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Ben Frost – The Centre Cannot Hold

2017 - Mute
ambient / elettronica / sperimentale

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Tracklist

1. Threshold Of Faith
2. A Sharp Blow In Passing
3. Trauma Theory
4. A Single Hellfire Missile Costs $100,000
5. Eurydice’s Heel
6. Meg Ryan Eyez
7. Ionia
8. Healthcare
9. All That You Love Will Be Eviscerated
10. Entropy In Blue


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Avevamo lasciato Ben Frost coadiuvato da Steve Albini sulla “soglia della fede” (Threshold of Faith, appunto) poco più di un mese fa. Che cosa ci aspetta una volta oltrepassatala? Rispondere non è affatto semplice. Sebbene l’ambient più avanguardistica, nonché un certo gusto per la contaminazione noise, siano evidentemente parte del bagaglio musicale che ne ha accompagnato la realizzazione, il risultato è un disco liquido, sfuggente, a tratti indecifrabile.

Siamo in pieno impressionismo: il feeling dei brani gioca molto sulla destrutturazione dei suoni, i cambi repentini e inattesi di rotta, il suggerimento di immagini mentali. Anche attraverso i titoli, alcuni dei quali davvero curiosi e sibillini (Meg Ryan Eyez…?). Si passa senza soluzione di continuità da momenti in odor di trip-hop (A Sharp Blow In Passing) a tripudi di distorsioni al limite del rumore bianco (Trauma Theory). La ricerca di un trait d’union, rischia di essere davvero spossante. L’album lascia con la forte sensazione di essere soprattutto un invito all’immaginazione e contemplazione di scenari mai concepiti prima.

Tutto assume i connotati della discesa nell’abisso. Un non luogo interiore, una dimensione a sé stante. Come se d’improvviso ci si trovasse al centro di uno scontro tra gli echi di eventi passati, talmente lontani che il tempo ha finito per tramutare in leggenda, e lo stridere di macchine ancora ben di là da venire, confinate in uno degli innumerevoli futuri ancora possibili. Vi sembra una descrizione folle? Lo è. Ma al cospetto di questo intricatissimo groviglio di onde sonore, che puntano dritte allo stomaco dell’ascoltatore, un ragionamento razionale e analitico rischia di risultare fuorviante, superfluo, addirittura insolente.

“Things fall apart, the centre cannot hold”. Con questi versi della poesia “The Second Coming”, il poeta irlandese William Butler Yeats descriveva la carneficina della Prima Guerra Mondiale. Che quello dell’artista australiano sia un tributo, un tentativo di tracciare un parallelo tra questo periodo storico e quello immediatamente precedente alla Grande Guerra (e se prendete un libro di Storia in mano, vi renderete conto che analogie effettivamente ce ne sono molte) o altro, al momento mi sfugge. D’altro canto, non è mai stato troppo prolifico a livello di interviste e dichiarazioni. Continua però ad esserlo a livello di estro creativo e gusto per la sperimentazione. E anche stavolta, qualunque fosse il suo intento, ci ha dato una lezione di stile e classe impareggiabili.

 

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