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THE CURE: 40 anni di romanticismo decadente

Amati da molti, talvolta addirittura adorati fino al limite della deificazione, spesso ingenuamente travalicato. Invisi ad altrettanti, che non perdono occasione per infierire su di loro e relativo seguito. Naturalmente l’esistenza di posizioni intermedie non è affatto da escludere. Ovunque vi collochiate in questo quadro di reazioni, mi sia concesso dipingere come innegabile almeno un dato: la maschera da pierrot stralunato ed eccentrico di Robert Smith, l’arcinota zazzera che incornicia il volto bianco, con gli occhi cerchiati di nero e il rossetto messo come capita, è una delle icone più riconoscibili del panorama musicale degli anni ’80.

La fama della sua creatura multiforme e incostante: è tra le poche sopravvissute all’era dell’edonismo, continuando a conquistare i cuori di schiere di adolescenti. Di sicuro, come tutte le produzioni artistiche molto ampie e longeve del resto, non si è fatta mancare nemmeno clamorose cadute di stile. Ciononostante, con buona pace dei suoi detrattori, l’influenza esercitata dalla band del West Sussex non solo sui movimenti musicali, ma anche sulla cultura e l’immaginario popolari delle ultime due decadi del XX secolo, è sicuramente significativa.

THREE IS A MAGIC NUMBER

Come per Dante nella Commedia il numero tre ha avuto un’importanza cardinale nel lungo percorso del gruppo. Sebbene perennemente oscurati dal carisma e dall’incontenibile ego del leader maximo, almeno altri due sono infatti i nomi imprescindibili dalla narrazione in corso: Laurence “Lol” Tolhurst, da principio batterista e in seguito polistrumentista, e Simon Gallup, a momenti alterni al basso e alle tastiere. Formazione instabile e spesso minata da conflitti interni, a loro più che a chiunque altro ne abbia fatto parte insieme a Smith, i Cure devono il proprio periodo di maggiore fertilità creativa.

La tripartizione fa parte del corredo genetico della band sin dal primo album, datato 1979. Licenziato in seguito ai buoni riscontri ottenuti dai singoli Killing an Arab e Boys Don’t Cry, “Three Imaginary Boys è considerato dallo stesso Smith un primo passo falso. In effetti, le caratteristiche che faranno la fortuna dell’ensemble negli anni successivi, sono ancora di là da venire.

Tutto si risolve in una manciata di timidi tentativi pop-rock, influenzati dall’estetica punk allora ancora rilevante. Risulterà chiaro fin da subito, come il buon Robert non sia né un chitarrista né un cantante particolarmente brillante. Saranno infatti la capacità di personificare emozioni come la malinconia e il disincanto, una sorta di inguaribile nostalgia dettata dall’incedere impietoso degli anni, nonché di traslare i propri travagli interiori in una condizione umana universale, a fargli guadagnare l’affetto di più d’una generazione di ascoltatori.

Tre saranno anche gli avvenimenti che detteranno il passaggio dal poco convincente sound degli esordi, alla musica scura e atmosferica che renderà celebre il monicker. Primo determinante fatto: l’incontro con la poesia decadente di Ian Curtis e dei suoi Joy Division, la cui inconsolabile tristezza diverrà dichiarata ed evidente fonte d’ispirazione. Seconda cruciale circostanza: il tour come band di supporto a Siouxsie and the Banshees, che vedrà Smith ben lieto di sostituirne il defezionario chitarrista. Terzo importante accadimento: una serata di spalla ai Wire, tra i primi a dimostrare come si potesse prendere la forza propulsiva del punk e convogliarla in una forma espressiva ben più complessa. I quattro spazzeranno letteralmente via i Cure dal palco, convincendoli definitivamente della necessità di rinfrescare e irrobustire le proprie composizioni.

Il contatto con queste realtà allora innovative e un febbrile lavoro in studio, porteranno alla luce “Seventeen Seconds”(1980) e “Faith”(1981), due album che segneranno una crescita notevole in relativamente poco tempo. Il gusto per la melodia pop non verrà completamente divelto bensì immerso in gelidi tappeti sintetici, sovrastati da muri di echi, riverberi e dilatazioni. Le sezioni ritmiche ora sempre più serrate, ora cadenzate al limite della nenia funebre, costituiranno l’ideale scansione per il cantato sommesso di Smith, sempre più impegnato a eviscerare il proprio e altrui male di vivere. Particolarmente rappresentativa risulterà A Forest, a tutt’oggi uno dei brani più celebri e amati della compagine anglosassone.

Infine, il lascito più celebrato e resistente alla prova del tempo dell’introverso frontman e dei musicisti che ne hanno via via accompagnato il percorso, consiste in un terzetto di dischi: la così detta e celeberrima trilogia dark. Composta da “Pornography” (1982), “Disintegration (1989) e “Bloodflowers” (2000), tanti sono i pezzi di critica musicale (anche ottima) a riguardo che non ha molto senso addentrarvisi se non brevemente.

Il primo, da più fonti e per comprensibilissimi motivi, è indicato come l’episodio meglio riuscito nella vasta discografia del gruppo. Oscuro, disperato, lancinante, oltre a inaugurare la trilogia in esame, ne chiude una idealmente iniziata coi due album che l’hanno preceduto. Disintegration’ is the best album ever!. O almeno a detta di Kyle Broflovski, in una spassosissima puntata della prima stagione di South Park, in cui Robert Smith salva il mondo dai malvagi piani distruttivi di… Barbra Streisand.

Praticamente agli antipodi col suo predecessore: delicato, etereo, quasi evanescente. Infine, per quanto riguarda il capitolo finale, pare essere il meno gradito dalla critica. Sebbene effettivamente pecchi un po’ di ridondanza (perché fare giungere al nono minuto quello che ormai si era già perfettamente espresso entro il quinto?), la sua natura di creazione viscerale e sentita e il ritorno a sonorità crepuscolari dopo gli scivoloni degli anni ’90 (che tratteremo a breve), ne legittimano appieno l’esistenza. Nel 2002, i tre seminali lavori verranno portati on stage al Tempodrom di Berlino. Suonati integralmente in due monumentali concerti, successivamente riversati in un DVD che, almeno nelle iniziali intenzioni, avrebbe dovuto costituire la pietra tombale sulla carriera dei Cure.

“COSA TI È ACCADUTO ROBERT? PRIMA ERI UNA PERSONA MEGLIO” 

Il periodo immediatamente successivo al tour promozionale di “Pornography”, vedrà la band all’apice dell’insofferenza reciproca, dovuta oltre che al piglio dittatoriale di Smith, ai suoi pesanti problemi con alcol e droghe. Provvidenziale per distendere gli animi sarà la parentesi passata da quest’ultimo in forza ai già citati Banshees dell’istrionica Siouxsie Sioux. Con loro inciderà, facendo la spola tra le chitarre e le tastiere, il doppio live “Nocturne e il loro passaggio in major “Hyæna”. Sarà proprio lui a insistere perché la band realizzi, quello che diverrà il suo singolo più venduto di sempre: la cover dei Beatles Dear Prudence.

Non ci è dato sapere se per prendere le distanze dall’accostamento al sempre più fervido movimento dark, inspiegabilmente mal sopportato a dispetto degli evidenti legami, o perché i successi coi Banshees gli abbiano fatto fiutare la pista giusta. Sta di fatto che nell’estate del 1983, l’artista opera un clamoroso rimescolamento delle carte in tavola dando alle stampe il singolo The Walk : un synth pop dannatamente ottantiano, che strizza più di un occhio alle discoteche. Oltre al cambio di registro, l’uscita segnerà l’inizio del fruttuoso sodalizio col regista di videoclip Tim Pope, a cui molto i Cure dovranno nel loro passaggio da alfieri della new wave a icone pop. Insieme ad altri celebri singoli, la traccia convergerà nel mini album “Japanese Whispers”, uscito a nome collettivo ma praticamente realizzato dal solo cantante. Un’operazione che definire kitsch, è un eufemismo.

Il ritorno a una formazione vera e propria, col passaggio di Tolhurst alle tastiere e l’ingresso del bravo batterista Andy Anderson, nonché il ritorno del polistrumentista Porl Thompson, già gravitante attorno al combo alla fine degli anni ’70, avverrà l’anno dopo con l’uscita di “The Top”. Nelle parole dello stesso Smith: “Ogni band ha almeno un album brutto. Questo è il nostro”.

A cementare definitivamente l’immagine del gruppo nella memoria collettiva, saranno i due album successivi. Col rientro nei ranghi di Gallup e un nuovo cambio dietro le pelli nella persona di Boris Williams , il 1985 vedrà l’uscita di “The Head on the Door”. Contenente due inossidabili cavalli di battaglia come In Between Days e la spesso campionata (quando non copiata spudoratamente…) Close To Me, l’album contiene sicuramente più di uno spunto interessante. Ma come molte uscite coeve, ha una pecca che non può non ridimensionarne il valore: suona iperprodotto.

Più genuino e corale risulterà invece il successivo “Kiss me, Kiss me, Kiss me” (1987). Spaziando in un caleidoscopio di influenze che vanno dal rock al funky, passando per la musica psichedelica e la disco, l’ambiziosissimo doppio LP traghetterà una volta per tutte i Cure nell’Olimpo delle eminenze grigie del music biz. Non posso esimermi dal citare almeno Just Like Heaven, ad opinione di chi scrive, una di quelle pop song assolute.

THE LAST DAY OF SUMMER

L’incetta di vendite e riconoscimenti ottenuta da “Disintegration”, ci porta al fatidico cambio di decade. Probabilmente perché ancora estasiati dalla brumosa bellezza del suo predecessore, i fan nel 1992 accoglieranno con gioia l’uscita di “Wish”. Contenente la loro ultima vera hit, Friday I’m in Love, di esso si può al massimo parlare come di un gradevole disco pop senza pretese. Ma siamo onesti: di quante centinaia, se non addirittura migliaia, di altri lavori si potrebbe dire lo stesso?

La certezza che lo smalto dei giorni migliori sia definitivamente perduto, emergerà però quattro anni dopo con “Wild Mood Swings”: un album di una debolezza sconfortante. Apparentemente persuaso dalla necessità di porre fine alla pluridecennale avventura, Smith vorrebbe uscire di scena con un buon colpo di coda. Cosa che effettivamente con “Bloodflowers”, gli sarebbe potuta riuscire. Così non sarà. Se per fortuna o purtroppo, lascio veramente che sia la coscienza di ognuno di voi a stabilirlo.

Se da un lato gli anni ’90 segneranno il repentino calo d’ispirazione musicale di Robert Smith, da un’altro ne mostreranno chiaramente l’influenza sulla cultura di massa. Il regista Tim Burton dichiarerà esplicitamente di essersi ispirato alla sua figura di clown triste, nel plasmare le sembianze del protagonista del suo acclamato film “Edward mani di forbice”. Lo stesso varrà per James O’Barr, autore del fumetto noir “Il Corvo”, nelle cui pagine tra l’altro, le parole dei testi di alcune canzoni dei Cure fanno più volte capolino. Con la realizzazione dello splendido lungometraggio omonimo nel 1994, il nome della band verrà indissolubilmente legato alla fortuna dell’opera, avendo contribuito alla colonna sonora con l’inedita Burn, parte integrante di una delle scene più significative e spettacolari.

Non dimentichiamoci poi del già citato cameo in South Park, col cantante a fornire personalmente la voce (per via telefonica) alla propria trasfigurazione in disegno animato. In tempi più recenti, è invece palese lo spunto fornito per il personaggio di Cheyenne, magistralmente interpretato da Sean Penn, nel commovente “This Must Be the Place” (2011) diretto da Paolo Sorrentino.

IF ONLY TONIGHT WE COULD SLEEP

Delle numerose controversie che hanno segnato la carriera del prolifico musicista inglese, su due in particolare vale la pena di soffermarsi.

“ […] Ho la sensazione che il nu-metal sia terribilmente cinico. Suppongo che questi ragazzi vivano per le loro band, ci credano realmente. Ma sono troppo stupidi per capire che non sono altro che vittime di un enorme piano pubblicitario. Ne so qualcosa perché mio nipote mi fa ascoltare questa roba. ” Fuck you, motherfucker, blablabla ” e io gli dico: ” Ok, hai la loro T-shirt? “. Gli Slipknot, sembrano Alice Cooper, ma non sono degni nemmeno di lustrargli le scarpe.”

Questa sprezzante dichiarazione, emersa nel corso di un’intervista rilasciata nel 2001 al leader dei Placebo, Brian Molko, potrebbe passare semplicemente come la consueta “tirata d’orecchie” alle nuove generazioni da parte di qualcuno appartenente a una precedente. Qualcuno che evidentemente fatica a comprendere ed accettare gli inevitabili cambiamenti del tempo. Non ci sarebbe nulla di troppo strano, non fosse che il ritorno sulle scene dei Cure con l’album omonimo nel 2004, vedrà in cabina di regia Ross Robinson, produttore, tra le altre cose, dei primi due album dei vilipesi Slipknot.

L’atteggiamento di Smith nei confronti del nu-metal comunque, fa ancora più specie tenendo conto del fatto che Jonathan Davis dei Korn e Chino Moreno dei Deftones, all’epoca lo avessero già più volte citato come fonte d’ispirazione. Quest’ultimo in particolare, si esibirà ripetutamente in proprie versioni dei brani degli ex tre ragazzi immaginari. Col primo invece, condividerà addirittura il microfono nel corso di un live acustico su MTV. Per carità, non c’è niente di male nel cambiare idea, anzi. Il disco con Robinson risulterà senz’altro migliore di quelli degli anni ’90. Tuttavia, la sgradevole sensazione di sputo nel piatto in cui da lì a breve si mangerà, rimane.

L’esperimento dei Radiohead di far pagare l’album quello che uno vuole è una cosa che mi vede violentemente contrario. Non si può permettere alla gente di pagare quello che vuole le cose che fai, altrimenti significa che ciò che fai non ha alcun valore. E ciò è una sciocchezza. L’idea che il valore sia determinato dal consumatore è un piano idiota, non può funzionare”

Un’uscita decisamente gratuita e antipatica. Forse fomentata dal fatto che “In Rainbows, rilasciato come noto seguendo la formula qui sopra ingiuriata, al tempo (2009) era sicuramente un album molto più interessante e acclamato dell’inutile “4:13 Dream”, uscito l’anno prima e a tutt’oggi ultima uscita del combo inglese. Un simile atteggiamento reazionario, da parte di qualcuno che può tranquillamente permettersi di vivere di royalties e che comunque, riempie gli stadi ogni volta che organizza un tour, non ha veramente senso di esistere.

Aldilà della manifesta incapacità di adattarsi al panorama musicale odierno, che insieme all’evidente esaurimento della vena creativa, li hanno relegati a mero oggetto di culto e delizia per nostalgici, non è che il solco tracciato dai Cure in 40 anni di carriera si possa cancellare con un colpo di spugna. Tanto numerose sono le realtà musicali che ne hanno, direttamente o indirettamente, attinto, che elencarle sarebbe solo un inutile esercizio di pedanteria.

La figura di cantastorie, al tempo stesso cupo e romantico di Robert Smith, è stata certamente archetipica. Per motivi di spazio, nel trattarne la lunga strada percorsa, mi sono limitato a nominare qua e là qualche brano tra i più famosi. Ma molte sono le composizioni lodevoli disseminate nella copiosa discografia, che meriterebbero una dissertazione a parte. Per non parlare della sequela di b-sides, versioni alternative dal proprio repertorio e reinterpretazione di quello altrui, sparse nel copioso numero di registrazioni dal vivo, bootleg e raccolte che hanno affiancato gli album in studio. Un’eredità forse non sempre attuale ma dall’impatto innegabile.

E in fondo ammettiamolo: ci sarà sempre qualche innamorato deluso che avrà bisogno di sentirsi dire che “i ragazzi non piangono”. A chiunque potrà capitare, almeno una volta nella vita, di raggiungere un tale livello di stress da arrivare a pensare: “Non importa se moriamo tutti”. Anche se naturalmente, l’augurio è che possiate condividere la vita con qualcuno che vi faccia sentire “come in paradiso”.

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