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The Body & Full Of Hell – Ascending A Mountain Of Heavy Light

2017 - Thrill Jockey
industrial / noise / grind / doom

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Tracklist

1. Light Penetrates
2. Earth Is A Cage
3. The King Laid Bare
4. Didn't The Night End
5. Out Love Conducted With Shields Aloft
6. Master's Story
7. Farewell, Man
8. I Did Not Want To Love You So


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The Body & Full Of Hell, un nome che tradotto nella nostra lingua suona come “Il corpo” e “pieno d’inferno”. Insomma due cose che mischiate creano un avvertimento, un nome omen, una promessa.

A meno di un anno dal precedente “One Day You Will Ache Like I Ache”, battezzato dalla Neurot, arriva un nuovo atto di malessere da parte del collettivo che vede coinvolti Lee Buford e Chip King da una parte e Spencer Hazard, Dylan Walker, Sam DiGristine e Dave Blend dall’altra. Il risultato prende il nome di “Ascending A Mountain Of Heavy Light”.

Ogniqualvolta queste due realtà si scontrano finiscono per generare qualcosa che va oltre l’impianto già di per sé distruttivo della propria base esecutiva diventando a tutti gli effetti qualcos’altro. Qualcosa che si colloca oltre, nella terra di nessuno. Il disco è un disastroso quadro di Druillet in combutta con Bosch il tutto musicato dagli spettri impazziti di Stockhausen e Varese infestati da virus industriali di natura teutonica. Proprio questi fantasmi meccanici spurgano le loro orride sensazioni su brani infausti come Didn’t The Night End che riprende direttamente i trascorsi harsh e powerviolence/noise dei FOH tritandoli in un tumultuoso mare elettrospastico.

Il tutto prende una piega ancor più debilitante sull’impianto free-alien-jazz-noise ordito dietro le pelli dal Brian Chippendale dei Lightning Bolt dell’insensata Our Love Conducted With Shields Aloft, pezzo capace di riportare alla mente le disarticolazioni più seminali di realtà come Naked City con tanto di rimandi al lavoro “vocale” che fu di Yamantaka Eye. Il filtro dei primi KMFDM in accoppiamento ferale coi NIN targati anni ’90 prende vita nella micidiale Earth Is A Cage ottima per far ballare più di un’orda di non-morti. Sempre in materia di zornianismi spinti, invece, si presenta l’opener Light Penetrates con tanto di fuga di sax finale ad opera di DiGristine.

Brilla di luce propria l’impulso ritmico synth-pop alienante della brutal-minimalista Master’s Story crescendo che si getta di faccia un inferno doom metal nero come la pece. Le due band ritornano a casa giusto il tempo di recuperare le armi con cui imbastiscono il feroce attacco kamikaze di Farewell, Man, mortificante assalto-ossimoro grind/doom di rara pesantezza.

Non un album ma un mostro tentacolare spuntato fuori dal più aberrante degli incubi lovecraftiani. Musica estrema alla massima potenza per chiudere in orrore un anno orribile.

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