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Pietre miliari

28.10.1997: “Around The Fur” e la fuga dal sole dei DEFTONES

VENUS IN FUR

Come tante delle band che hanno rivestito un ruolo importante nella mia vita ho scoperto i Deftones mentre i giochi erano già bell’e che avviati e sull’orlo di un precipizio inevitabile, ossia nel 2000, con “White Pony”, album che ha cambiato il mio modo di approcciarmi all’evoluzione in musica al pari di “Kid A” dei Radiohead, e assieme a me parecchie altre giovani menti del tempo. Tre anni prima arrivava nei negozi il loro “sophomore album” ossia “Around The Fur”, disco che ha definitivamente permesso ai ragazzi di Sacramento di prendere un’altra strada rispetto a tanti dei loro colleghi, in primis gli amici di una vita Korn, e che oggi compie la bellezza di vent’anni.

In questi quattro lustri il secondo lavoro in studio di Chino Moreno, Stephen Carpenter, Chi Cheng e Abe Cunningham non ha perso un’oncia del suo incredibile smalto e della propulsione evolutiva che ben pochi, se non nessuno, nel 1997 in piena mutazione del metal in nu hanno saputo cogliere e sfruttare per farsi spingere altrove, nella fattispecie l’amico di una vita Jon Davis, ma questa è un’altra storia, o quasi. 

Chino, Steph ed Abe si incontrano sulle piste da skate e tra un trick e l’altro decidono di mettere su una band, una storia come tante, insomma, negli Stati Uniti di quegli anni. In seguito anche il mai troppo compianto Chi metterà le mani sul basso e diventerà parte integrante del motore alieno che ha spinto l’incrociatore spaziale da guerra Deftones nelle profondità di uno spazio popolato di mostri o rottami alla deriva.

Prima dell’entrata di prepotenza della band sulla scena mondiale i nostri si sono ritrovati a suonare in una realtà che orientava lo sguardo verso la prepotente apparizione dei Primus e dello sdoganamento del verbo del funk-metal, ma che ai 4 ragazzi californiani non toccava granché. Pur loro stessi amando il gruppo di Les Claypool non era roba che poteva interessargli: “Anche se ci fosse stata una scena vera e propria io non mi sentivo parte di essa,” – confessa Chino nel 1996 – “Abbiamo fatto in modo di non essere inclusi in tutta quella faccenda del funk. Erano gli anni in cui i Primus cominciavano ad uscire e tutti sembravano voler fare tutta quelle stronzate col basso. Siccome non eravamo strettamente né metal né punk siamo stati infilati in quel tipo di situazioni. Ma ce ne siamo sempre tenuti alla larga.

A dar noia al quartetto al tempo non era tanto che la band venisse accostata ai Korn – con cui ha condiviso tour ed amicizia – ma che fosse la prima cosa che a tutti veniva in mente di chieder loro: se si sentissero parte dell’astro nascente/morente del nu-metal. A dimostrarlo, a differenza di quei tutti chiacchiere e distintivo degli Incubus, parla da sé ogni singolo tassello dell’aliena discografia dei guys di Sacto, a partire proprio dal primo “Adrenaline”, che comunque un po’ di quell’influenza era pregno e che ancora girava attorno ad alcune e circostanziali influenze hip-hoppish, subito perdute per strada.

Ma è proprio con “Around The Fur”, come dicevo prima, che i Deftones possono finalmente dare sfogo a tutte le assurde influenze ignorate dal resto della scena che li contraddistingueranno negli anni a venire. In primis un amore viscerale per tutto ciò che è uscito dagli anni ’80, e non solo sul versante mainstream. In seconda istanza è proprio la voce di Moreno a rendere unica la band nel marasma di gruppi che già nel ’97 affollavano la scena del “nuovo metal”: “Adoro la musica pesante,” – ammette il chitarrista Steph Carpenter in un’intervista a Guitar World – “ma non voglio che ciò che facciamo sia ritenuto semplicemente ‘hard’. L’elemento che preferisco nella nostra band è Chino. La sua voce è come una seconda chitarra. Tutta la bellezza arriva da come il suo modo di usare la voce si connette a tutto il resto.

PRETTY ON THE OUTSIDE, UGLY ON THE INSIDE

Ad un primo sguardo il titolo dell’album in combo con la copertina possono far passare il messaggio che si stia parlando di qualcosa di sensuale, bello, accattivante, ma non potremmo essere più lontani dalla verità. Chino, in un’intervista del tempo, spiega molto semplicemente che il parallelo che viene a crearsi tra la pesantezza dell’impianto strumentale dei brani si fonde alla perfezione con le sue parti vocali melodiche creando un effetto straniante, così il titolo e l’artwork. Bellezza esteriore che va a cozzare con un’interiorità orribile, dualismo presente in molte persone. Il pelo visto come piantato nell’epidermide, una metafora della visione di sé di certe persone, insomma.

Finito il tour di supporto ad “Adrenaline” Chino, Abe e Steph affittano un magazzino, ci costruiscono davanti una rampa da skate ed iniziano a comporre i brani che andranno a formare il loro “sophomore record”: “C’eravamo soltanto noi tre,” – ammette Carpenter. “Abbiamo cominciato a jammare e comporre quella che sarebbe diventata ‘Dai The Flu’ assieme al nostro amico Dan al basso. C’era lui perché al tempo Chi viveva a San Diego, cosa di cui ci lamentavamo poiché lui era tutto un ‘Ah, io voglio diventare un insegnante di inglese, non ho bisogno di tutta questa merda rock’n’roll.’

Ma è solo una questione di tempo poiché i tre lo convincono a riunirsi alla band e, in quattro e quattr’otto, dalle jam escono fuori la bellezza di sei/sette brani. Il resto è nato a Seattle, allo Studio Litho, nel quale ad attenderli c’è il produttore Terry Date. Tre brani su tutti sono il singolo My Own Summer (Shove It), la title track ed Headup, composte quando il resto del disco era bell’e che inciso, opportunamente spronati da Date.

NOSEBLEED

Se il resto del disco risulta essere “meno incazzato” del precedente, per stessa ammissione di Chino, l’eccezione che conferma la regola si palesa proprio nella furiosa Headup. Sul brano fa la sua comparsa Max Cavalera, al tempo da poco uscito dai ranghi dei suoi Sepultura e da sempre grande fan dei Deftones.

Le liriche della canzone fanno riferimento al figliastro del frontman dei Soulfly Dana Wells, che aveva al tempo da poco perso la vita, vien da sé che l’umore del brano non potesse essere dei più limpidi: “Prima di metterci a jammare abbiamo discusso di cosa dovesse parlare il brano,” – racconta Moreno in un’intervista – “e così abbiamo deciso di dedicare il tutto a Dana.” Gli fa sponda Cavalera: “Questa canzone è molto speciale. […] Quando ci siamo messi a scriverla abbiamo messo in gioco tutte le emozioni possibili, era come se Dana fosse seduto tra noi due. Eravamo davvero incazzati e mi ricordo di aver alzato la testa, mentre registravamo, e di aver visto Chino che si era spaccato il naso nella foga, c’era sangue su tutto il suo viso. C’era un’espressione dipinta sul suo volto che sembrava dire ‘quanta energia possiamo mettere in una canzone?’ è stato davvero incredibile.

In un’altra intervista Chino aveva promesso di iniziare un progetto assieme a Max, di farlo produrre a Ross Robinson e di farne un EP o addirittura un full lenght vero e proprio. Purtroppo questo progetto non si è mai realizzato nei fatti, ma si è tramutato invece nell’album di debutto omonimo dei Soulfly in cui il cantante dei Deftones ha prestato la voce per il brano First Commandment, seguito da un’altra comparsata nel seguente “Primitive” sulla furente Pain.

Se anche una band distante e decisamente meno ispirata da ogni punto di vista come i Muse ha deciso di tributare la canzone durante alcuni dei loro live più recenti qualcosa vorrà pur dire.

ARMAGEDDON WEATHER AND DEPRESSIVE MUSIC

Il disco si apre con un altro dei brani nati in studio ossia la cubica My Own Summer (Shove It). La band a quel punto aveva già registrato gran parte del materiale ma qualcosa tardava ad arrivare così Date consiglia ai ragazzi di uscire e farsi un giro. Durante questa sorta di pausa e, per stessa ammissione di Steph, una serie ragguardevole di bong carichi d’erba il pezzo spunta fuori, come per magia.

L’andamento del brano è sornione, le chitarre taglienti come non erano riuscite ad esserlo in precedenza, Chino sfoggia la sua duplice essenza di calma apparente e furia senza controllo e sforna non una bensì tre linee vocali degne di nota. Il cantante spiega così il testo: “Mentre registravamo il disco a Seattle ero semplicemente irritato a morte dalle ore diurne del giorno. Io ed Abe condividevamo una camera e applicavamo dei fogli di stagnola alle finestre poiché volevamo un po’ di solitudine. La canzone è un po’ questo: nella mia estate vorrei non ci fosse il sole e nessuno per le strade, come dopo l’Armageddon. Anche se a Seattle il tempo era sempre pessimo, e a me piaceva. Io vado fuori di testa per la musica depressa, sono un grande fan di Morrissey, ad esempio. La gente vorrà spararmi dopo questa ammissione, ma non posso farci niente, adoro questo tipo di musica.

Un altro esempio di apertura rispetto al recente passato lo si può notare sulla liquida Mascara, ottimo esempio di come non solo metal e Meshuggah possano entrare nelle corde di una band di questo tipo, ma anche situazioni più propriamente post rock e shoegaze, fatte di calma apparente e tensioni mortificatrici. Saltano subito all’orecchio le composizioni degli Slint e Moreno non manca di sottolineare, in svariate interviste, quanto la band di David Pajo abbia giocato un ruolo determinante nella composizione dei brani, questo in particolare, stupendosi quando l’intervistatore di turno notava questa particolare influenza.

Non possono mancare ovviamente altre mazzate senza mezzi termini. Lotion, forse uno dei momenti più tirati e disperati del lotto, è una di queste, soprattutto liricamente: “C’è una certa persona di cui non posso fare il nome,” – chiosa Chino – “che mi ha davvero fottuto. Non è una ragazza, questo posso dirlo. Potrebbe essere su chiunque.

Le linee vocali si spezzano in singulti di puro odio (“And who the fuck are you anyway, you fuck? / It’s making sick sense seeing how you’re sticking out / Hardly hoping, about to please rise up off the fucking knees / And I’m about to train you for a second, try to find your fucking heart”) fino a ricomporsi nella dolce arrendevolezza del ritornello (“It’s classical anyway / How cool are you? I remember”) per cedere di nuovo alla disperazione (“I feel sick” ripetuto fino al vomito).

MX è invece un fulgido esempio di come i Sepultura siano stati importanti tanto quanto Smiths, Duran Duran e Depeche Mode nel bagaglio culturale del gruppo di Sacramento. Cosa significa il titolo? Semplicemente Max, perché potrebbe essere benissimo qualcosa uscito dalla mente e dalla gola del cantante/chitarrista brasiliano. Il brano è un piccolo capolavoro metal – inizialmente pur non piacendo allo stesso Chino che ha finito per registrarla da sbronzo, come la quasi totalità dell’album – crocifisso tra melodie trasognate e psicotici attacchi groove, inframezzati alla voce di Annalynn Cunningham, moglie del batterista, e dagli effetti electro spastici ad opera di Frank Delgado che da qui in avanti entrerà in pianta stabile nella band.

Delgado non è il solito DJ come quelli che sbucano in ogni dove ed in qualsiasi band nu-metal a fine anni ’90, inizio Duemila sulla scia del turntablism mortale ad opera, per dirne uno su tutti, di DJ Lethal. E forse non lo definirei nemmeno un DJ tout court, bensì un manipolatore di materiale elettronico, collante perfetto in tutto il monte elettrico del gruppo, capace di interpolare in maniera tanto perfetta quanto “invisibile” il rumore rendendolo parte effettiva della composizione in sé.

Questo è evidente sia sulla succitata (Shove It) che sulla mastodontica title track, introdotta dall’inconfondibile pattern di batteria di Abe, sulla quale Delgado si introduce in punta di piedi per creare una texture orrorifica degna dei migliori album post metal di lì a venire, così come gli insert noise striscianti nell’inferno spooky di Dai The Flu, il cui nome doveva inizialmente “Before The Flu” ma a cui si è aggiunta una parte del nome esteso di Chi che sarebbe Chi Ling Dai Cheng.

Molti dei titoli delle canzoni dei Deftones sembrano arrivare dal nulla ma scavando si trova la vera natura di ognuno di essi. Un esempio su tutti è la distruttiva Lhabia che in principio avrebbe dovuto chiamarsi, scelto dal batterista Abe, Labia, ossia il nome tecnico delle labbra della vagina, ma a Chino la cosa non è andata giù così è venuta ad aggiungersi la H.

Altro termine medico si trova in Rickets – caso vuole un altro pezzo dall’alto voltaggio metallico e tutto imperniato su una furia distruttiva finora rimasta impareggiabile nella discografia dei nostri – e si riferisce, chiaramente, al rachitismo, malattia infantile che riguarda le ossa che si manifesta in assenza di vitamina D o ad un’insufficiente esposizione al sole, cosa che va a contrastare la voglia di fuggirne il più lontano possibile del cantante.

Una delle canzoni impresse a ferro e fuoco nella mente di ogni fan che si rispetti del gruppo di Sacto è senza ombra di dubbio Be Quiet And Drive (Far Away) essendo a tutti gli effetti ancora oggi una delle migliori composizioni della band. Impossibile che un simile brano non diventasse un singolo e infatti così è stato, accompagnato da un video insulso e assolutamente casuale denigrato dallo stesso Chino: “Adoro fare video perché mi piace accostare immagini alla nostra musica, ma il nostro ultimo video è qualcosa che la nostra etichetta [la Maverick di proprietà di Madonna, ndr] pensava piacesse ai tizi di MTV e non farò mai più una cosa del genere. Intendiamoci, i ragazzi della nostra etichetta sono dei grandi e non ci hanno mai chiesto di fare questa o quella cosa, ma questo video ce lo hanno chiesto come favore ed è davvero solo un piccolo lato di ciò che siamo in realtà. Lo hanno riempito di tutte queste cose ‘artistiche’ piene di merda gay [letteralmente “gay shit” nell’intervista, giuro, ndr] e sono tutte cose che non fanno per me. Sono più per la parte reale e sporca della vita. Sto girando io stesso un video di ‘Around The Fur’ e, siatene certi, MTV non lo passerà mai perché certa roba in TV non si può mostrare.

In pochi, però sembrano davvero aver visto la clip in questione e pare che in alcune scene comparisse il cazzo di Stef. In effetti al tempo dubito che MTV avrebbe potuto trasmetterlo. Poi hanno lanciato “Jersey Shore”, ma questa è un’altra storia.

L’ESTATE NON STA FINENDO

Around The Fur” è stato il trampolino di lancio dei Deftones in una piscina fatta di cambiamenti e diversificazione della massa, il taglio al cordone ombelicale di un genere, ovviamente il più che mai citato in sede di articolo, nu-metal che di lì a poco si scontrerà con la sporca realtà della propria inadeguatezza ed impossibilità alla crescita artistica. Le band che lo hanno formato e foraggiato negli anni (Korn, Limp Bizkit e Slipknot su tutte) si sono ritrovate a farsi il verso da sole scadendo, oltre che nell’autocitazionismo più patetico, in un’inutilità musicale da far rabbrividire anche il più open minded tra gli ascoltatori, sempre pronte, però, a lisciare il pelo dei fan più integerrimi. Cosa che invece i 5 di Sacramento non si sono mai ritrovati a fare e la dimostrazione lampante è arrivata già nel successivo “White Pony” che ha aperto le porte del gruppo ad un altro universo, precluso a tutti gli altri.

Per questo è inutile aggiungere altro e sempre per il medesimo motivo questo album rimane tutt’oggi uno dei lavori più completi di quell’epoca e tende a non stingere nonostante il passare del tempo. Sarà anche merito di una produzione a livelli mai visti? Che il team composto da Date, Matt Bayles, Ted Jensen e Ulrich Wild abbia fatto il suo? “Certo ma non solo”, avrebbe risposto un eminente saggio. La magia è qualcosa che nessuna produzione potrà mai donarci. Vero Rick Rubin?

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