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Interviste

Intervista ad ANGELO SICURELLA

Angelo Sicurella

Come in ogni perfetta favola musicale che si rispetti, dove il leader di una band intraprende la carriera solista, Angelo Sicurella, voce e mente degli Omosumo, si presenta in questo 2017 con l’album di debutto “Yuki O” (qui la nostra recensione), uscito il 17 novembre su Urtovox. Chi è questa Yuki O raffigurata sulla copertina del disco? E perché il debutto “ufficiale” giunge dopo tre mini Ep (che hanno composto un’ideale trilogia denominata “Orfani per desiderio“)?

Queste e altre domande in una bella intervista rilasciataci da Angelo, da leggere con molta attenzione per scoprire qualcosa in più rispetto a questo debutto, ma soprattutto per comprendere l’uomo dietro all’artista. In tempi in cui nessuno ha niente da dire ma ha comunque la presunzione di proferire parola, vale la pena ascoltare le parole appassionate di uomini altrettanto passionali.

A cura di Simone Picchi.

Dopo diversi anni passati a condividere i palchi con gli Omosumo, e ad un anno dalla uscita dell’ultimo capitolo della trilogia di “Orfani per desiderio“, debutti con un album vero e proprio. La nostra intervista comincia proprio da qui: da cosa deriva la scelta di accantonare momentaneamente la band per dedicare del tempo all’attività solista?
Non direi proprio “accantonare” la band. Sono solito dedicare l’intera mia giornata alla ricerca di suoni e alla scrittura, spesso scrivendo per il teatro e per la danza, contestualmente alla scrittura e ai tour degli Omosumo. Il mio piccolo studio in casa ha sempre i synth e le drum machine accese. Capita di sentire la necessità che un’indagine faccia parte di te, come una parte del tuo corpo che scopri. A volte la tieni nell’intimità di una stanza, altre volte la mostri. E così è avvenuto prima per Orfani per desiderio, oggi per Yuki O.

L’uscita di “Yuki O” segue il debutto avvenuto con i tre ep di Orfani per desiderio. Chi è Yuki O e cosa rappresenta? In linea narrativa come si ricollega all’esperienza degli ep?
Yuki O è una ragazzina che vive un mondo distante dalle cose, fin troppo veloce e incerto. Lo stesso mondo che viviamo noi. È la fragilità che naviga sul fiume delle nostre aspirazioni, di quello che vogliamo essere e dei muri contro cui andiamo a sbattere. Quello che lega Orfani per desiderio a Yuki O è la volontà di renderci presenti a noi stessi, qui e ora. E un altro tassello si aggiunge a questa presa di coscienza, a metà tra questa fragilità e questa necessità di essere presenti: l’accettare il rischio del fallimento e non considerarlo come qualcosa di irrimediabile.

Lungo tutto l’album testi intimisti in cui solitudine, delusione e riflessione, sussurrati ma anche dilatati, accompagnano le atmosfere musicali oniriche ed ipnotiche. L’utilizzo di certi temi e di un particolare timbro vocale riflettono una scelta stilistica o la volontà di creare un’immagine diversa da quella costruita con gli Omosumo?
Quando ho cominciato a scrivere sono partito da una ricerca di suono, intanto strumentale (synth e drum machine) e poi melodica propria della voce, che è il mio strumento. Avevo il desiderio di cantare, facendo una sintesi di quello da cui provengo: il blues, un piglio r’n’b, la mia passione per l’oriente, l’Africa, Nusrat Fateh Alì Khan, un certo modo di usare la voce e un certo modo di dire le cose. In più avevo l’esigenza di lavorare diversamente ai testi, lavorando innanzitutto su me stesso. Ho lavorato sull’evoluzione di alcuni elementi della mia scrittura. Una cosa che mi piace di Orfani e ancor di più di Yuki O è che sono canzoni (laddove le si possano chiamare così) fatte di sintetizzatori, di ritmiche sintetizzate e di voce, cruda, nuda, che è la fotografia della mia anatomia. In più, a questo giro, avevo bisogno di mettermi alla prova e di suonare di tutto (i synth, le percussioni, i timpani acustici, il piano, ecc). Avevo bisogno di un disco mio e di capire cosa sanno fare le mie mani, giocando con la mia ignoranza e con quello che ho imparato a fare col passare degli anni.

Appare chiaro come Yuki O segua delle linee musicali diverse e per certi versi opposte rispetto a quelle degli Omosumo. Quali sono gli artisti che hanno ispirato la stesura del disco? Sempre che ve ne siano stati…
Di solito non prendo a riferimento qualcuno quando scrivo. Ma penso che, anche remotamente, ci sia un inconscio che lavora insieme a te nel profondo delle cose. Per cui, probabilmente, se pensi di star facendo del tuo, forse stai facendo una centrifuga di quegli ascolti e di quelle cose che ti hanno solcato l’orecchio e l’occhio, che ti hanno insegnato la punta di una cassa o la frizzantezza di un suono di sintetizzatore e penso sia lo stesso anche per le letture. Leggevo Philip Roth, Annie Ernaux, Ocean Vuong, mi sono poi innamorato della serie tv Stranger Things, e della sua colonna sonora. Penso che noi alla fine siamo dei transfer, che passiamo attraverso l’uso del nostro corpo delle informazioni: le elaboriamo, le trasformiamo, assorbiamo il rumore del traffico, il suono sordo di una cantina e poi lo realizziamo nel noise che fa da sfondo e da colore a un brano. Io sono alla ricerca infinita di un suono che vorrei dire mio. Ed è un percorso assurdo, difficilissimo. Forse anche folle.

Angelo Sicurella

Fra le due creature (Yuki O e Omosumo), dove si nasconde il vero Angelo? Da un lato abbiamo una versione di te più intima e riflessiva, mentre dall’altro il lato più estroso ed eccentrico.
Io sto da tutte e due le parti e anche altrove. Ho sempre avuto il problema di voler fare tutto: il blues, la sperimentazione radicale, l’elettronica sperimentale, il rock di matrice settantina, il pop che non so fare. Questo probabilmente mi svantaggia nell’essere inserito nitidamente in una categoria: “quello fa rock”, punto. Ma, anche quando non c’è Yuki e non ci sono gli Omosumo, ci sono comunque sempre i synth accesi, un microfono acceso che aspetta la mia voce. Ultimamente ho realizzato una sonorizzazione alle Catatombe di Palermo: ho studiato i banchetti funebri etruschi e ho fatto due performance microfonando una cena. Ho microfonato tutto il tavolo, dal basso e dall’alto, i suoni finivano dentro la mia loop station e il mio campionatore, poi li facevo passare dentro i synth, li rielaboravo e li ricampionavo, riportandoli fuori e, a partire dai suoni della cena, riscrivevo e costruivo in tempo reale quello che la gente, seduta per terra, ascoltava, mentre si definiva man mano un tessuto sonoro e visivo. Le performance mi piacciono tantissimo, mi portano a studiare. E studiare mi piace. Così anche lavorare con le danzatrici ed esprimere in suoni i movimenti dei corpi, coi loro diversi linguaggi è una cosa che mi stimola tanto. Idem il teatro. Io confondo la musica con la mia vita. Passo gran parte della mia giornata a scrivere e a sperimentare, a pigiare bottoni, a cercare suoni del corpo e della voce, a ruotare manopoline. Non ne posso fare a meno.

In più di un’occasione hai dichiarato che la stesura di Orfani per desiderio ti ha aiutato ad esprimerti in maniera diversa in sede live, attraverso un approccio più diretto e confidenziale con il pubblico. Credi che questa tua evoluzione possa caratterizzare la tua dimensione dal vivo da qui in avanti?
Mi piace il rapporto confidenziale col pubblico, anche se a volte non riesco a esserlo e resto muto e timido da lasciar fare solo all’animale che mi bussa alla bocca dello stomaco. Mi piace instaurare un rapporto intimo con la gente. Vivo il live come un momento in cui ci siamo solo noi, io e la gente, fuori da tutto quello che riguarda il quotidiano, l’urbano, il mondo. Una finestra spazio temporale in cui diventiamo altro insieme. Il live per me è importante. È una messa, un rituale.

In una bella intervista rilasciata per Cafè Babel di qualche anno fa hai raccontato la tua esperienza di lavoro nell’inferno/paradiso di Lampedusa. Il contatto con quel tipo di realtà ha influenzato la scrittura di Orfani per desiderio e cambiato il tuo approccio al mezzo musicale. Quanto di quell’esperienza è ancora viva dentro l’uomo e quanto questo si rapporta con l’essere anche un artista?
Sono tornato da Lampedusa ieri. Lampedusa mi riporta a terra. È l’equilibrio tra il mio quotidiano musicale e la mia utilità nel mondo verso l’altro. Lampedusa è una esplosione di umanità, che centrifuga lo spazio, il tempo, le relazioni, i legami con sconosciuti che ti sembra di conoscere da anni. Io ne ho bisogno, per me è importante. Orfani per desiderio è nato da un’esperienza particolare, che mi ha coinvolto così tanto emotivamente che sono stato settimane chiuso in casa in campagna, lontano dagli esseri umani, avendo a che fare solo con le piante, gli alberi e due caprette. Mi ha portato a vomitare il mutismo generato da quel 3 ottobre 2013 nelle canzoni e nei testi di quel disco. Mi ha fatto capire anche tante cose di me. Ho affondato le mani nel ventre di qualcosa. E ci ritorno ancora.

Lampedusa ultima frontiera meridionale del nostro paese ma soprattutto ultima frontiera siciliana. La tua provenienza è di dominio pubblico e non ne hai mai fatto mistero. Quanto la tua terra ti ha influenzato nel pensare, definire e approcciarti alla musica? Come tutti (noi) siciliani vivi un rapporto di amore/odio o è un qualcosa che in un modo o nell’altro hai superato grazie al tuo mestiere?
La mia terra mi pulsa dentro. Credo che il suo essere miliardi di cose insieme sia il motivo per cui io stesso mescolo nella mia musica tante cose, tante ricerche e tanti linguaggi. Credo sia il motivo per cui adoro le sonorità arabe delle orchestre egiziane, la musica bizantina, i sufi qawwali del Pakistan, la musica gnawa dei berberi magrebini. Se cammini per Palermo, ogni angolo ti riserva una sorpresa, il vecchio si mescola con il nuovo, ciò che appare scarno fuori è ricco di Serpotta dentro. Siamo figli di un porto di mare che è il Mediterraneo. E questo odore si sente. E anche io mi sento così.

Per concludere questa nostra chiacchierata mi voglio affidare alla più classica delle conclusioni: quali sono i tuoi progetti futuri?Andare a Bali a fare una ricerca sui gamelan e sul kecak, che magari poi diventa la base di un disco nuovo.
E poi, voglio diventare Yuki O.

 

 

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