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King Krule – The OOZ

2017 - True Panther Sound
post punk / jazz / art rock

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Tracklist

1. Biscuit Town
2. The Locomotive
3. Dum Surfer
4. Slush Puppy
5. Bermondsey Bosom (Left)
6. Logos
7. Sublunary
8. Lonely Blue
9. Cadet Limbo
10. Emergency Blimp
11. Czech One
12. A Slide In (New Drugs)
13. Vidual
14. Bermondsey Bosom (Right)
15. Half Man Half Shark
16. The Cadet Leaps
17. The OOZ
18. Midnight 01 (Deep Sea Diver)
19. La Lune


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Archy Ivan Marshall è un ragazzo inglese rossiccio e imberbe, portatore sano di un fascino un po’ negletto e dall’aria (quasi) perennemente scazzata, ha compiuto ventitré anni da meno di due mesi – qualcuno direbbe, guardandolo, che ne dimostra anche meno – e ha pubblicato oggi il suo secondo full length.

Archy Ivan Marshall non è uno qualunque: plasmato dal divorzio dei genitori e caratterizzato da un indole ribelle sin dalla più tenera età, ha sedici anni quando pubblica il suo primo singolo – Out Getting Ribs – con il moniker Zoo Kid. Un anno dopo sceglie quello che diverrà il suo nome d’arte definitivo, ispirato dal film King Creole (con Elvis Presley) e pubblica un lavoro eponimo, preludio al debutto dell’agosto 2013 (“6 Feet Beneath The Moon“). King Krule è ancora un teenager, il disco esce – il giorno del suo diciannovesimo compleanno – su XL, la maggiore etichetta indipendente britannica.

L’accoglienza è clamorosa: pochi debutti lunghi hanno convinto così, nell’ultima decade (e non solo). Quella mistura di (post) punk, jazz, hip hop e darkwave, unita a una voce baritonale a metà strada fra Billy Bragg e un Joe Strummer incazzato, semplicemente, mette d’accordo tutti. King Krule quindi non smette di ascoltare e di formarsi come artista. Rilascia interviste qua e là, propone la sua personalissima weltanschauung, parla del suo rapporto con l’internet, del fatto che lo ami nonostante esso abbia distrutto l’industria musicale, ma di come la gente debba sentirsi libera di scaricare illegalmente i suoi stessi dischi, proprio come ha fatto lui, da ragazzo. Anzi, da ragazzino. Racconta del suo rapporto col jazz e coi jazz standards, del suo essere un poetastro romanticamente punk.

Perdonerete un’introduzione così lunga, perché raccontare un disco di King Krule senza raccontare King Krule è quantomeno sacrilego. Archy è arrivato a “The OOZ” circondato dall’hype che si deve ad artisti ben più navigati e popolari, ma, com’è solito fare, non se n’è curato troppo.

The OOZ” prosegue il discorso già avviato con l’album precedente e supera l’ora di durata, mantenendo bassa la saturazione dei colori e conservando quelli che sono gli stilemi dell’artista. King Krule poggia la sua voce grave da tabagista sulle timide carezze jazzy di Biscuit Town in apertura, ma un attimo dopo è già urlante sulle note tese e disperate di The Locomotive: il livello in apertura è subito altissimo e nei successivi sessanta minuti di disco non accenna a calare, anzi. Il primo acuto arriva con Dum Surfer, che si schiude con un rap dal passo pesante in apertura e che, nella fase centrale, s’impernia su una chitarra capace di allontanare dalle ambientazioni scure evocate nell’intro, prima di sfumare nuovamente in un caos multiforme squisitamente King Krule.

Nei passaggi seguenti, pochi secondi riescono a spezzare equilibri solo apparentemente solidi e portare il pathos alle stelle (Slush Puppy, Logos, Sublunary), trasformando un jazz da trasognato a inquieto e umorale, mentre con Lonely Blue il discorso si orienta verso un blues romantico ma alticcio e vagamente lisergico, caratterizzando così un’altra gemma. Il tono si fa serioso e quasi funereo con Czech One, passaggio decisamente inatteso dopo le evoluzioni swing di Cadet Limbo e la più muscolare e incalzante Emergency Blimp. L’umore tetro e sofferto del singolo riguarda anche A Slide In (New Drugs), ideale colonna sonora di un incubo, fra suggestioni dreamy e coloriture fosche. 

Nuovo acuto arriva con Vidual e il suo sincero divertissement, poi le vene gonfie in Half Man Half Shark raccontano ancora di un approccio lunatico e di umori cangianti, come accade ancora con i suoni caldi e avvolgenti di The Cadet Leaps e poi con la sofferenza della titletrack, contaminata da un pH ancora acidulo.
King Krule piazza in coda due passaggi dolciastri e pure un po’ romantici come Midnight 01 (Deep Sea Diver) e soprattutto La Lune, che suggellano il percorso netto di “The OOZ“.

Percorso netto perché, compresi i due intermezzi, l’ultimo disco di King Krule non solo non va mai in affanno, ma regala i guizzi necessari a proiettarlo, quattro anni dopo l’ultima volta, ai vertici delle rituali classifiche di fine anno. L’epica di King Krule, per tutta una serie di fattori, non conosce eguali: se qualcuno avesse gridato al miracolo tre anni fa, oggi dovrebbe ricredersi. “6 Feet Beneath The Moon” non era un exploit casuale, esattamente come Archy non era una meteora. Oggi sembra cresciuto, maturato, più consapevole di essere un artista che – piaccia o no – è autore di una proposta autentica come poche. E nel dire unica non ci pare di esagerare.

King Krule ha compiuto ventitré anni da meno di due mesi ma, ascoltandolo, tutti diremmo che ne dimostra di più.

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