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BJÖRK: una violenta e felice alba nordica

Bjork

Il momento di più grande ispirazione nella carriera artistica dell’islandese Björk arriva a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. Non grazie a un disco o a un singolo particolare. Björk non è un’artista “facile” per le classifiche. Arriva grazie a Dancer In The Dark, il film di Lars Von Trier nel quale la musicista islandese da prova di essere anche ottima attrice.

Il film, il musical, ottiene un successo insperato in Europa e qualifica Björk per la sua interpretazione. Per quanto possa sembrare folle, il Vecchio Continente non è molto “aperto” ai musical e la Palma d’Oro vinta al Festival di Cannes cambia una storia che sembrava già scritta. Insieme a tutto questo, ancor più incredibile, il Premio per l’interpretazione femminile alla stessa Björk. I nomi superati non sono quelli di emerite sconosciute: Holly Hunter, Charlize Theron, Uma Thurman, Kate Beckinsale.

La sua musica è una bella commistione di tradizione e fascino pop. Se le togliessimo i capelli e aggiungessimo qualche ruga avremmo un Peter Gabriel del tutto simile all’originale. La verità è che sarebbe un confronto pretenzioso quasi esclusivamente per la buona distanza temporale che corre tra i due artisti.

Stockhausen, che influenza!

Ci si potrebbe perdere per ore nel descrivere tutte le influenze che hanno portato Björk a quello che è oggi o che è stata negli anni ‘90. C’è, in realtà, un po’ di tutto ma potrebbe essere utile indagare quello che può essere considerato come l’elemento fondante. Così come lei stessa ha ammesso, la maggiore influenza nella sua produzione musicale è stata esercitata da Karlheinz Stockhausen.

È la stessa Björk a delineare la natura dell’ispirazione riferita al lavoro di Stockhausen e all’importanza che questo ha ricoperto nello sviluppo della sua tecnica canora:

my favourite piece of his, Stimmung, is vocal only, using the voice as a sound and exploring the nuances of it in a microscopic way, rid of the luggage of the opera tradition or any other vocal disciplines, styles or techniques”

Nel caso di Björk dobbiamo fare riferimento a una tecnica canora non scolastica. Forse proprio per questo motivo si è sviluppata verso un terreno così inusuale. È tanto bello riuscire a fare i musicisti con un diploma in ragioneria quanto umiliante stare lì a giustificarsi continuamente quando ci si trova di fronte a un musicista vero. Al di là della precoce carriera islandese, quello che ha segnato il passaggio di una musicista come Björk all’età adulta è l’esperienza nei The Sugarcubes. In questa parentesi, che porterà alla pubblicazione di 3 album in studio, si sviluppa il “verbo” musicale tanto attuale ma assolutamente riconoscibile della piccola islandese.

Non si tratta di un semplice esercizio di forma e contenuto, perché grazie all’esordio fortunato di “Life’s Too Good”, del 1988, la band e la cantante assaporano il successo pieno, quasi inatteso in Gran Bretagna, tiepido, ma comunque interessato, in Canada e negli Stati Uniti. È successo tante volte di impazzire per personaggi sorprendenti, in grado di tirare fuori perle di bellezza quasi unica. Nella quasi totalità dei casi, tuttavia, queste piccole sorprese sono avvizzite con la velocità di una rosa strappata dal gambo. Nel caso di Björk, invece, ci si trovò di fronte a una piacevole quanto stranamente calda alba nordica.

Queste cose non si possono dividere per due. Se hai il talento non lo dividi con nessuno. Sei tu che possiedi quella fiamma. Gli altri sono contorno e qualche crepitio, ma la fiamma è una cosa tua. Ti appartiene. Il debutto non va rimandato.

Il debutto

La separazione dal nucleo centrale dei The Sugarcubes sposta gli equilibri dalla realtà islandese a quella sempre più consolidata della Gran Bretagna. Lì Björk è già un nome di un certo peso. Soprattutto grazie alla vocalità non semplice. Ha un timbro potente e incredibilmente femminile. “Debut”, primo disco solista del 1993, è l’amo del folletto islandese. Un uncino che diventerà ben presto una rete a strascico, per prendere sin dal fondo. L’idea di copertina spiega molto del contenuto del disco. Il volto di Björk è scagliato su una tavola con effetto seppia, vuota. C’è solo lei in primo piano con le mani giunte e raccolte vicino al volto. Come a voler stimolare la concentrazione dell’acquirente tanto sul gesto quanto sul volto. Un’istantanea quasi messianica.

Per improvvisazione o furbata commerciale il primo singolo dell’album Human Behaviour è la prima vera e propria innovazione che la cantante porta su disco. Non a caso questa canzone dai ritmi figli di un jungle leggero è piazzata come apertura dell’album ed evade dalla linea tenuta dagli altri brani del lavoro. I tempi erano chiaramente diversi. I primi anni ‘90 stavano appena annusando una rivoluzione dance particolare, si fa comunque affidamento sull’utilizzo di drum machine sempre più sofisticate, ma si acquisisce una nuova coscienza che riporta l’essere umano quasi alle sue origini. La commistione tra elettronica e tribal, tuttavia, può pretendere ben poco spazio su un esordio, nel ‘93.

 

Per avvicinare la cultura europea, ma soprattutto per vincere la resistenza del pubblico statunitense, la piccola islandese introduce qualche accento di un pop semplice e a tratti imbarazzante. Il brano Violently Happy è pensato apposta per attirare l’ascoltatore. I ritmi sono scadenti, il testo è dozzinale e il brano non può far altro che sfondare in classifica, tanto nel Regno Unito, dove si piazza al 13° posto, quanto negli Stati Uniti, dove arriva a posizionarsi sorprendentemente al 4° posto.

Debut” è una sorta di bilancia delle necessità e dei desideri di Björk. Venus As A Boy porta alla luce la sua vocalità che si muove tranquillamente su un ventaglio molto ampio di tonalità. Il testo è provocante e le percussioni hanno un peso specifico diverso rispetto alla vera violenza del brano. Il risultato è ridondante e stupido, ma Björk ci mette una pezza grossa come una casa. Forse, rileggendo i suoi lavori più attuali, raramente è riuscita a incidere su un brano così come ha fatto con questo. Venus As A Boy diventa uno dei fenomeni cult di quella generazione che cresceva, grazie al film Leon, tanto dozzinale nella trama e nel copione, quanto ben voluto dalla critica e dal pubblico (oltretutto in un periodo di produzioni cinematografiche davvero ottime, Da Il Seme della Follia a Le Ali della Libertà).

Da qui si può solo salire

Gli anni che passano tra l’esordio da solista e quello che è unanimemente riconosciuto come il vero disco di lancio della carriera di Björk, l’artista islandese li vive in tour. È un periodo fecondo, di grandi cambiamenti e pericolose avventure. Il cambiamento più importante è quello che riguarda la produzione del disco “Homogenic”, del 1997. L’artista interrompe la sua collaborazione con Nellee Hooper e si lascia coinvolgere in un sodalizio quasi infinito con il compianto Mark Bell degli LFO. La collaborazione tra i due andrà avanti fino al 2011, ma i due resteranno in contatto fino al 2014, quando le complicazioni di un intervento chirurgico a cui venne sottoposto Bell, interromperanno per sempre questa particolare unione di intenti.

Homogenic” è prematuro e coinvolgente. I suoni sono molto aperti e ariosi. La voce di Bjork può muoversi molto più liberamente che in passato. Ma il filo conduttore dei brani è quello di una maggiore riflessività. Bell cerca di esplorare la vocalità di Björk. Vuole limitare (che non significa “eliminare”) le espressioni “violente” che in passato avevano contraddistinto il suo modo di cantare. Che piaccia o no, il risultato è micidiale e globalmente apprezzato. “Homogenic” rappresenta l’immagine più immediatamente riconoscibile da accostare a questa artista.

La copertina mostra come sia importante puntare sull’immagine e quanto sia proprio questo concetto a precorrere in maniera profetica i tempi, a pochi anni dalla fine del millennio. Le bande rosse del kimono indossato dalla cantante sono poco più che un contorno e risultano come soffocate da tonalità fredde. Tutti i brani dell’album risentono del particolare momento di depressione della quotidianità di Björk.

Praticamente tutti i brani del nuovo disco sono un concentrato sulla fine della storia d’amore tra Björk e Tricky. Naufragata tra l’ammissione di colpe dell’artista inglese, che ha confermato in tante occasioni di non aver avuto una buona influenza su di lei, mentre lei ne aveva avuta eccome su di lui:

I don’t think she could see anything beautiful when I was with her – there was nothing beautiful in my way of dealing with her”.

In questo lavoro ci sono dei pezzi di storia e delle composizioni “definitive” di Björk. Vengono i brividi a pensare che qualche testa d’uovo, con il cervello marchiato dal maschilismo più imperante, abbia ritenuto giusto piazzare questo lavoro alle spalle di “Ok Computer” dei Radiohead, nella categoria Miglior album di musica alternative ai Grammy, nel 1998.

A prendersi la scena sono gli archi. I violini sono più forti e più decisivi dei synth nell’indirizzare il suono. All Is For Love è la migliore chiusura per un album che si ricordi dai tempi di Caroline, No dei Beach Boys. La maggiore delicatezza della vocalità è perennemente in contrasto con le urla che diventano uno sfogo sonico e terapeutico in Pluto. Il brano funziona magnificamente con il generale mood dell’album. Bell ha perfettamente capito qual è il punto di forza dell’islandese.

Il supporto nella produzione ha impresso una marcia in più al disco, ma la voce di Björk ne esce comunque assoluta vincitrice. Prestando attenzione, vi sarà possibile ascoltare il suo respiro lungo tutto il disco. Björk non smette mai di esserci. Rileggendo l’intera carriera della cantante ci si rende conto che è proprio “Homogenic” a tenerla in vita nel primo decennio del nuovo millennio. Un periodo lungo il quale qualcosa, indubbiamente legato alla influente potenza di questo disco, si perde e non viene più recuperato.

Il talento è un’arma a doppio taglio e lo è ancora di più quando è così incommensurabile. Le attricette di oggi che passano un giorno su un palco e un altro in uno studio di registrazione hanno ingenuamente cambiato le regole del gioco. Oggi si fanno talmente tante cose in poco tempo che è sinceramente diventato impossibile riconoscere quale è fatta male e quale è fatta bene. Non c’è tempo per capire in maniera adeguata.

Forse anche questa premessa è utile per valutare il criptico fallimento del successivo “Vespertine”. L’album è un successo commerciale superiore a “Homogenic”. Vende di più e si piazza meglio in tutte le classifiche, ma non ha lo slancio del suo predecessore. È povero di contenuti e controverso nella forma. Più che la musica colpiscono gli elementi video che accompagnano i singoli Hidden Place, Pagan Poetry e Cocoon; trash e cafoneggianti fino al confine del qualunquismo più becero, sono forse il peggior compromesso tra sperimentazione e successo che si ricordi.

Solo Bjork

Il 2004 è l’anno di “Medulla” e della consacrazione di Björk come punto cardine del suo stesso lavoro. L’esperienza eccessiva di “Vespertine” è servita da lezione. “Medulla” è spoglio e mostra una Björk più centrale. Intorno a lei non rimane più nulla se non le sparute alzate di mano di Mark Bell per obiettare qua e là nel nuovo corso dell’artista islandese. Di rilievo la collaborazione con il beatboxer, Rahzel, che contribuisce a ridurre ulteriormente lo spazio all’utilizzo di strumenti tecnologici. “Medulla” è un lavoro particolare, che riporta tutto all’origine del discorso. A quel legame quasi inscindibile con il compositore Stockhausen che in questo momento torna come un fantasma in un castello nuovamente occupato da ricchi e agiati signori.

Il lavoro di Bell è mortificato e il campionamento è quasi esclusivamente riservato alla voce. Qualche timido spazio è ricavato tra i corali di Where Is The Line, ma è un semplice contentino.

Le composizioni, ovviamente, non possono essere tanto complesse, ma la spinta verso un nuovo e particolare modello di pop porta come riferimento la complessità della voce e delle composizioni corali. Vökuro è una solenne celebrazione della sua terra natia, l’Islanda. Il brano, accompagnato dalle parole della scrittrice e poetessa Jakobína Sigurðardóttir, è stato creato originariamente dal compositore islandese, Jórunn Viðar, venuto a mancare nel mese di febbraio di questo infausto 2017, ed è una prova per Björk. Un modo per correggere le distanze che sembrano correre tra la sua cultura insulare e l’influenza globale che ormai quest’artista esercita su una nuova orda di imitatrici e figliocce.

L’utilizzo dell’immagine di Björk in copertina è ormai maniacale e difficilmente riconducibile all’album. Il suo volto, in mille pose e con mille fronzoli diversi è ormai una certezza. È un quadro sempre nuovo e, per una volta, sembra essere la minore delle preoccupazioni nella costruzione del disco. La complessità sta tutta nel non dividere il suo pubblico.

Björk, l’innovatrice, si gioca molto con questo lavoro. Il perché è in brani come The Pleasure Is All Mine e Anchestors. Quest’ultimo, in special modo, è un vero e proprio sdoppiamento della personalità dell’islandese. Il terreno minimal con pianoforte accompagna un appunto testuale condensato in una serie di sovraincisioni. Possiamo raffigurarci due Björk differenti: quella che esce dalla crisalide nell’arco di un decennio (‘90-’00) e quella che segue le strade delle farfalle, le più rare e belle ma incredibilmente fragili, del decennio successivo.

Sempre connessi

Il periodo di rotazione siderea del nostro pianeta ha una durata di 23 ore, 56 minuti e 4 secondi. La nostra Terra compie un’intera rotazione sul proprio asse in un periodo più o meno indicativo di 24 ore. Dalla fine degli anni ‘60 un ulteriore globo si è sovrapposto al nostro e ha iniziato a sviluppare un periodo di rotazione siderea sempre più veloce. Una rete invisibile che si aggiorna continuamente e che produce applicativi per qualsiasi utilizzo quotidiano.

Potrebbe essere questo uno dei temi sul quale è puntato il focus che ha portato alla pubblicazione di “Biophilia”, il disco del 2011, arrivato a circa 4 anni di distanza da “Volta”. Questo nuovo album serve per celebrare un universo distante da quello musicale, ma incredibilmente legato a esso. La scienza è l’elemento che più è facile ritrovare in questo nuovo lavoro, ma, forse, è più giusto parlare di tecnologia.

Un punto di svolta importante per quanto riguarda la produzione. Björk, infatti, sceglie di seguire questa strada in una sorta di solitudine creativa. Non compare più il fido Mark Bell alla produzione. C’è il duo 16bit che compare tra i credits del brano Crystalline, ma il disco rimane un soliloquio espressivo. La cultura insulare, alla fine, ha avuto la meglio. Non è l’ego. È una sorta di necessità vitale che si appropria delle persone che emergono dal buio crepuscolare.

Tutto il disco è una sorta di celebrazione degli artefatti dell’uomo, tra i più strani. Compare il campionamento della bobina di Tesla nel brano Thunderbolt. Ci sono continui cambi di ritmo in brani come Mutual Core, ma mancano le “Bjorkate”. L’album rende ovviamente meno di altri lavori, forse anche meno del già modesto “Volta”, ma diventa comunque un prodotto ricercato perché Björk ha imparato a vendersi (le femministe mi stiano lontane, per cortesia, ndr). Ogni brano del disco corrisponde a una sua relativa app che viene messa a disposizione sull’Apple Store per iPad.

A fare una buona impressione è la totale integrità dell’ispirazione dell’artista islandese. Un disco può essere piacevole da ascoltare, oppure assolutamente evitabile, ma di oggettivo rimane la qualità del lavoro che un artista svolge. Björk in questo è una campionessa assoluta.

Con il recente “Vulnicura”, uscito nel 2015 e prodotto con la collaborazione di un nome come quello di Arca, siamo a un ripasso di esperienze già vissute che questa volta portano in dote un tappeto musicale molto differente. La storia decennale con Matthew Barney è arrivata al capolinea e nel 2014 è venuto a mancare Mark Bell, la Stella Polare dei migliori anni della vita artistica di Björk. Le scelte musicali dell’artista islandese sono tradizionali e completano un percorso. Chiudono un ciclo.

Verso Utopia

I like really open situations – being on the dance floor at three in the morning, losing myself, but also going to my cabin by the lake the next day and playing the flute. That, for me, is also utopia”.

Tutto e niente. Poche parole potrebbero essere sufficienti per descrivere quello che sarà o che potrebbe essere, invece, “Utopia”, il nuovo album in uscita. Il lavoro è stato completato con la collaborazione di Arca e vede il ritorno a una certa “ariosità” nelle composizioni. Forse il ciclo si è veramente concluso e tutto torna, si riapre. Si riparte da zero e si ripercorre la stessa strada. Ma i tempi sono quello che sono e le sonorità del primo singolo estratto da “Utopia”, The Gate, sembrano al di sotto delle aspettative. Questa cantautrice si è sempre raccontata e ha sempre utilizzato un vocabolario particolare che non può, per forza di cose, essere infinito.

Il video che lo accompagna, che vede alla regia il fido Andrew Thomas Haung, sembra un frame estratto da The Legend Of Zelda: Breath Of The Wild.

In generale il mood del disco e le “ambientazioni” sembrano molto più artificiali di qualsiasi cosa di artificiale Björk abbia mai messo in musica. Basterà per accontentare i vecchi fans e farne innamorare di nuovi? Sicuramente sì. Il concetto di produzione musicale che ha portato avanti il folletto islandese è ben lontano da una dimensione caotica. La quotidianità di Björk è ben scandita e i programmi da qui a un ulteriore nuovo album sono assai precisi: innovazione e tradizione. Sembra un manifesto politico. Preparate la tessera elettorale.

 

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