat, per di più suonato “male da Dio” (cit.), riesce a rendere inefficaci le sempre ottime texture melodiche di chitarra. Ci si sono messi d’impegno Aaron e Nathan a buttare nel cesso intere architetture emotive e a mandare in vacca canzoni dal forte potenziale con il solo inserimento di una fucilata di batteria piazzata totalmente a caso. Nel giro di cinque brani riescono nell’intento una quantità incredibile di volte.

Non bastano la bravura e l’estro di Anna Von Hausswolff a salvarci dal baratro dell’inutilità dipinto sullo sfondo dell’opener Born From The Serpent’s Eye né dallo stucchevole folk di Mother Owl, Father Ocean, nemmeno l’insert roots di Steve Von Till in The Old Ones Are With Us – che rimane il brano migliore dell’intero lavoro – porta un po’ d’ossigeno in cantina. Non basta neanche la parte centrale di Angrboda, capace di riportare alla mente gli elementi -gaze e kraut che sembrano ormai essersi persi per strada. Non parliamo poi degli estenuanti 11 minuti di Fires Roar In The Palace Of The Moon nei quali tocca trangugiare l’intero catalogo dei cliché black metal. Ok la retromania ma non siamo nel 1992. Se avessi voluto ascoltare un disco di black metal primordiale avrei tirato fuori i Darkthrone, per la puttana.

Ho provato più emozioni nell’ascoltare il nuovo singolo dei The Rasmus che sorbendomi quest’ultima fatica in studio dei cari Wolves In The Throne Room. Propongo di mandar loro in visita Antonio Razzi. Il perché mi sembra ovvio.

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