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N.E.R.D. – No_One Ever Really Dies

2017 - N.E.R.D. / Columbia
hip hop / RnB / dance

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Tracklist

1. Lemon feat. Rihanna
2. Deep Down Body Thurst
3. Voilà feat. Gucci Mane, Wale
4. 1000 feat. Future
5. Don't Don't Do It! feat. Kendrick Lamar
6. ESP
7. Lightning Fire Magic Prayer
8. Rollinem 7's feat. Andre 3000
9. Kites feat. Kendrick Lamar, M.I.A.
10. Secret Life Of Tigers
11. Lifting You feat. Ed Sheeran


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La simpatica tamarraggine di Lemon, una produzione semplice e piacevole quanto basta per fissarsi immediatamente nella memoria, nonché di provocare un notevole impulso al movimento, è un rigenerante bagno d’onestà. In un 2017 d’hip hop segnato da uscite insopportabilmente patinate, meri compitini d’ordinanza e sopravvalutazione insensata di prodotti scadenti, è un sospiro di sollievo ondeggiare sul suo groove minimale e dopato. Pharrel Williams e Rihanna ci invitano a occuparci di cose più serie che seguire i gossip che li riguardano. Va detto che pur non essendo un’mc eccezionale, miss Fenty rappa molto meglio dei vari 21 Savage, XXXTentacion, Lil Yachty e via dicendo.    

L’atmosfera è dunque quella di un club munito di dancefloor, stipato di belle signorine sculettanti e rampanti giovanotti che ballano, tentando di entrare nelle loro grazie. Uno scenario certo non nuovo, ma dipinto con tanto di quel mestiere che ci si può solo levare il cappello. Forte è invece la sensazione che la battagliera 1000, avrebbe potuto benissimo fare a meno di Future, saturo di odiato (da me) autotune. Peccato perché lo strumentale, in continua evoluzione, nei momenti più tirati ad alcuni potrebbe riportare in mente i favolosi Outkast di B.O.B.. Fortunatamente, “No_One Really Ever Dies” ha svariate altre frecce al proprio arco.

Giunti al quinto album in quasi vent’anni di carriera, Pharrell Williams e Chad Hugo, già titolari del team di produzione Neptunes, coadiuvati dall’amico Shae Haley, questa volta più che mai attingono alla propria pluripremiata esperienza con campionatori, sequencer e drum machine. Riducendo l’uso degli strumenti analogici a quello che forse è il loro minimo storico, ci presentano undici tracce in cui la componente ritmica, risulta essere elemento centrale e catalizzante. Ma come in tutti gli album dei N.E.R.D., non lesinano certo sui cambi di registro.

Don’t Don’t Do It! se inizialmente va a parare dalle parti dello Stevie Wonder di “Songs In The Key Of Life”, viene ben presto inframmezzata da un funky frenetico, su cui trova spazio anche una breve strofa di Kendrick Lamar. Ritroviamo il rapper di Compton, insieme all’eclettica artista britannica M.I.A., nella sintetica e a tratti africaneggiante Kites, traccia felicemente instabile e imprevedibile. I già citati rimandi agli Outkast e al loro ottimo “Stankonia”, si fanno tangibili con la partecipazione di Andre 3000 all’ibrido dance/hip hop multiforme di Rollinem’s 7.  Esp, finisce per essere due canzoni in una, potendo contare su una prima parte ossessiva e una seconda decisamente più rilassata e distesa.

Lightning Fire Magic Prayer, è invece una traccia dallo sviluppo più lento e complesso. RnB elettronico puntellato di dancehall, che spunta poi dalle parti del Timbaland più ispirato, finisce per risultare l’episodio più maturo dell’album anche per il testo, un inno alla pace molto meno superficiale di tanti altri (“Sometimes, you may have to do unpopular things”). Sanno decisamente come farsi apprezzare anche Deep Down Body Thurst, ritmata e melodica, benedetta da un basso jazzy che fa denotare un surplus di attributi, e l’omaggio a Kingston e alla dub di King Tubby della conclusiva Lifting You.

Se le rimanenti tracce non brillano ugualmente per originalità, compensano senz’altro con l’ottima fattura. Il lavoro di editing e post produzione, va da sé, è ineccepibile. I N.E.R.D. piazzano questi undici pezzi sotto il sette, prendendosi una meritatissima ovazione del pubblico. Aldilà dei gusti personali, il talento, la professionalità e l’inventiva dimostrate in questa sede, non sono argomenti facilmente confutabili.

Al pari e per certi versi più dei suoi predecessori, “No_One Ever Really Dies” è un disco molto più sfaccettato ed elaborato di quanto non possa emergere da un ascolto superficiale e distratto. Con un gran colpo di reni in zona Cesarini. i tre trasformano in goleada il già soddisfacente poker costituito da “RTJ3”, “Endangered Philosophies”, “Ctrl” e “Big Fish Theory”.

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