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HÜSKER DÜ – Savage Young Dü: non è mai troppo tardi

Husker Du

È incredibile quanto l’eredità di un gruppo essenziale per l’alt-rock e il post hardcore come gli Hüsker Dü possa essere difficile da capire e interpretare alla luce degli album che ci ha lasciato e, soprattutto, quelli di facile reperibilità nel 2017.

Il trio di Minneapolis nasce per necessità e noia, unendo le passioni musicali e i gusti simili di Grant Hart (voce, batteria), Bob Mould (chitarra, voce) e Greg Norton (basso, voce). Loro stessi non hanno mai ben compreso la necessità di essere inseriti nella categoria “hardcore punk”, d’altronde alla fine degli anni settanta la suddetta non esisteva nemmeno. Così pure fa un po’ leggenda la famigerata rivalità con i concittadini The Replacements, esemplificata dalla loro canzone Something to Dü. Nella realtà dei fatti a nessuno poteva mai passare per la mente di mettere seriamente a confronto le due band: gli Hüsker erano serietà, professionalità e impegno costante, i Replacements alcool, droghe e quant’altro.

Husker Du

Ad onor del vero, se ci si fa un’idea del trio dal primo lavoro “Land Speed Record”, praticamente un bootleg di un loro concerto, non si andrebbe oltre l’impressione che questi fossero solamente una band hardcore che sparava i pezzi a mille. Bravi, certamente, ma piuttosto ristretti nella loro interpretazione del genere. Quel che invece a molti sfugge è che quell’album, al di là della qualità sonora pessima, era un compromesso: mancava la seconda parte del set, composto da brani molto più post-punk e sperimentali.

E in questo, un prezioso aiuto ci viene dal boxset “Savage Young Du”, di recentissima uscita: tre CD che coprono l’intero periodo fin qui inesplorato, che va dalla nascita della band al primo album. Considerando la situazione tragica in cui si trova gran parte della discografia dei nostri, a causa del protezionismo esasperato di Terry Katzman, è praticamente un miracolo che siano riusciti a farlo uscire, soprattutto, con una qualità sonora decente. Non avete idea di quanto facciano pena, dal punto di vista di qualità e “pulizia” del suono, i lavori degli Hüsker Dü, che avrebbero tutti bisogno di una ripulita. Purtroppo sono stati vittime di quella brutta abitudine di metà anni Ottanta di buttare le tape su cd senza un minimo di remastering, incrociando le dita, con risultati che annullano del tutto bassi e sfumature.

Il boxset oltretutto sfata la nozione secondo cui Greg Norton non abbia mai scritto nulla oltre a Let’s Go Die: troverete parecchi momenti dove il nostro ci fa sentire la sua preziosa ugola. Onestamente, alla voce era sicuramente il peggiore tra i tre, ma su pezzi punk melodici come Sore Eyes e Picture of You ci sta benissimo e sono uno degli esempi, i pochissimi nella storia, in cui gli Hüsker Dü sembrano un gruppo che si sta davvero divertendo.

Il primo disco di “Savage Young Du” è in gran parte dedicato proprio a tutti i demo mai rilasciati ufficialmente prima dell’EP “In a Free Land”: si sentono netti progressi tra un pezzo e l’altro, ma la maggioranza se la gioca su di un piacevole punk/hc melodico ben invecchiato. La storia non è stata clemente con quel periodo dei nostri, lasciando ben poco di facilmente ascoltabile ad eccezione di alcuni demo di scarsa qualità sparsi qui e lì su YouTube. Furono i primi tour e le frequentazioni con le band hardcore dell’epoca che convinceranno poi i nostri a dover essere più “duri dei duri” e ad iniziare quel percorso di incattivimento sonoro. Nuclear Nightmare, cantata da un affannatissimo Norton è una chicca, in cui praticamente si sente solo lui – almeno quando non si allontana dal microfono – su una base di punk aggressivo. Uncle Ron è un altro pezzo che parte aggressivo, ma poi rimane abbastanza sul melodico, ed è decisamente un momento strano per una band che abbiamo sempre conosciuto per essere estremamente seria. Finalmente troviamo anche una versione ascoltabile di Data Control, pezzo post punk tiratissimo di gusto paranoico firmato – anzi urlato – da Grant Hart, un classico dei loro concerti dell’epoca e che ben dimostrava il debito che i nostri avevano verso la scena inglese di fine anni Settanta. Non avevo mai sentito la malinconica Outside di Bob Mould invece, che ben anticipa alcuni dei suoi futuri momenti più sobri, come Chartered Trips.

Nel secondo disco troviamo una sorta di “Land Speed Record” parte II, un intero set registrato due settimane dopo quello nel loro album di debutto, stavolta con una selezione che rispecchia molto più fedelmente la band di Minneapolis e la loro progressione musicale nel 1979. L’inizio con Drug Party e Call on Me quasi sorprenderà chi si aspettava una band aggressiva, specie la seconda con Mould sembra quasi degenerare nello ska a tratti. Troviamo anche l’interessante versione slow di Wheels, allungata a quasi cinque minuti, molto più minacciosa di quella hardcore che poi ascolteremo su “Everything Falls Apart”, qui forse meno memorabile. Il resto del set non trova particolari sorprese, ma ascoltandolo per la prima volta per intero ci si fa un’idea completa del sound dei nostri.

Infine, nel terzo cd, iniziamo con la ciccia succosa, a partire proprio dall’essenziale singolo – tra le ultime cose politiche dei nostri – In A Free Land, scritto da Mould, e accompagnato dall’ottima b-side What Do I Want firmata da Hart, un suo tipico pezzo in cui denunciava il suo smarrimento e perenne infelicità. Arriva poi una versione rimasterizzata del primo album, di cui era già uscita una versione qualche anno fa, quindi non prettamente essenziale.
Anche su questo lavoro una selezione di tracce poco adeguata (Hart compare quasi per nulla e quasi solo sulla superflua cover di Sunshine Superman) e una selezione di pezzi hardcore non rende pienamente giustizia a come potessero essere i tre di Minneapolis nel 1981. Mould spara comunque giù dei gran bei numeri, vedi la melodica title track o la tirata Gravity, però resta comunque un quadro incompleto.

 

Molto meglio invece riesce, con la medesima durata, l’EP “Metal Circus” di qualche mese successivo, dove fanno capolino pietre preziose per il gruppo come Real World di Mould – che anticipava il suono che i nostri adotteranno in futuro – e soprattutto Diane, di Hart, sicuramente tra i momenti più celebri degli Hüsker Dü, un brano e delle sonorità che saranno poi riprese da parecchie altre band negli anni a venire.

E arriviamo a parlare di “Zen Arcade”, che rimane per me sempre un onore. È uno dei dischi che più mi hanno aperto le orecchie su quel che è stato il peso effettivo degli Hüsker Dü su tutto quello che è venuto dopo. Le leggende penso che le conosciate: quasi tutti i pezzi sono registrati in first take (anche se i membri della band hanno un po’ ridimensionato la cosa), l’intero progetto ha richiesto meno di 90 ore tra registrazioni e missaggio ed è costato circa tremila dollari. È vero anche che la stessa idea del concept album stride un po’ col fatto che diversi pezzi erano pronti già da mesi prima che iniziassero anche solo a pensare di registrare. Eppure tutto ciò importa poco, perché digerito tutto in un enorme singolo boccone, “Zen Arcade” continua ad essere oltremodo complesso, ti fa venire voglia di alzarti dalla sedia e andare a suonare qualcosa, a cantare, a urlare. È un album essenziale, che definisce in pieno l’enorme lavoro ai fianchi che la band di Minneapolis ha portato avanti negli anni. Sarebbe davvero ora di riuscire ad ascoltarlo in maniera decente, ritoccando la sottile e fragile produzione di Spot.

Da lì in poi è stato un susseguirsi di colpi magistrali, come “New Day Rising”, uscito pochi mesi dopo il loro vero capolavoro. La band non si è fermata un attimo, il tempo di dare alle stampe un album che già iniziava a provare i pezzi del nuovo e a suonarli dal vivo (lo chiamavano “touring ahead of the album” invece che behind). “New Day Rising toglie di mezzo gli esperimenti del precedente lavoro e focalizza l’attenzione in pieno sulla proposta punk/post hardcore/melodica dei nostri, e trovare un pezzo che non esploda è quasi impossibile. The Girl Who Lives on Heaven Hill è tra i momenti più forsennati di Hart, con il suo romanticismo urlato in piena faccia; in I Apologize gli Hüsker Dü sembrano i R.E.M. mandati in acido con Mould che chiede perdono ma pretende lo stesso con tono quasi aggressivo; Celebrated Summer fu uno dei momenti che univa i ragazzini punk con i propri genitori. Un tripudio.

Flip Your Wig conferma molto la continuità della band, che abbandona lentamente il sound aggressivo per cercare soluzioni più melodiche, riuscendo ad inanellare una serie di momenti perfetti, come la title track e il loro curiosamente famigerato singolo Makes No Sense at All, aiutati anche da una produzione che, per una volta, non suona poi così malaccio nemmeno nella versione cd.

Candy Apple Grey” fu il primo lavoro del trio per la Warner Records: all’epoca furono tra i primi a fare il salto verso una etichetta così importante e molti temevano che avrebbero finito per mollare i loro valori e piegarsi al commerciale più becero. Così non fu, tanto che il disco vede pure due dei pezzi più lenti e disperati che Mould abbia mai scritto, Too Far Down e Hardly Getting Over It, assieme a momenti diretti e violenti come Crystal e alcuni bei pezzi firmati da Hart, Green Eyes su tutti.

La carriera dei nostri si conclude con un altro album doppio, “Warehouse: Songs & Stories”, pure quello rovinato da una produzione debole su cd, tanto che i demo che circolano registrati in presa diretta suonano molto più vivi e carnosi. La mia esperienza con i tre di Minneapolis inizia proprio dalla fine, da questo disco comprato per puro caso da mio padre a una svendita di cd. Al primo ascolto, da quindicenne che ascoltava cose piuttosto pesanti, rimasi alquanto deluso. Ma non era questa la band aggressiva e melodica di cui avevo sentito parlare? Ci riprovai un paio d‘anni dopo e nacque subito l’amore, specie dopo aver finalmente scoperto “Zen Arcade”. “Warehouse ha sicuramente troppi pezzi, se l’avessero ridotto ad una quindicina sarebbe stato il loro album migliore senza dubbio. In compenso, è un piacere assistere al botta e risposta forsennato tra Mould e Hart a chi fa uscire il pezzo migliore, e penso che la bilancia penda più verso il chitarrista alla fin della fiera, ma di poco.  Riascoltandolo oggi, e ricollegandolo con i primi demo, mi viene quasi da pensare che il sound che troviamo su Standing in the Rain o Back from Somewhere fosse quello che la band avrebbe voluto fin da subito, ma che tutto il percorso fatto per arrivarci fosse però necessario e, storicamente, rimane di cruciale importanza.

Nel tour successivo al disco, il suicidio del loro manager mandò le già presenti tensioni tra Bob e Grant, in overdrive e lo scioglimento fu inevitabile. I nostri lasciano un record invidiabile, una discografia pressoché immacolata con nessun disco su cui sia possibile sorvolare o sollevare critiche di sorta. La loro eredità artistica, allo stesso modo, fu fondamentale per tutta la scena, forte di lavori solisti splendidi, come “Workbook per Mould e il progetto Nova Mob per Hart.

All’indomani della morte di Grant, ancora mi chiedo come mai gli Hüsker Dü continuino ad essere così poco celebrati rispetto ad altre band, The Replacements compresi. Raramente i loro pezzi compaiono nei film, edizioni deluxe sono una chimera e anche trovare qualche articolo ben fatto che ne parla non è cosa facile. Finalmente, forse, stiamo iniziando a vedere una nuova era per la band di Minneapolis e ora più che mai è arrivato il momento di riscoprire l’enorme lavoro dei nostri e la fondamentale importanza di ognuno dei singoli istanti della loro carriera. Sangue e sudore a fiotti, senza mollare mai la presa e senza mai perdere di vista un’etica lavorativa di ferro. Nonostante l’approccio punk aggressivo dei primi tempi, non dimenticavano mai di ascoltare il loro lato più melodico.

“We are not the most professional band in the Twin Cities”, dice Hart durante un concerto, con il suo solito sarcasmo secco e diretto. Beh, ne avessimo avute di più come voi, caro Grant, vivremmo in un mondo migliore.

Husker Du

 

 

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