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Godflesh – Post Self

2017 - Avalanche
industrial / post punk

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Tracklist

1. Post Self
2. Parasite
3. No Body
4. Mirror Of Finite Light
5. Be God
6. The Cyclic End
7. Pre Self
8. Mortality Sorrow
9. In Your Shadow
10. The Infinite End


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È nel silenzio della propria natura fantasmatica che le ombre residenti sul fondo dell’animo marcio e contorto di Justin Broadrick e G.C. Green prendono forma e, nel silenzio mediatico più assoluto che da sempre li contraddistingue, creano qualcosa a cui ogni disperato può aggrapparsi.

Per i Godflesh è stato così nella rossa furia iconoclasta fusa nel metallo più rugginoso del precedente “A World Lit Only By Fire”, e così è per il nuovo “Post Self”. Un vero e proprio ritorno alle origini avviene così ogni volta eppure mai in continuo circolo vizioso fatto di cieco terrore senza fine, senza un appiglio né un rimando, eppure in continua ripresa di se stessi.

Ma se il suo predecessore guardava direttamente in faccia l’oscenità di “Hymns” e il delirio virulento del mai troppo celebrato “Streetcleaner” pur accentuandone i connotati più prettamente metal, ci troviamo ora davanti ad un crocevia di sguardi che puntano in ogni direzione e al contempo a nessuna, di nuovo incastrati nel loop di cui sopra. La volontà del duo britannico di recuperare le proprie radici industriali venate del post-punk tralasciando la materia dell’album del 2014 vengono prese alla lettera e al contempo disattese.

Certo, perché il tandem di apertura composto dalla title track e da Parasite è proprio a quella materia metalloide che guardano, infami procacciatrici di elementi di pesantezza infingarda e turpe traditi solo dalla ripetitività mostruosa della composizione dei due pezzi. Proprio qui entra in gioco la materia industriale, la fabbrica che asfissia l’operaio, il Moloch che divora le coscienze ed i corpi dalle carni straziate: Be God è un incubo ad occhi aperti in cui nulla è umano e nulla si salva tranne il finale che guarda dritto negli occhi di Jesu. Le pesanti mani di un dio dai connotati dub si posano attorno alle chitarre -gaze della splendente The Cyclic End, mentre la gnosi di un’apocalittica ipnosi palustre si erge su No Body e Mirror Of Finite Light alle quale non può sfuggire l’infiltrazione douglaspearceiana.

Il germe concupiscente dell’anima Techno Animal risorge intenso e furente nella tagliente attesa di Pre Self e nella sanguinosa Mortality Sorrow come se gli anni ’90 non fossero mai finiti e l’hip hop alieno di quei tempi fosse partito per Sirius B per tornare nelle nostre orecchie colmo della coscienza di popoli extraterrestri. Ancora dub e quindi ancora e sempre più basso gonfio marcio e in primissimo piano sull’infame In Your Shadow che introduce le reiterazioni melodico-funebri della conclusiva The Infinite End, vero e proprio saluto da lontano alle atmosfere dei primi Dead Can Dance, volute o no che siano.

I Godflesh tornano ad essere paranoici ed incisivi, prendono debolezza ed intorpidimento e li trasformano in qualcosa di forte ed estremamente post-umano, al di là di un bene che non si è mai visto e di un male sempre più presente tra le fiamme di un mondo alla deriva. Ora sì che possiamo dir loro: ben tornati.

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