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Eminem – Revival

2017 - Aftermath Entertainment / Shady Records / Interscope
hip hop

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Tracklist

1. Walk on water feat. Beyoncé
2. Believe
3. Chloraseptic feat. Phresher
4. Untouchable
5. River feat. Ed Sheeran
6. Remind me (intro)
7. Remind Me
8. Revival (interlude)
9. Like home feat. Alicia Keys
10. Bad husband feat. X Ambassadors
11. Tragic endings feat. Skylar Grey
12. Framed
13. Nowhere fast feat. Kelhani
14. Heat
15. Offended
16. Need me feat. Pink
17. In your head
18. Castle
19. Arose


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Trovo che avere vissuto la propria infanzia negli anni ’90, sia stato bellissimo per un sacco di motivi. Tra le cose che ricordo con maggiore affetto e piacere, una in particolare mi fa sorridere di cuore ogni volta che la rievoco: il rituale della colazione del sabato mattina, facendo scorpacciate di latte e cereali ormai fuori commercio e la spola tra i cartoni animati e i video di MTV. Fu sicuramente durante una di quelle mattinate spensierate che ebbi modo di fare conoscenza con un simpatico ragazzotto del Michigan, coi capelli ossigenati.

Allora a parte My Name Is, non capivo assolutamente nulla di cosa dicesse, mi piacevano semplicemente il ritmo del pezzo, la sua voce nasale e il modo in cui andava sulla base. Tanta era la voglia di comprenderlo, che un paio d’anni dopo mi misi a tradurne i testi parola per parola, dizionario alla mano. E in un certo senso, sapere che quel pezzo trattasse della sua indecisione circa quale delle Spice Girls ingravidare per prima, del fatto che Dio l’avesse mandato sulla Terra per fare incazzare tutti e sua madre si drogasse più di lui, me lo fece stare ancora più simpatico.

Discutere l’importanza di Marshall Bruce Mathers III nella prepotente (ri)affermazione dell’hip hop tra i gusti musicali dei ragazzini di mezzo globo, significa negare l’evidente. Da quel lontano 1999, di acqua sotto i ponti ne è passata davvero un sacco. Di dischi belli (“The Marshall Mathers LP”), meno belli ma quantomeno dignitosi (“The Eminem Show”, “Recovery” “The Marshall Mathers LP 2”) e decisamente dimenticabili (“Encore” ma soprattutto “Relapse”), anche. Confesso che l’uscita di Walk On Water, prodotta da un Rick Rubin mai così a corto d’idee e col ritornello di Beyoncé, mi ha fatto grosso modo l’effetto di una pera di morfina. Ok, la vena intimista e autocritica del testo è sicuramente apprezzabile e di Eminem tutto si può dire tranne che non sia un ottimo performer. Ma ciò non riesce a liberarmi dall’aura di noia mortale che mi assale con quel pezzo.

Purtroppo, proseguendo con l’ascolto dell’album, la sensazione di tedio e torpore non accenna a diminuire. Anzi, raggiunge vette ancora più ragguardevoli già a partire dalla successiva Believe, solita retrospettiva su una carriera irripetibile, tema ricorso talmente tante volte nelle sue canzoni che francamente, se ne sarebbe fatto volentieri a meno. Il tutto su una base di una banalità sconfortante, cavalcata certamente con la solita classe ma quando si arriva al ritornello canticchiato, i testicoli precipitano sul pavimento per non fare più ritorno. La situazione non può che peggiorare con la trap ultra manierista di Chloraseptic, martoriata dall’inutile cameo di PHRESHER, fenomenale nel fare detestare visceralmente lo stereotipo del rapper nero illetterato e starnazzante. E nulla vale al titolare, dare l’ennesimo saggio della propria bravura nel maneggiare schemi metrici complessi.

Non basta dividere la produzione in tre momenti distinti per affrancare Untouchable dalla pesante sensazione di strasentito (tra l’altro: “Throughout history, African-American have been treated like shit”. MAMMA MIA MARSHALL! Se non ce l’avessi detto tu, non ci saremmo MAI potuti arrivare nella vita…). Di una tristezza indicibile la scelta di campionare Zombie dei Cranberries su In Your Head ma ancora di più I Love Rock n’ Roll per Remind Me, di un’insulsaggine degna del peggior MC Hammer. Quanto alla presenza dei vari Ed Sheeran, P!nk, Alicia Keys, X-Ambassadors, Skylar Grey e Kehlani, non sembra giustificabile se non con l’intento di produrre stucchevoli canzoncine pop da alta rotazione. Tutto il resto è, come si suol dire, noia.

L’impianto musicale dell’album è di una piattezza che a tratti annichilisce: non c’è un’idea, una soluzione, un tocco di classe che possano destare il benché minimo interesse. Apro anche una parentesi sui testi, se no poi dicono che non li leggo: le consuete rime auto referenziali, le valutazioni sul rapporto con l’ex moglie Kim, prive ormai sia dell’iniziale furia che della successiva intensità emotiva, qualche scontata e prevedibilissima stoccata agli hater e all’amministrazione Trump, lasciano inevitabilmente il tempo che trovano. Dell’Eminem irriverente, ferocemente sarcastico e squisitamente scorretto degli esordi, non è rimasta nemmeno l’ombra. Certo, è naturale che un uomo giunto ai 45 anni in una condizione di quiete e agiatezza, sia cresciuto e abbia smussato gli spigoli del proprio carattere. Ma parlare di maturazione mi sembrerebbe profondamente disonesto e fuori luogo. Mi dispiace un sacco ma l’unica parola che mi viene in mente, è rammollimento.

A dispetto del titolo, “Revival” si rivela un’operazione che di revivalistico non ha proprio nulla. Un disco inutilmente prolisso, fiacco, a tratti irritante, che avrà nella carriera dell’autore, grosso modo lo stesso peso dei libri di Benedetta Parodi nella storia della letteratura italiana. Marshall, credimi, ti ho voluto tanto di quel bene che non puoi nemmeno immaginarlo. Ma per tanto così, anche basta dai…

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