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PRIMUS: tre viandanti sul mare di fango

PRIMUS ARE PRETTY DAMN WEIRD

If you’re a big Residents, Zappa or Captain Beefheart fan, Primus is tame. If you’re a Bon Jovi fan, Primus is pretty damn weird.” Come non essere d’accordo con le parole di Leslie Edward Claypool? Ora, forza, chi di voi è un fan di Bon Jovi? Alzate quelle cazzo di mani, tanto non vi vedo. Tutti gli altri, beh, tenete pure giù chele e tentacoli, intanto vi si vede anche da qui, luminosi al buio come siete.

A.D. 2017 e siamo ancora qui a parlare dei Primus e, fino almeno a 7 anni fa, non ci avremmo scommesso un penny. “The Desaturating Seven” sta atterrando e segna il ritorno tutt’altro che in pompa magna del trio che ha dato origine a tanta weirdness che ha sconvolto la musica altra a cavallo tra fine anni ’80 e per tutto il resto dei Nineties. Timothy W. Alexander è tornato già da un pezzo, reduce da diversi interventi al cuore, mentre Reid Laurence LaLonde non se n’è mai andato.

La fine degli anni ’90 del secolo scorso ha colpito duro molte delle band che in quegli stessi anni hanno cavalcato l’onda del successo, anche commerciale, pur proponendo ad un grande pubblico ormai in overdose da plastica e starlette da quattro soldi dischi che di umano e lineare hanno ben poco. E mentre tutti quanti i metallari della nuova leva si erano girati ad osservare il pianeta hip hop che entrava nell’orbita dei propri sistemi chiusi, i Primus – assieme ai Tool – hanno ridefinito il concetto di crossover forgiando nel fuoco della stramberia un nuovo modo di intendersi alternativi.

In quel momento, la musica alternativa era una sorta di definizione ampia del termine alternativo. “ – precisa Les in un’intervista – “Era alternativo a ciò che era popolare al tempo. Non lo era fintanto che molti dei nostri coetanei non sono diventati estremamente popolari tanto che l’alternative music è diventata pop music.

Thrash metal, funk, outsider music, testi di zappiana memoria, piaceri visuali vicini al circo residentsiano, black humour, cinismo e una sana dose di autoironia tutti mescolati in un’unica, devastante soluzione.

SALSA DI MOSTRI

Mr. Claypool imbraccia il suo strumento per la prima volta a 15 anni ed ha subito in mente ciò che andava fatto, anche in assenza di attrezzatura adeguata: “Il basso ha solo quattro corde e io pensavo fosse facile da suonare. Mi sedevo davanti alla televisione e mi allenavo. Non avevo un amplificatore ma ho sviluppato molta destrezza.

L’influenza maggiore che il giovane Leslie fa sua è quella del Dio del Funk e dello slap Larry Graham: “Ci sono poche persone che sono eccelse nel suonare il basso funk, Larry Graham è una di quelle. Mi ricordo di avergli visto mesmerizzare l’intera platea dell’Oakland Coliseum. È stato prima che avessero i microfoni portatili e tutta quella roba wireless. Il palco era tutto bianco e rosso e Larry è uscito con questo completo satinato bianco e un grande cappello a tesa larga. E senti questa: si portava dietro il microfono su questo enorme basso bianco. Se ne andava su e giù per il palco e rappava col pubblico. Non dimenticherò mai come picchiava sulle corde. È stato incredibile!

A 18 anni si unisce ad una band che suona in alcuni locali da biker per suonare vecchi pezzi R&B ma non gli basta, ovviamente: “Non c’era niente là fuori a parte un sacco di merda quindi ho deciso di iniziare qualcosa di mio.” Così assieme a Todd Huth e al batterista Jay Lane forma i Primate, monicker durato giusto un mese trasformandosi ben presto in Primus. Tempo di un paio di demo (tra cui “Sausage”, nome che tornerà sotto forma di side project qualche anno più tardi) e i due abbandonano la nave.

Archiviata la prima incarnazione del malanno Les va alla ricerca di nuovi compagni di viaggio trovandoli nell’ex chitarrista di Possessed e Blind Illusion LaLonde e nel batterista dei Major Lingo Alexander. I due sembrano i candidati perfetti a dar appoggio all’irruenza micidiale della propria micidiale machine gun bassistica: “Ho conosciuto Larry jammando con questa band metal in cui suonava. Nel mentre, facendo delle audizioni, abbiamo incontrato Herb che ha spazzato via tutti. Si è creata una chimica tra noi tre che suonava come avrebbero dovuto suonare i Primus, anche se in maniera differente da quel che sarebbe stato. Ero nervoso come pochi durante il nostro primo show, ma i nostri fan dell’epoca ci hanno accettato per quel che eravamo.

Suonavo in questa band death metal quando avevo 15 anni.” – racconta Ler – “Ho iniziato a suonare la chitarra quando ne avevo 12 ed era tutto un ascoltare Van Halen, Ozzy, Iron Maiden, e probabilmente è ancora così, ma il tutto si è presto tradotto nella voglia di cercare di spingere il metal ben oltre, e così sono passato al death. Ho sempre adorato l’idea di trovare nuovi generi musicali da adattare alla chitarra e questo mio modo di vedere le cose si è trasformato nell’intento finale dei Primus.

LaLonde è preso in contropiede al primo ascolto di una demo del progetto di Claypool: “Non sapevo davvero che cazzo fosse. Vivevamo nella stessa città e un mio amico mi ha passato la loro cassetta, che era la cosa divertente dell’epoca. Ho sentito un sacco di band per la prima volta su musicassetta – tutte registrate in modo merdoso ovviamente – tipo i Red Hot Chili Peppers ed i Jane’s Addiction ed ho pensato che quelle band fossero terribili. Deve essere successa la medesima cosa coi Primus ma un paio di mesi dopo ero nella band.

SUCCHIA QUESTO

I tre contattano una serie di major label, tra cui la Geffen che in questi anni sta buttando fuori la creme della succitata scena alternativa, non ottenendo alcuna risposta soddisfacente dunque l’unica via possibile sembra essere quella del fai da te. Lo spirito del DIY guida Les verso la creazione di una propria etichetta chiamata Prawn Song. La neonata label quindi pone la firma sul primo vagito del gruppo intitolato “Suck On This”, album rigorosamente live e low budget, essendo costato al padre del bassista “solo” 3.000 dollari. La dimensione live è di gran lunga quella in cui il gruppo si trova più a suo agio e lo dimostra sin dagli inizi della carriera. Ad ascoltare l’album, la cui scaletta contiene brani che finiranno poi nelle successive fatiche in studio, pare che i tre suonino assieme da almeno dieci anni, almeno.

 

John The Fisherman è uno schiaffo in pieno volto anche per gente abituata a Red Hot o Jane’s Addiction dell’epoca e che porta all’orgasmo tanto i fan di Funkadelic che quelli di Zappa. Tommy The Cat ha ben poco della classe che dimostrerà nella versione in studio, piuttosto fa rizzare i pelli sul collo per il suo groove infettivo e la capacità aliena di Claypool di slappare alla velocità del fulmine e rappare (sì, proprio come Larry Graham) ferocemente ballando sugli strumenti dimostrando come non solo la tecnica bassistica sarà l’elemento chiave del gruppo negli anni ma anche le foliès vocale del wannabe pescatore di Richmond.

Ho preso giusto qualche lezione per prendere confidenza con il microfono.” – ammette Les – “Ma mi sembrava di essere un pessimo Johnny Rotten, era Public Image Ltd. Sono migliorato ma nemmeno così tanto. Avevo scritto tutti questi testi ed ho provato a darli a qualche cantante che conoscevo ma volevano tutti fare i Sammy Hagar della situazione. Nessuno riusciva a renderli come li immaginavo.

Herb fa il diavolo a quattro mettendo in mostra tutto il proprio amore per Neil Peart mentre gli insegnamenti di Satriani giovano al giovane Ler che si dimostra essere tra i più atipici chitarristi in giro al momento, portando da queste parti tutta la violenza metal delle proprie origini, come dimostra la furente Pudding Time.

Il pubblico reagisce positivamente, il disco vende abbastanza bene. I tempi sono decisamente maturi per entrare in studio e confezionare un debutto in piena regola.

PADELLE ROVENTI

Mentre nel mondo imperversa l’ondata grunge fatta di downtempo e depressione i Primus non ne hanno per la quale di seguire la corrente e si chiudono in studio – grazie ai soldi guadagnati con le vendite di “Suck On This” – sul finire degli anni ’80 pronti ad entrare nel nuovo decennio a piedi uniti. “Frizzle Fry” esce nel febbraio del 1990 e a farsi carico dell’uscita è la Caroline, etichetta che al tempo si curava, tra gli altri, dei Bad Brains, ed abbastanza indipendente da non imbrigliare in alcun modo l’estro creativo dell’allegra brigata.

Le liriche strampalate di Les diventano un elemento imprescindibile del corpus primusiano e attingono a piene mani dalla controcultura statunitense: “Sono sempre stato favorevole allo storytelling. Sono un amante di Charles Bukowski e di Gene Shepard, autori molto vari e coloriti, e tendo a riflettere questa cosa quando scrivo. Non mi considero un bravo cantante, preferisco piuttosto considerarmi uno cantastorie, è più nelle mie corde.

Non si è persa un’oncia della furia live dimostrata su “Suck On This” e l’opener To Defy The Laws Of Tradition, vera e propria dichiarazione all’immobilismo culturale degli Stati Uniti, è lì a dimostrarlo. Il blacksabbathismo frizionato e sfrigolante di rabbia di Too Many Puppies, lo sfottò ultra funk metal di Mr. Knowitall, le mortali iniezioni progadeliche dell’elefantina title track, le escoriazioni outsider beefheartiane di The Toys Go Winding Down che finiscono ben presto ingurgitate nel metallo fuso e l’allegra heavy demenza di Harold Of The Rocks danno la misura di una band già estremamente matura per essere all’effettiva prima prova in studio. Da rimanerci secchi, insomma.

La nave ha appena lasciato il porto e si appresta ad affrontare un caldo mare di formaggio. La ciurma si erge dritta sul ponte dell’imbarcazione, per nulla timorosa di spingersi ancora più in là.

CAPITANO, OH MIO FORMAGGIOSO CAPITANO

Non passa nemmeno un anno che il trio è pronto a tornare tra le mura insonorizzate dello studio di registrazione a dar un seguito a “Frizzle Fry”. Abbandonata la Caroline in favore della Interscope (al tempo affiliata della Warner) che mette a dispozione della band un budget superiore. A far la differenza su “Sailing The Seas Of Cheese”, album che consacra in via definitiva il combo nell’olimpo degli stramboidi e come astri nascenti del cosiddetto “alternative metal”, è proprio il cambio quasi repentino del suono generale. Ricordo che anni fa, non mi ricordo nemmeno su che rivista, lessi il buon Claypool definire questo album come un “disco fondamentalmente thrash metal” anche se altrove il bassista si è sentito di definire la sua creatura come “progressive freak-out music” o ancora “alternative polka”, cosa che probabilmente farebbe felice Weird Al Yankovich.

I Primus sono una di quelle tipiche cose a cui non puoi puntare contro il dito per poi definirle. Quante volte ho sentito la gente tentare di categorizzarci. Semplicemente non è possibile.” – chiosa Les – “Le persone me lo chiedono di continuo: che io stia scendendo dal palco o che sia dal ferramenta, appena qualcuno scopre che sono un musicista mi chiede che genere di musica io faccia e io mi ritrovo a rispondere ‘non ne ho idea’. Non so davvero cosa diavolo sia.

L’album è, checché ne dicano gli stessi diretti interessati, il lavoro che meglio definisce il verbo della band, dimostrano la volontà del gruppo di portare le proprie composizioni verso un altrove sempre più obliquo ed indefinibile. Persino le liriche diventano in qualche modo più crude, alzando l’asticella del sense of humour claypooliano a livelli di cinismo ed oscurità prima non così definiti (basti pensare che Jerry Was A Race Car Driver è un brano su un tizio che prima si sbronza e poi va a schiantarsi con l’auto quasi volontariamente). La vetta è alta anche dal punto di vista delle vendite sicché solo nel ’93 diventa disco d’oro mentre nel 2001 ottiene il platino. Un traguardo niente male se contiamo il fatto che il lavoro di cui stiamo parlando è tutto tranne che un prodotto commerciale in senso stretto.

Spunta la versione in studio di Tommy The Cat, apparsa nell’album dell’89 e a fornire la voce per questa esemplare lezione di funk assassino ed extreme storytelling da far impallidire il più impavido dei rapper è nientemeno che Tom Waits, l’anomalo per eccellenza, il re della outsider music, il fantasma del sabato sera e via dicendo, primo passo di un sodalizio con il trio che durerà a lungo anche nella carriera dello stesso zio Tom che se li porterà in studio per svariati tra i suoi (migliori) album.

Ma le sorprese non sono finite qui. Sulla reprise di Here Comes The Bastards posta in fondo al disco ed intitolata, giustamente, Los Bastardos fa capolino un bell’ensemble di stronzi tra cui figurano Mike Bordin dei Faith No More, Bryan “Brain” Mantia, l’ex Todd Hunt, Marc Haggard dei M.I.R.V. (band della scuderia Prawn Song), l’artista visuale Adam Gates e un paio di altri personaggi misteriosi: “Su quel pezzo avevamo 3 batteristi, 5 chitarristi e 3 bassisti e ben 5 differenti cantanti tutti in una volta!” – racconta Claypool – “è stata tipo una jam di 15 minuti dei quali sono stati editati solo due e mezzo.” Gli fa eco Ler: “Quella è stata la prima volta che qualcuno dell’etichetta è venuto a vedere come andavano le cose in studio e noi avevamo circa 20 tizi che facevano tutto ‘sto casino e bevevano birra. La seconda volta, invece, Les stava suonando un clarinetto e io un banjo. Che roba stramba!

I brani si susseguono a suon di sberle a destra e manca tra le marzialità di Sgt. Baker, lo spaccato delle realtà suburbane statunitensi della sghemba American Life, il missile elettrico di Jerry Was A Race Car Driver (con tanto di sample tratto dal film “The Texas Chainsaw Massacre 2”), le sensazioni weirdos di Sathington Waltz (roba da “Apocalypse Now!” secondo Les) e le batoste metalliche di Those Damned Blue-Collar Tweakers, brano che sembra prendere di mira la classe operaia americana (blue-collars, per l’appunto).

Proprio su questa canzone in particolare viene spesso interrogato il frontman che ha modo di togliersi d’impiccio una volta per tutte: “Sono nato in un sobborgo nell’East Bay, un ambiente rurale e prettamente redneck e sono cresciuto nella parte operaia della città. Mio padre era un meccanico, entrambi i miei zii erano meccanici e pure mio nonno era un meccanico. Questa canzone non è affatto dispregiativa in tal senso. Parla molto di me. Un tweaker è una persona strafatta di metanfetamine. È un riferimento ad un tizio che dava lo stucco alle pareti e di come si portava a casa la giornata sniffando speed per stare in mezzo ai ragazzi più giovani.

Nessuna critica sociale, insomma, solo un’altra storia di vita quotidiana in quel degli Stati Uniti più nascosti e marci, quelli di Beavis And Butthead per intenderci, lontani dai fasti delle grandi città o dalle scene musicali creatrici di miti spacciati per antagonisti ma perfettamente inseriti nel sistema. Il degrado visto dall’esterno e narrato con lucidità, trascendendo i concetti espressi dagli scrittori della Beat Generation.

L’anno si chiude in bellezza con i Primus invitati ad aprire i concerti del tour congiunto di Anthrax e Public Enemy, dei quali i nostri sono grandi fan. Forse uno dei momenti più importanti nell’abbattimento delle barriere di genere della musica altra nel mondo, senza se e senza ma. La sete è tanta, a questo punto delle cose, quindi è il caso di stappare una bella soda di porco.

BENVENUTI NEL NOSTRO MONDO

Dopo un EP intitolato “Miscellaneous Debris” contenente cover di band e artisti a cui il trio ha più volte dimostrato una sorta di devozione (Pink Floyd, Peter Gabriel, XTC, The Meters ma, soprattutto, The Residents) arriva il 1993 e con esso un nuovo lavoro. “Pork Soda” sposta ulteriormente le coordinate della band allontanandosi ancora una volta da ciò che è stato, questa volta in maniera quasi del tutto definitiva. Se a dettar legge è sempre la devastazione bassistica su questo album in particolare a mettere definitivamente fuori la testa sono Ler ed Herb.

In particolar modo l’ex Blind Illusion da qui dimostrazione di quanto folle possa essere il suo modo di incastrare melodie acide e fuori fase sull’impossibile sezione ritmica, motore e cuore del gruppo. A parlare di questa alchimia e del ruolo di LaLonde è Herb: “Dal punto di vista compositivo io e Les mettiamo assieme un sacco di idee di base. Partiamo e tiriamo dritto finché il brano non è concluso soltanto jammando e riordinando le idee. Poi Larry piazza questa sorta di ‘extra layer’ sulla canzone. Io e Les siamo parecchio intricati.

L’indiscutibile classe di LaLonde sta proprio nel trovare una via al di sopra del labirinto ritmico fuori fase dei suoi bandmates ed è una dote che in pochi hanno e, data la situazione particolare del nostro caso, forse si tratta di un unicum. Anche Satriani spende ottime parole sul suo allievo: “Larry era uno studente davvero motivato, decisamente portato per la chitarra. Quando l’ho incontrato per la prima volta era come Kirk Hammett e Alex Skolnick, la loro generazione ha davvero inventato l’idea di thrash metal. […] Al tempo Larry suonava con i Possessed e poi è passato ai Blind Illussion e successivamente ai Primus. Era un musicista davvero eclettico, veramente formato su tutte le declinazioni di rock e blues. Semplicemente fantastico. Chi lo conosce per il suo lavoro coi Primus rimarrebbe sorpreso nel sapere quanto sia quadrato come chitarrista. Solo che Ler ha un’idea davvero unica di intendere la musica. Secondo me quando è entrato nella band si è sentito a casa. Un posto speciale in cui esprimere se stesso.

Il disco si rivela quindi essere un vero e proprio lavoro di rottura, con un’attenzione particolare sulla spazialità del suono: “Abbiamo messo assieme un sacco di merda” – ammette Les – “Penso che molta della ‘looseness’ di questo lavoro sia derivata dal fatto che quand’è arrivato il momento di entrare in studio avevamo solo metà delle canzoni scritte. Così abbiamo portato la nostra strumentazione in sala prove e ci abbiamo dato dentro. Molti dei brani sono semplicemente delle jam session, roba tipo Hamburger Train, per intenderci. Funzionava così bene che l’abbiamo usata. Non avevamo una vera e propria deadline e siccome non stavamo spendendo zilioni di dollari per registrare abbiamo pensato che fosse materiale ottimo da utilizzare.

Per Herb “Pork Soda” è la perfetta colonna sonora per un un film Disney. Film di cui la band va ghiotta, come dimostrano le frequenti spedizioni di Les e Ler a Disneyworld e l’amore per il primo nel creare personaggi assurdi come Mud, Bob, il ragazzo della natura, Jerry, John e via dicendo.

La quantità di storie ambigue e viscerali che se ne vanno a zonzo nel giro di 15 brani rendono onore alla definizione di Alexander: l’ormai immortale hit My Name Is Mud con la sua peculiare ed unica dicotomia psicolabile basso/batteria e la chitarra che spazia e sfonda le barriere, l’osceno funk sotterraneo figlio infame di Waits di Welcome To This World, l’impossibile giro di basso stralunato di DMV, le montagne russe marziane della folle Nature Boy, un vero e proprio pugno di piombo sui denti. L’ubriachezza psych della title track pone invece le basi per molte delle composizioni future del gruppo, Mr. Krinkle porta alla luce allucinazioni waitsiane portate in palmo di mano con il contrabbasso stuprato mediante archetto.

Un vero viaggio nella mente malata e collosa di un kaiju dalle fattezze di gigantesco porco pronto a divorarsi la provincia più oscura degli States che li porta ad entrare in classifica stupendo, per l’ennesima volta, ogni singolo componente della band e che li vedrà allegri condividere un tour con i propri eroi/amici Rush.

WYNONA, REGINA DEI PACHIDERMI

Non tutti i fan dei Primus, interrogati su qual che sia il loro album preferito, risponderà subito “Tales From The Punchbowl”. Nemmeno io lo farei. Ciò non sminuisce l’importanza di alcuni dei brani ivi presenti. Ed è il perfetto prosieguo della presenza chitarrista di Ler nelle fila del gruppo. More guitar driven, si potrebbe dire, di sicuro non meno strano: “Povero Larry, deve avere a che fare con me [a parlare è Les, ndr] ed Herb che siamo due musicisti davvero aggressivi. Di norma partiamo scrivendo le parti di basso e batteria, poi Ler arriva e ci mette le sue, non è detto che ci sia dello spazio da riempire.

Ma il “povero Larry” sa il fatto suo e il risultato è tutto da godere. “Tales” è ancora il risultato di svariate jam e dal puro caso, quantomeno per quanto riguarda le parti di chitarra: si siede, scevro di qualsivoglia idea, ascolta quello che hanno suonato i compari e parte con la sua parte. Tutto qui. Ed è questo a rendere ancora più gold ciò che esce dalle casse ad ogni nuovo pezzo di discografia che si aggiunge al puzzle generale.

L’album si apre con l’aggressiva Professor Nutbutter’s House Of Treats, nata da una ‘jam tape’ e Ler assicura di non sapere nemmeno in che tonalità stesse suonando, dato l’eccessivo rumore in sala prove ed il risultato è un “complete Robert Fripp rip-off” che poco manca di portare il chitarrista alla follia, il quale decide di seguire solo il proprio istinto. I pezzi da cento sono, ovviamente, i singoli Wynona’s Big Brown Beaver e Southbound Pachyderm. La prima, per la quale i nostri ricevono, nel ’96, una nomination ai Grammy Awards, racchiude in sé la leggenda di essere un brano dedicato a Winona Ryder, ma Les assicura che nasce da un fatto accaduto dopo una battuta di pesca con un amico, al termine della quale, il bassista si ritrova davanti ad un castoro gigante mentre tornava alla macchina. La seconda è una pratica psichedelica a valvole roventi.

A fare il paio la mediorientale e dal sapore southern/psicotropo Over The Electric Gravepine, le allucinogenesi me(n)tal di Year Of The Parrot e la funkeria del corso della termonucleare Mrs Blaileen. Forse, sulla lunga distanza, l’album finisce per tendere all’eccesso, ma, anche se da queste parti non è mai stato un particolare problema, il lavoro sembra non avere la stessa forza dei suoi predecessori e proprio nei confronti di “Pork Soda” si registra un complesso di inferiorità piuttosto prepotente. Tutto modo, a completare l’opera, dell’album esce una versione “Enhanced CD” che racchiude una serie di folies grafiche sulla falsariga della (veramente orrida) copertina.

Come in ogni storia che si rispetti si arriva al famigerato colpo di scena qui tradotto nell’abbandono della nave da parte di Herb.

LA NOTA MARRONE

Per una macchina così ben avviata come sono i Primus a questo punto delle cose perdere un pezzo fondamentale come Tim Alexander non dev’essere stata cosa da poco e, infatti, il malcontento serpeggiante all’interno del trio sembra quasi portare alla fine dell’idillio dei pionieri dell’alternativo agli alternativi. Che sia questo il fattore che ha fatto sì che “Tales” fosse un disco chiaramente più debole degli altri non è dato sapersi, ma è sicuramente un indizio importante e un elemento da non sottovalutare.

A far scattare la scintilla sono le famose “divergenze artistiche”, come ha modo di spiegare Claypool in un comunicato stampa: “Vogliamo tutti e tre fare musica che vada in direzione differenti. Sfortunatamente per Tim io e Ler tendiamo ad avere visioni creative molto simili. Queste divergenze hanno lasciato tutti e tre ben poco soddisfatti. Col tempo questo ha portato ad una rottura che stava divorando la stabilità all’interno della band. Dopo l’ultimo tour è diventato evidente per tutti che ci fosse necessità di un cambiamento.

Herb dunque saluta con un sospiro di sollievo i suoi amici e volge il suo sguardo altrove, dapprima coi Laundry ed in seguito con gli Attention Deficit, in compagnia di Alex Skolnick dei Testament e Michael Manring (se siete fan dapprima del batterista e, in secondo luogo, del prog tour court vi consiglio caldamente di recuperare i due album a nome della band). A sostituirlo, ben più che degnamente, arriva Brain Mantia, già amico di lunga data del gruppo e membro del progetto Praxis capitanato da Bill Laswell e completato dallo psicotico chitarrista Buckethead, Bootsy Collins e Bernie Wornell, questi ultimi presenti solo nei primi due album della band.

Brain entra da subito nello spirito della band dichiarando che sia Les che Ler hanno cazzi ben più grossi del suo e che la cosa lo ha parecchio spaventato poiché “sono per metà giapponese ed il mio lato nipponico si è sviluppato solo nella parte bassa del mio corpo.” La verità – sempre ammesso che non lo fosse anche questa – è che trovarsi dinnanzi all’inevitabile confronto con Herb e alla corte di quel gran rompicoglioni di Claypool non dev’essere stato un compito facile.

Con questa rinnovata line-up prende vita “Brown Album” che esce l’8 luglio del 1997. Il titolo, volutamente un riferimento ai White e Black Album di Beatles e Metallica appare sin da subito, ed ovviamente, come il crocevia tra i vecchi ed i nuovi Primus, ed il nome è stato scelto cosicché “i critici pop potessero prenderlo e pulircirsi il culo”. Dal punto di vista tecnico c’è un evoluzione di backline, i bassi da 4 corde passano a 6, vengono usati più microfoni per catturare i prodigi della band e la batteria è distorta per tutta la durata del disco.

Il tasso di aggressività sale di nuovo come non si sentiva da un pezzo, le mattane si moltiplicano e il gruppo ritrova la via persa sul precedente lavoro in studio. Il trio suona all’unisono su Golden Boy, Shake Hands With Beef è una marcia meccanica ed elettrica di manichini di pongo, sul levare di Puddin’ Taine piovono coltelli roventi mentre Over The Fall sancisce una volta per tutte l’amore di Leslie per la musica root made in U.S.A ed il punk che sbuca in Coddingtown lascia di stucco. L’impeccabile lavoro di Brain salta subito all’orecchio apportando modifiche significative nell’economia del sound non limitandosi a mettere una pezza sull’assenza di Herb e permettendo ai fan di rimpiangerlo sì, ma nemmeno così tanto.

Il 1997 è anche l’anno in cui Trey Parker e Matt Stone richiedono la collaborazione del trio per il main theme della serie culto “South Park”. Les guarda così “The Spirit Of Christmas”, corto del ’92, si siede in studio e tira fuori la canzone che ancora oggi (seppur in una versione più heavy) apre lo show.

RIFARSI IL NASO

Nel febbraio del ’98 i tre si rinchiudono al Prairie Sun Recording Studio per dare alla luce il secondo EP di cover della propria discografia. Lo studio è una ex fattoria e il tutto viene registrato in un pollaio – cosa già accaduta pochi anni prima per “Bone Machine” dello zio Waits – e dà la misura ideale di quello che è il progetto in sé. A far la differenza è anche la presenza di Toby Wright dietro al banco mix. Il produttore, già al lavoro con Alice in Chains e, quello stesso anno, con i Korn per il loro “Follow The Leader”, dona alle composizioni un punto di vista diverso di come la band di norma suona in sala d’incisione, più vario e, forse, più conforme all’ormai famigerata musica alternativa in giro in quel periodo.

Rhinoplasty” contiene versioni sollazzanti di brani di XTC, Metallica, Peter Gabriel, Stanley Clarke, The Police e Jerry Reed oltre ad una particolare auto-cover di Too Many Puppies. Dei Four Horsemen viene selezionata The Thing That Should Not Be, definita da Claypool come il pezzo più pesante di Hetfield e soci, suonata per la prima volta live con Mark Osegueda dei Death Angel alla voce e infine registrata in studio. Del gruppo di Andy Partridge, invece, la band tira fuori dal cilindro una sollazzante versione di Scissorman. A spingere i nostri alla scelta di riproporre un brano degli amati XTC è un commento di Bono Vox, durante un tour congiunto con i suoi U2, che rivede nei Primus una stramba versione della band inglese.

Chiusa questa piccola parentesi funny si torna a far sul serio: è tempo di sparare, e non a salve, sul mondo del pop.

L’UOMO CHE NON PUOI FERMARE

L’aver raggiunto la fama mondiale, che tanti gruppi in cuor proprio sognano, deve aver avuto un effetto straniante sui Primus. Non propriamente delle rockstar, ma nemmeno topi da cantina underground, i nostri si ritrovano a condividere tour e concerti assieme a band gigantesche come il combo di Bono e The Edge, suonando su palchi enormi e davanti ad un pubblico probabilmente non così avvezzo alla faccenda. La domanda che Ler, Les e Brain si pongono è “com’è possibile che noi si riesca a vendere dischi?”

Domanda lecita, com’è lecito chiedersi come un simile agglomerato di disfunzione musicale sia riuscito, di fatto, ad entrare di prepotenza nel mondo della cultura pop, anche attraverso MTV. Forse, e ripeto forse, è stato proprio questo ad accendere la miccia del concept dietro ad un titolo come “Antipop” nonostante il sesto album in studio del trio non sia affatto il più obliquo né tantomeno il più antipop, per l’appunto.

L’ambiente che si respira tra le fila dei Primus, però, è tutt’altro che tranquillo. La bomba inesplosa al tempo della dipartita di Herb sembra riattivarsi e le tensioni tornano in superficie. Definito dagli stessi interpreti come il “disco più complicato da realizzare” “Antipop” viene portato a compimento e non solo grazie alle sole forze del gruppo.

L’avventura in studio con un producer esterno alla band deve aver spinto i due californiani ed il “mezzo giapponese” a permettere a mani aliene di lavorare alle proprie canzoni, giusto per dare la proverbiale spinta in più che male non fa. Fanno così la loro comparsa in studio Tom Waits, Tom Morello dei RATM, il sopracitato autore di “South ParkMatt Stone, Fred Durst dei Limp Bizkit e Stewart Copeland dei Police e tutti quanti si piazzano, tra un pezzo e l’altro, al timone del mixer.

Dati i nomi coinvolti nella faccenda il tutto risulta un mix micidiale tra confusione e chiarezza tali da stordire. Chi di voi ha amato tutta l’ondata crossover/nu metal non potrà che considerare l’album in sé come una perla rara in quel mare di realtà posticce, mentre i fan più ortodossi potrebbero aver avuto non pochi problemi ad accettare questo pezzo del puzzle. Gli stessi Primus vedono, col senno di poi, questo disco come un’accozzaglia di elementi campati a caso nel mucchio, attribuendo la colpa di ciò con la situazione umana giunta agli sgoccioli.

I numeri però ci sono. Morello, ad esempio, non solo produce, ma si schiera al fianco di LaLonde e tira fuori 3 pezzi da 100 lasciando ben visibile il segno del proprio passaggio. Se Ler non sembra particolarmente ispirato, Tom fa gridare la sua sei corde su Electric Uncle Sam, Mama Didn’t Raise No Fool e Power Mad.

La prima è una mina crossover distante anni luce dalla natura della band, dritta come un fuso e arcigna come non mai. La seconda è la vera perla: l’elicottero RATM atterra sulla sezione ritmica e il partner in crime di De La Rocha piazza uno dei suoi migliori riff al di fuori della band madre, che se ne avesse scritto uno simile, anche per sbaglio, nell’album degli inutili Prophets Of Rage avrebbe fatto felici un sacco di orfani della Rabbia Contro le Macchine. L’ultimo brano in esame non sfigurerebbe come outtake di “The Battle Of Los Angeles” subendo fin troppo la presenza del chitarrista dell’Illinois.

Waits palesa la sua ingombrante presenza/influenza sulla disagiata Coattails Of A Dead Man. Anche questo brano di per sé sarebbe stato perfetto altrove (tipo su “Mule Variation” o in uno dei tanti progetti paralleli di Claypool) ma è tanto delizioso che si potrebbe soprassedere e la presenza di Martina Topley-Bird ai cori non fa che rinforzare l’idea. Incolore è invece la mano di Durst sulla numetallica Lacquer Head, come inutile è l’apporto che dà la chitarra di James Hetfield nella seppur bella & psych/thrashy Eclectic Electric.

Quando il trio fa da sé, come al solito, non sbaglia ma nemmeno stupisce più di tanto, infatti ad alzare il tiro sul serio sono la happy-mongoloid The Ballad Of Bodacious e The Antipop, che incide nell’acciaio l’inno della band “I am the antipop, I’m running against the grain ’til the day i drop / I am the antipop, the man you cannot stop!

Il destino dei Primus è però segnato e l’inevitabile arriva di lì a poco portando ad un implosione da troppo tempo annunciata. I tre definiranno la cosa come un hiatus, così definito giusto per non chiudere del tutto la porta dietro di sé.

TRAGEDIA CHE ARRIVA, TRAGEDIA CHE VA

C’è un happy ending in questa storia. La prima reunion con Herb in salsa nostalgica tra di metà anni ’00 si risolve nel giro di pochi tour portando ad un nulla di fatto, infettato dalla poca volontà del batterista di continuare il discorso interrotto anni prima ma, a sorpresa, nel 2010 rientra dalla finestra Jay Lane a salvare la situazione e l’anno successivo esce “Green Naugahyde” e i tre sembrano essere in forma smagliante. Il tutto dura non più di tre anni e, inevitabilmente, Alexander torna a casa e si rimette in bolla  pronto a far tremare nuovamente il suo drum-kit tra palco e studio, dal quale esce il tributo a Willy Wonka (vera e propria fissa di Les) e il nuovo “The Desaturating Seven”. Come si suol dire, il resto è storia.

L’impatto che hanno avuto i Primus nel mondo della musica altra è stato tellurico a dir poco. A differenza di molti loro colleghi nessuno, ad oggi, è riuscito a seguire le orme del trio, e questa è una vera fortuna, ammettiamolo, e questo fa dell’esistenza stessa della band una sorta di miracolo, in un mondo di flebili epigoni di band immense.

Ora e sempre PRIMUS SUCKS.

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