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Interviste

Intervista a COLAPESCE

Colapesce

Colapesce è tornato con il nuovo album “Infedele” (in uscita oggi su 42 Records, qui la nostra recensione), un disco completamente diverso da “Egomostro“, e sorprendente: è un disco che professa inquietudine, curiosità per qualcosa di nuovo, metamorfosi, varietà e il rifiuto per la fissazione in una griglia predefinita. In occasione del preascolto collettivo, abbiamo raggiunto Colapesce a Radio 2 e gli abbiamo fatto tre domande sul nuovo album.

Hai detto che “Questo cumulo di parole e musica che scrivo sono sempre profetiche sul mio futuro, sanno sempre prima di me come andrà a finire. Incredibile, qualche volta ve lo racconto meglio”. Da quando hai scritto i pezzi di “Infedele” si è già verificato questo mistero?
Ancora no, ma in genere spesso le cose che scrivo nelle canzoni per miei dischi in qualche modo anticipano quello che accadrà. Forse è un mio modo per esorcizzare cose che già so ma che allo stesso tempo non voglio sapere e non voglio vedere. Anche per quanto riguarda i rapporti di coppia, spesso la canzone arriva prima alle conclusioni della mia reale esperienza. Strano. Incredibile.

Decadenza E Panna ha un testo sintetico ed ermetico e un’andatura che, secondo me, richiama molto Un Meraviglioso Declino. Qual è il ponte tra quel Colapesce e quello di oggi?
A livello di produzione è molto diverso ma la scrittura delle canzoni ha una linea continua. Sono sempre io, ho quel modo di approcciarmi soprattutto quando compongo con la chitarra. Questo disco a differenza degli altri l’ho composto molto al piano o partendo dai beat. Con la chitarra solo alcuni brani, nello specifico Decadenza e Panna è nata così, acustica, come anche il ritornello di Ti attraverso. Per il resto al piano. Quindi si, c’è un ponte che unisce, non tanto a livello di scrittura ma a livello musicale il mio primo album e questo, anche perché i miei ascolti sono quelle cose li. Anche a livello testuale posso dire che è la traccia quella che si avvicina di più alle mie cose più vecchie.

In merito alla recente crescita d’interesse radiofonico mainstream nei confronti di realtà indie, hai detto a Rock.it che temi che ciò possa portare ad un appiattimento e ad una perdita d’identità degli artisti in questione. Cosa sta succedendo? Secondo te gli artisti che vengono dall’indie hanno bisogno di una sorta di “approvazione”?
Si, in realtà non c’entrano le radio e il mainstream, ma la colpa è principalmente dei musicisti perché invece di portare contenuti dall’indipendente al mainstream, che poi sarebbe la più grande vittoria come succede in tutti i paesi del mondo (King Krule e i The National vanno in classifica nei paesi “civili”) qua gli artisti si adeguano ad un certo suono per andare in radio. Una perdita di identità. Si parla di scena indipendente ma non è vero e questa è una dinamica che può diventare pericolosa perché si va a distruggere chi fa un certo tipo di percorso o di ricerca. Per esempio spesso chi fa musica noise viene catalogato a livello mentale nello stesso calderone ma, alla fine, non passano per gente che fa ricerca ma come degli sfigati perché non fano numeri. Questa è una logica quasi fascista. Per me il concetto di indipendente è avere la massima libertà di fare ciò che si vuole e se il contenuto arriva è una bene ma se non arriva non ti devi snaturare per farlo funzionare di più. Si parla molto di musica dipendente ma spesso è musica dipendente, ed è tutta un’altra cosa.

 

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