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	<title>[Musica Rock] ImpattoSonoro - Webzine musicale e culturale indipendente &#187; Recensioni</title>
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	<description>Stanco della solita musica? Cazzi tuoi!</description>
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		<title>Bologna Violenta &#8211; Utopie E Piccole Soddisfazioni</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 07:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Guerrini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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        2012 - Wallace Records - grind/experimental
	</p><p>Ormai la formula di <strong>Nicola Manzan</strong> si sta mostrando in continua e profonda trasformazione. Chi si ferma al semplice aspetto ritmico e stilistico del Grind rinuncia a un’analisi ben più interessante e produttiva.</p>
<p>Partiamo dai due precedenti episodi del nostro, sempre più caratterizzati da infiltrazioni cinematografiche e spunti splatter, formando  così un monumento vibrante alla carne viva diventata plastica, diventata leggenda e culto quando trasformata in pellicola.<br />
Il nuovo passo fatto da <strong>Manzan</strong> si sposta su una complessità nuova, ben raffigurata anche dal modello di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Panopticon">Panopticon</a> in copertina: progetto carcerario di matrice illuminista in cui il controllo sui detenuti, sulla loro violenza era totale, e svolto da un solo secondino.<br />
Non abbiamo di fronte un caos dada, un semplice effluvio ormonale autoerotico, ma un atto controllato, maniacale e violento, mentalmente deviato, ma usato per creare forme nuove precise.<br />
Lo comprediamo bene nella trasformazione della cover <em>“Valium Tavor Serenase”</em> (vocals di Aimone Romizi dei Fast Animals and Slow Kids)  in un corpo anamorfico tra grind harcore ed elettro disco. Nella suggestiva <em>“Il Convento Sodomita”</em> che si pone come  una costruzione Sci-Fi Grind al limite dell’astratto e dell’harsh noise, rasentando una sublimazione musicale di un esorcismo, con i suoi inserti di cori sacri. Altro caso interessante è <em>“Transexualismo”</em>, con il suo iniziale incedere ‘60s romantico per poi cadere  in un epico tritacarne chitarristico.<br />
Non mancano gli inserti vocali\cut up finti: nella brevissima <em>“Remerda”</em> si monta a regola d’arte una filastrocca surreale e naif, brevissima ma straniante.<br />
Non mancano naturalmente gli intermezzi di violino e riflussi\rincorse più tipicamente hardcore-grind (presente anche la collaborazione con J.Randall, cantante degli americani Agoraphobic Nosebleed), seppur si noti una produzione, un dettaglio maggiore nelle composizioni di <strong>Manzan</strong>, molto più coinvolgenti e meno piatte espressioni di ferocità.</p>
<p>Un ottimo lavoro, ne vogliamo altri!</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.impattosonoro.it/2012/02/07/recensioni/bologna-violenta-utopie-e-piccole-soddisfazioni/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
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		<title>Le-Li &#8211; Black Album</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 12:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio La Donna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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        2011 - Garrincha Dischi - pop/indie
	</p><p>Tornano sulla scena musicale Leli e Jhon (<strong>Le-Li</strong>) con un <strong>Black Album</strong> che ha il fascino e la magia di un mondo ormai in via di estinzione.</p>
<p>Terza uscita  per questo talentuoso progetto che è stato prodotto da Garrincha Dischi, una delle etichette più interessanti del panorama italiano. <strong>Le-Li</strong> ha avuto sempre l’abilità di trasudare eleganza e delicatezza da tutti i pori. Un incrocio strano tra i Talulah Gosh, i Beatles e Johnny Marr, dove si percepisce molto un’atmosfera da anni 50/60. La delicatezza della composizione musicale, tutta per opera del gruppo, si affianca a dei testi ben scritti che si dividono equamente tra inglese (da segnalare <em>The letter</em>) e giochi di prestigio tutti in italiano (da sentire assolutamente <em>Alla befana</em> e <em>Troppo lontano</em>). In questi testi molto intimi si possono trovare pensieri, riflessioni e diari di una persona che rivive tutti i suoi trent’anni di vita. Un lungo viaggio in chiave pop tra le sfaccettature di un’anima che si appoggia dolcemente a volte su un ukulele e altre volte su un più deciso sassofono. Un’altra canzone che va assolutamente citata per cogliere al massimo l’anima del duo <strong>Le-Li</strong> è sicuramente <em>Valentine’s Day</em>,  un tributo alle sonorità indiane, ai Beatles al mondo di Bollywood. Una potentissima hit carica di amore e passione. Tante le chicche sul lato del packing: l’album è disponibile in tre formati: LP+cd, Libro+cd, astuccio in camera d’aria+cd. Le tracce sul vinile, inoltre, sono suddivise tra quelle cantate in Italiano (lato A) e quelle in inglese (Lato B) tanto da rappresentare due sfumature dello stesso colore. Molto piacevole il sapiente videoclip di <em>“The letter”</em> in cui lettere, pensieri e mimesi facciali danzano allo stesso ritmo in un culmine sempre crescente.</p>
<p>Questo duo è giunto al terzo lavoro donandoci un album dalle piacevoli atmosfere pop che hanno il sapore delle carezze ricevute nella nostra infanzia.</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.impattosonoro.it/2012/02/06/recensioni/le-li-black-album/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
<div name="googleone_share_1" style="position:relative;z-index:5;float: right; margin-left: 10px;"><g:plusone size="medium" count="1" href="http://www.impattosonoro.it/2012/02/06/recensioni/le-li-black-album/">{lang: 'it'}</g:plusone></div>

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		<title>A.A. V.V. &#8211; Musiche Per Viaggiatori Distratti</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:47:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Locandro</dc:creator>
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	<img src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images/mpvd.jpg" alt="This image has no alt text" /><br />
        2011 - Banksville Records - pop
	</p><p dir="ltr"><strong>Banksville Records</strong> sostiene le attività di GiùleManidaiBambini – Onlus (www.giulemanidaibambini.org) grazie a questa compilation “open-minded”, ricca di artisti da scoprire. Accostamenti non comuni per generi e stili: Canzone d’autore, Lunge, Blues Latino, Pop, Jazz, Avant Garde e cenni di Rock Progressivo, tutte volutamente sotto lo stesso tetto, alla faccia del conformismo imperante e dei super-inflazionati talent show.<br />
Il tutto all’insegna dell’italianità, alla scoperta di musicisti che non hanno niente da invidiare ai grandi nomi e che per curiose logiche di mercato (e non certo per demeriti propri) non si ritrovano ad essere “sulla bocca di tutti”.<br />
Il disco è acquistabile su <a href="http://www.viaggiatoridistratti.net"><strong>www.viaggiatoridistratti.net</strong></a> e, merita ricordarlo, devolverà l’intero ricavato dell’operazione alle attività di GiùleManidaiBambini – Onlus, il più rappresentativo comitato italiano con focus sui disagi dell’infanzia che raggruppa oltre duecentrotrenta tra Università, Ordini dei Medici, associazioni genitoriali, socio sanitarie e di promozione sociale.</p>
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		<title>Morbus Chron &#8211; Sleepers In The Rift</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 13:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alekos Capelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<!--YARPP TEST:  AND yarpp.score > 5 and yarpp.reference_ID = 22285 AND wp_posts.post_type = 'post'--><!--YARPP TEST:  AND yarpp.score > 5 and yarpp.reference_ID = 22285 AND wp_posts.post_type = 'post'-->2011 - Pulverised Records - death/metal Dietro una copertina che sembra essere uscita dall’ultimo disco dei pazzi finlandesi Oranssi Pazuzu, i cugini svedesi Morbus Chron con il loro nuovo “Sleepers In The Rift” propongono una dose letale di old school death metal, tutto gore e zombies, nel quale l’attitudine grezza e primordiale fa il paio [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<!--YARPP TEST:  AND yarpp.score > 5 and yarpp.reference_ID = 22285 AND wp_posts.post_type = 'post'--><p>
	<img src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images/morbus-chron-sleepers-in-the-rift-cover.jpg" alt="This image has no alt text" /><br />
        2011 - Pulverised Records - death/metal
	</p><p>Dietro una copertina che sembra essere uscita dall’ultimo disco dei pazzi finlandesi Oranssi Pazuzu, i cugini svedesi <strong>Morbus Chron</strong> con il loro nuovo <strong>“Sleepers In The Rift”</strong> propongono una dose letale di old school death metal, tutto gore e zombies, nel quale l’attitudine grezza e primordiale fa il paio con una realizzazione tecnica volutamente lo-fi.</p>
<p>Un’uscita dedicata alla tradizione e all’ortodossia di un genere, senza ombra di dubbio, che si colloca in un certo revival di settore che in tempi recenti va per la maggiore, in certi ambiti underground (Acephalix, Seance, Grave).<br />
Siamo ben distanti dal death ultra compresso, iper tecnico e rifinito, del quale anzi i <strong>Morbus Chron</strong> rappresentano la diretta antitesi. Riff semplici, di chiara matrice crust/punk si innestano su schemi di batteria immediati e tellurici, che all’occorrenza variano il tiro da tempi moderatamente veloci a rallentamenti ai limiti del death-doom. Completa il lugubre quadretto la voce catacombale e scorticante di Robba, che ovviamente propone una serie di testi incentrati sull’orrore duro e puro, ma dal quale emerge dichiaratamente una sana vena (auto)ironica.<br />
Ecco l’effettiva marcia in più del giovane quartetto di Stoccolma: la capacità di non prendersi troppo sul serio, e rendere palese la loro volontà di divertirsi e divertire, utilizzando temi e linguaggio ben noti al loro pubblico, ma in modo molto easy e leggero, limitatamente al genere proposto.<br />
Piacciono in questo senso le rutilanti <em>“Creepy Creeping Creep”</em>, <em>“Red Hook Horror”</em> e <em>“Lidless Coffin”</em>, che portano ai massimi livelli le premesse fin qui descritte, caratterizzando un sound per quanto possibile fresco e dinamico, e non del tutto privo di un suo minimale ma ficcante impianto melodico.</p>
<p><strong>Morbus Chron</strong>, un ascolto gustoso per i die-hard fan del genere, ma anche per metallari più occasionali, in cerca di un pò di headbanging death.</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.impattosonoro.it/2012/02/04/recensioni/morbus-chron-sleepers-in-the-rift/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
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		<title>Gradinata Nord &#8211; Valtellina Boyz</title>
		<link>http://www.impattosonoro.it/2012/02/04/recensioni/gradinata-nord-valtellina-boyz/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 11:51:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Denis Prinzio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<!--YARPP TEST:  AND yarpp.score > 5 and yarpp.reference_ID = 22281 AND wp_posts.post_type = 'post'--><!--YARPP TEST:  AND yarpp.score > 5 and yarpp.reference_ID = 22281 AND wp_posts.post_type = 'post'-->2010 - Bacio Records - hard punk/oi!/turbo rock da stadio Ok, il disco è del 2010, qui a Impatto Sonoro recensiamo prevalentemente novità, ma per i Gradinata Nord va fatta una doverosa eccezione, giacché raramente ci si imbatte in una botta rock così pesante e genuina. Con i GN dovete sgombrare la mente da snobismi [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<!--YARPP TEST:  AND yarpp.score > 5 and yarpp.reference_ID = 22281 AND wp_posts.post_type = 'post'--><p>
	<img src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images/valtellinaboyz.jpg" alt="This image has no alt text" /><br />
        2010 - Bacio Records - hard punk/oi!/turbo rock da stadio
	</p><p dir="ltr">Ok, il disco è del 2010, qui a Impatto Sonoro recensiamo prevalentemente novità, ma per i <strong>Gradinata Nord</strong> va fatta una doverosa eccezione, giacché raramente ci si imbatte in una botta rock così pesante e genuina.</p>
<p dir="ltr">Con i <strong>GN</strong> dovete sgombrare la mente da snobismi da fighetti intelletual-indie e rispolverare quella passione per l&#8217;air guitar che avevate quando, quindicenni, ascoltavate di nascosto i vinili dei Motorhead del fratello maggiore. Dovete far uscire il tamarro becero che è in voi, dovete ricordarvi di quando intonavate filastrocche volgari con un unico rutto dopo aver tracannato un boccale di birra intero.<br />
I ragazzi valtellinesi hanno avuto un&#8217;esistenza travagliata, tra numerosi cambi di line-up ed uno scioglimento nel 2004. Dopo la reunion del 2006 e numerose prove, riescono finalmente a pubblicare il loro esordio <strong>Valtellina Boyz</strong>.<br />
Questo è un disco da avere, punto e basta. Immaginate la carica visceralmente distruttiva che avevano le nostre bands Hardcore/Oi! Degli anni &#8217;80, gente con le palle fumanti tipo Negazione, Nabat, Peggio Punx: pensate al punk metalizzato e ignorante dei già citati Motorhead; infine, fate un ultimo sforzo e focalizzate la lascivia fatta musica dei degenerati dello street rock, ovvero Dead Boys, Heartbreakers, Dictators, persino un pizzico dei tanto osteggiati Motley Crue. Bene, i <strong>GN</strong> sono tutto questo. Loro lo chiamano rock da stadio, e come dargli torto? Date un&#8217;occhiata ai titoli delle canzoni per rendervi conto, infatti, che i nostri sono dei veri hooligan innamorati del gioco del pallone: <em>La Frangia Dei Cattivi</em>, <em>Gradinata Rock</em> e <em>Palla Al Centro</em> sono dei veri e propri inni da cantare a squarciagola con una pinta di Guinnes in mano. L&#8217;intento parodistico è comunque sempre avvertibile, donando al tutto quel tocco di leggerezza e ironia che ce li rende simpatici ed irresistibili. Non si prendono particolarmente sul serio, cercando – e riuscendoci – di restituire al rock quell&#8217;energia cafona e rozza che in fondo piace tanto a noi tutti. Così, vi ritroverete a cantare di ragazze procaci e disponibili (<em>Valley Sleazy Girls</em>), agiografie di Braccio di Ferro (<em>Ancora al braccio</em>) e di salvatori del rock (<em>R.S. Army</em>).</p>
<p dir="ltr">Supportate i <strong>Gradinata Nord</strong>: i ragazzi non mollano mai.</p>
<p style="text-align: center;" dir="ltr"><p><a href="http://www.impattosonoro.it/2012/02/04/recensioni/gradinata-nord-valtellina-boyz/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
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		<title>Lana Del Rey &#8211; Born To Die</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 15:02:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Gallato</dc:creator>
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	<img src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images/borntodie_1327576485.jpg" alt="This image has no alt text" /><br />
        2012 - Interscope - pop
	</p><p><strong>Lana Del Rey</strong>, alter-ego di Lizzy Grant, una bella ragazza americana riciclatasi starlette dell&#8217;indiesfera dopo un fallimentare tentativo di approccio al mondo troppo affolato del songwriting femminile, è l&#8217;ennesimo fallimento della nostra fragile etica di cittadini virtuali.</p>
<p>A fine 2011 non, di lei non si è fatto altro che parlare un gran bene, anche a fronte di un primo singolo, <em>&#8220;Videogames&#8221;</em>, fulminante e splendente, un sincero e cangiante esercizio di pop emozionato ed emozionante capace di disegnarla a tratti scuri come una figura a metà tra un&#8217;ammaliante stella del noir e una frivola <em>Lolita</em> d&#8217;altri tempi.<br />
É riuscita ad abbagliare tutti, danzando in punta di piedi in un portale spazio-temporale magicamente a metà strada tra due universi, quello mainstream e quello indie. É piaciuta a tutti, insomma:<strong> Lana Del Rey</strong> sembrava avercela fatta ancora prima di cominciare, candidandosi con prepotenza per conquistare grazie spropositate e riempire il vuoto lasciato da Amy Winehouse e non propriamente colmato da Adele, giusto per avventurarsi in un pericoloso parallelo tanto per.<br />
Poi, nel 2012, il vento cambia: si scopre che <strong>Lana Del Rey</strong> si è rifatta le labbra, lei si presenta al <a href="http://www.youtube.com/watch?v=2I62I3r2f-8">Saturday Night Live</a> vestita malissimo e, nervosa all&#8217;inverosimile, regala una performance che, vuoi per l&#8217;emozione, vuoi per la troppa fretta di lanciarla in orbita, in molti definiscono più che disastrosa. Esce il disco, <strong>&#8220;Born To Die&#8221;</strong>, ma ascoltarlo ormai non ha più senso, parlare bene di <strong>Lana Del Rey</strong> non è più di moda, parlarne male un sacco. Basta vedere il video del secondo singolo,<em> &#8220;Born To Die&#8221;</em>, per capire che l&#8217;equilibrio si è spezzato e che la bella <strong>Lana </strong>punta dritto all&#8217;universo più grande e più pop, lasciando ai cultori dell&#8217;arte e del bello indipendente il solo sconforto e la salvifica autorizzazione a criticarla per la poca onestà e autenticità. Come se il pop fosse poi una questione di autenticità.<br />
In realtà, senza lasciarsi trascinare a fondo da questa inutile crociera di spietato marketing da un lato e superficialità di giudizio collettivo dall&#8217;altro, <strong>&#8220;Born To Die&#8221;</strong> si rivela essere un buon esordio, sia quando  assembla soluzioni più tipicamente soul (<em>&#8220;This Is What Makes Us Girls&#8221;</em>, <em>&#8220;Million Dollar Noir&#8221;</em>), sia quando sperimenta prudente con contaminazioni synth-pop (<em>&#8220;National Anthem&#8221;</em>, <em>&#8220;Diet Mountain Dew&#8221;</em>) o derive hip-hop (<em>&#8220;Off To The Races&#8221;</em>) sulla voce adombrata, distratta e patinata d<strong></strong>i una <strong>Del Rey</strong> educata a regola d&#8217;arte dalla produzione limpida e funzionale di Emile, Justin Parker e Robopop.:</p>
<p>Indignati o conquistati, indifferenti o innamorati, quel che importa è che da <strong>Lana Del Rey</strong> possiamo comunque attenderci grandi cose: un&#8217;overdose, un sex tape o una grandissima carriera.</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.impattosonoro.it/2012/02/03/recensioni/lana-del-rey-born-to-die/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il Teatro Degli Orrori &#8211; Il Mondo Nuovo</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 07:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jacopo Rossi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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        2012 - La Tempesta Dischi/Universal - rock/alternative
	</p><p>Il proverbio dice: “Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino”. Esagerazione o coraggio di osare? Difficile giudicare: <strong>“Il Mondo Nuovo”</strong> è un album cangiante e camaleontico, che cambia aspetto ascolto dopo ascolto. Ma di certo non verrà annoverato come capolavoro della band e soprattutto, non potrà reggere il confronto con i primi due album. La nuova fatica del <strong>Teatro Degli Orrori</strong>, del resto, non è stata accolta con favore dalla critica. Discorso a parte per i fans più sfegatati che, nonostante la poca credibilità e stabilità strutturale dell’album, riescono ad apprezzarlo.</p>
<p><em>“Io Cerco Te”</em>, primo singolo uscito da <strong>“Il Mondo Nuovo”</strong>, ci ha lasciato con l’amaro in bocca e ha mosso le prime lacrimucce nostalgiche: obiettivamente, il pezzo è lontano dalla cattiveria e dalla violenza (musicale e verbale) delle prime due fatiche, che hanno reso <strong>Il Teatro Degli Orrori</strong> una delle realtà più interessanti della scena musicale italica. Ma purtroppo, o per fortuna, non ci è stata concessa la facoltà di fermare il tempo e di escludere qualsiasi tipo di evoluzione, nel nostro caso, musicale.<br />
Forse l’unica cosa che <strong>Il Teatro Degli Orrori</strong> non ha perso è la verve teatrale di Pierpaolo. Ora, pochi testi sono al loro posto, carichi di quell’invettiva fai-da-te collaudata dallo stesso frontman, ma è in ambito prettamente musicale che si è sfiorato (o si sta ancora sfiorando) il disastro. Sicuramente “l’esperimento”, non è totalmente riuscito: l’album è un Giano Bifronte, da un lato, testimonianza di un tentativo di adattamento a nuove forme musicali, dall’altro, sintomo di una, ancora, non perfetta versatilità musicale. Non è lo stesso <strong>Teatro Degli Orrori</strong> di “Compagna Teresa” o per portare un altro esempio, quelli di “Majakowski” e ancora “Due”: bisogna prendere coscienza di quest’esperienza, negativa e positiva allo stesso tempo e sperare nel futuro.<br />
Il nuovo album de <strong>Il Teatro Degli Orrori</strong> risulta parecchio claudicante e spesso, poco compatto: si sono meritati le numerose critiche negative. Pezzi come <em>“Gli Stati Uniti D’Africa”</em> convincono pochissimo con la loro debole struttura e ristretta compatibilità con il resto dell’album. Pochi altri, nella fattispecie <em>“Ion”</em>, forse il più riuscito dell’album, o <em>“Vivere E Morire a Treviso</em>&#8221; permettono all’album di rimanere in una zona neutra, in bilico tra mediocrità e buona qualità. Ci sono poi quelle canzoni che difficilmente si riescono a capire: se nei primi due lavori della band, parole e musica andavano di pari passo, ne <strong>“Il Mondo Nuovo”</strong>, risulta complicato capire i testi unendoli all’atmosfera musicale.</p>
<p>Sono bravi, ma non si applicano.</p>
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		<title>Uneven Structure &#8211; Februus</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 12:05:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio La Donna</dc:creator>
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	<img src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images/UnevenStructure-Februus-Cover-web.jpg" alt="This image has no alt text" /><br />
        2011 - Basick Records - death/prog
	</p><p>A volte ci sono dei dischi che, per una ragione o per l’altra, non ottengono il giusto riscontro in Italia. Uno di questi casi è rappresentato dal disco <strong>Februus</strong> degli <strong>Uneven Structure</strong>.</p>
<p>Questo gruppo franco-svedese dopo aver pubblicato un EP dal titolo 8 è stato messo sotto contratto dalla Basick Records, un’etichetta inglese con una scuderia composta da una quindicina di gruppi. <strong>Februus</strong> è un disco nato dopo un parto lungo ed è venuto alla luce solo a fine ottobre 2011. I motivi per cui questo disco ha avuto una fase di scrittura e registrazione molto lunga sono dovuti principalmente dalla mole di materiale creato e allo stesso tempo dall’enorme cura della qualità che si è dedicata a esso. E’ nato così, da una sapiente idea di Romarin e soci, un doppio disco composto da una prima parte che sfiora l’ora di durata e un secondo cd che si attesta sui trenta minuti. Il primo disco è quello che conquista e spiazza più di ogni altra cosa, tanto che appena s’inizia a sentire le prime canzoni sembra di aver di fronte i figli illegittimi di un amore selvaggio tra Devin Townsend e i Meshuggah. Sfuriate sonore si mischiano a ritmiche più moderate con innesti vocali avvolti da una melodia veramente dolce. Il growl, infine, rincorre le linee acustiche senza distruggere niente. In questo lavoro si notano più elementi contrastanti che riescono a fondersi come nelle migliori storie alchemiche. Tutto assume una dimensione intima ed onirica al punto da trovarci di fronte ad un concept album. Il gruppo, come già detto, ha dedicato al proprio lavoro una cura della qualità che è qualcosa quasi maniacale: dalla scelta della copertina fino alla stesura dei testi ci si trova di fronte a qualcosa solido come la roccia e bello come un’aurora boreale. Il secondo disco, invece, è una suite ambient dai toni notevolmente apocalittici composta da tre pezzi che durano circa dieci minuti a testa. Un dark ambient che anche se sa di “già sentito”, saprà ammaliare i fans del genere e farà scoprire nuovi orizzonti in chi non ha ancora ascoltatore certe atmosfere musicali.</p>
<p><strong>Februus</strong> è un disco con una qualità e potenza come pochi altri se ne vedono in giro. La sana pazzia di chi vuole mischiare Townsend ai Meshuggah. Già al primo disco gli Uneven Structure risultano molto maturi e con la voglia di piazzare un successo dietro l’altro.</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.impattosonoro.it/2012/02/02/recensioni/uneven-structure-februus/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
<div name="googleone_share_1" style="position:relative;z-index:5;float: right; margin-left: 10px;"><g:plusone size="medium" count="1" href="http://www.impattosonoro.it/2012/02/02/recensioni/uneven-structure-februus/">{lang: 'it'}</g:plusone></div>

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		<title>Ronin &#8211; Fenice</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 07:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Giannetti</dc:creator>
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        2012 - Tannen Records - rock/post/alternative
	</p><p>Chiusi i battenti di Bar La Muerte, si poteva ipotizzare un <strong>Bruno Dorella</strong> in ritiro spirituale sconfortato dal bieco e triste gioco-forza della discografia moderna, fagocita artisti/sforna prodotti, e una nicchia di afizionados assetati di buona sperimentazione lasciati a bocca asciutta.</p>
<p>Non è questa la via dei grandi artisti e Dorella invece di fermarsi, parte a capocollo per la terza spedizione strumentale dei <strong>Ronin</strong>, samurai al servizio della musica e al soldo di nessuno. Senza legami fissi con un genere univoco, senza una spettro sedentario di influenze musicali, il combo il cui nome si ispira all’antica mitologia orientale, si avventura in un viaggio eterogeneo ed avvincente in territori sonori tra i più disparati, con una sorta di mood panteistico a guidarli nell’esplorazione dei significati più arcani della Natura. C’è la sabbia del vecchio West di Sergio Leone che si fa sangue rappreso nel Texas iconoclasta di Quentin Tarantino, a cadenzare le note più concitate. C’è la placida Islanda, <em>muta nel suo divenire</em> orizzonte infinito dei ricami acustici più dilatati. C’è il perdersi nella fitta e lussureggiante vegetazione tropicale che si fa arido scenario roccioso andaluso.<br />
Le gocce di pioggia nell’attacco di <em>Spade</em> inumidiscono humus caro all’incedere-incidere dei Bachi da Pietra, la narrativa <em>Benevento</em> traghetta on the road fino alla mesta riflessione di <em>Selce</em> (primo estratto accompagnato dal magnifico video di Fatima Bianca). Il Mezzogiorno di fuoco de <em>Jambiya</em> ricorda gli spaghetti western nella cavalcata iniziale per poi farsi fuga dark à la Dario Argento con un pianoforte memore dei Goblin (e figlio dell’onnipresente Enrico Gabrielli).<br />
In <strong>Fenice</strong> gli archi di Nicola Manzan smussano gli angoli di un arpeggio spigoloso quanto carico di malinconia folk, mentre <em>Gentleman only</em> saltella su idiomi swing.<br />
La rivisitazione di<em> It was a very good year</em> (composta da Ervin Drake e già omaggiata da Frank Sinatra) è momento nostalgico di rara affettività, omaggiato dalla raffinata vocalità di Emma Tricca e dall’organetto liturgico del papà di Bruno, Umberto. La stasi psichedelica di <em>Nord</em> esplode nel tribalismo latente di <em>Conjure men</em>, safari dai mille sapori amalgamati da fiati africaneggianti.<br />
Un viaggio entusiasmante ed evocativo, volutamente “confuso” nel suo dipanare su più lidi musicali eppure così ben orchestrato negli arrangiamenti tra saliscendi e andirivieni enfatici, così arricchente e realistico nel fotografare l’esistenza tra leggerezza e inquietudine, certezze e fatiche.</p>
<p>Forti della neo presenza dietro le pelli di Paolo Mongardi (già Zeus! ed Il Genio) e dopo un periodo di incertezza in merito alle sorti della band, i <strong>Ronin</strong> risorgono con lo spirito di un’iniziazione e l’esperienza dei veterani, nudi nel descrivere le sensazioni del loro cercare, forti di nuove consapevolezze, tutte incarnate dalla <strong>Fenice</strong>. Ulisse e gli Argonauti dovevano costantemente guardare ad una meta, ma viaggiando per il gusto di viaggiare non ci si può perdere. Arditi e cauti, cavalcando o in punta di piedi, liberi in tutte le direzioni: <em>into the wild</em> insomma, come Supertramp.</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.impattosonoro.it/2012/02/02/recensioni/ronin-fenice/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
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		<title>Knives Out &#8211; Here Again</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 12:17:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mairo Cinquetti</dc:creator>
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No related posts.]]></description>
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	<img src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images/Knives-Out-Here-Again.jpg" alt="This image has no alt text" /><br />
        2011 - Nextpunk Records - punk/rock
	</p><p>Direttamente dalla Svizzera ecco arrivare <strong>&#8220;Here Again&#8221;</strong>, esordio sulla lunga distanza per i <strong>Knives Out</strong>. Quello di cui ci accingiamo a parlare è un punk rock molto sporco, con riferimenti a band come Rancid, Anti Flag e in generale ad un clima molto street e Oi!</p>
<p>Dodici tracce di qualità che fanno capire al pubblico le idee e il sound della band di Lugano, anche se non portano alcuna ventata di aria fresca perchè di originale non c&#8217;è molto, e le melodie sono fritte e rifritte in ogni salsa da ormai vent&#8217;anni a questa parte.<br />
Buona la prima traccia <em>&#8220;I&#8217;m Here&#8221;</em> con un giro di chitarra interessante che introduce la voce graffiante con un buon stile, idem in <em>&#8220;Wait&#8221;</em>. Poco convincenti, invece, <em>&#8220;In The Land of Dreams&#8221;</em>, <em>&#8220;Walking Away&#8221;</em> e <em>&#8220;United We Stand&#8221;</em>, le cui melodie sanno di già sentito lontano un miglio, cosi come le tracce successive che sono un ripetersi automatico di soluzioni già trovate e ampiamente usate. Bel pezzo invece <em>&#8220;No More Aid For Haiti&#8221;</em>, tirato con dei cori perfettamente incastonati in un ritornello trascinante.</p>
<p>Sinceramente ci aspettavamo di più da questo disco di esordio che, ad essere sinceri, ha un po&#8217; deluso. Pare quasi che la band abbia voluto andare sul sicuro, usando a ripetizione una formula che non ha nulla di nuovo rispetto a lavori già ascoltati in precedenza, e che quindi rimane un po&#8217; fine a se stesso. Per chi ancora non si è stancato di questo sound va benissimo, per chi invece ha già aperto i suoi orizzonti musicali potrà passare avanti.</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.impattosonoro.it/2012/01/31/recensioni/knives-out-here-again/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
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