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><channel><title>[Musica Rock] ImpattoSonoro - Webzine musicale e culturale indipendente &#187; Il Cavaliere Nero</title> <atom:link href="http://www.impattosonoro.it/c/speciali/il-cavaliere-nero/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.impattosonoro.it</link> <description>Stanco della solita musica? Cazzi tuoi!</description> <lastBuildDate>Tue, 22 May 2012 19:14:39 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.2</generator> <item><title>Il Cavaliere Nero #5: Lamar Tribe &#8211; Tree-O, un album che ti da LA SCOSSA!</title><link>http://www.impattosonoro.it/2011/11/14/speciali/il-cavaliere-nero-5-lamar-tribe-tree-o-un-album-che-ti-da-la-scossa/</link> <comments>http://www.impattosonoro.it/2011/11/14/speciali/il-cavaliere-nero-5-lamar-tribe-tree-o-un-album-che-ti-da-la-scossa/#comments</comments> <pubDate>Mon, 14 Nov 2011 19:38:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Manlio Maresca</dc:creator> <category><![CDATA[Il Cavaliere Nero]]></category> <category><![CDATA[Speciali]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.impattosonoro.it/?p=20573</guid> <description><![CDATA[La particolarità di questo trio è l'asprezza del timbro che questi strumenti imprimono ai solchi della storia del jazz dove  il dolce torpore del sax alto ci ricorda sempre di piu che la vita a volte  è amara,ma in alcuni casi può essere ancora  più amara. A cura di <strong>Manlio Maresca</strong>.No related posts.]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a
href="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//lamartribe.jpg"><img
class="alignleft size-full wp-image-20576" title="lamartribe" src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//lamartribe.jpg" alt="" width="256" height="262" /></a>Carlo Conti</strong>, sassofonista alto, dalle spiccate capacità musicali, sia sotto il profilo strumentale che  compositivo (doti rare da trovare contemporaneamente in una sola persona) ha appena pubblicato un suo lavoro mainstream del gruppo <strong>Lamar Tribe</strong> e intitolato &#8220;Tree-O&#8221;.<br
/> Esce  per l&#8217; etichetta romana Lhobo. Si tratta di un trio assieme al batterista statunitense <strong>Bob Gullotti</strong>, grandissimo esperto di questa formazione (nonché batterista del famoso trio The Fringe, di George Garzone), ed al bassista <strong>Vincenzo Florio</strong>, musicista dalle singolari capacità  ritmiche che sembrano provenire direttamente dagli anni 50, sollazzandoci con linee melodiche  di  bellezza, gusto e discrezione indescrivibili.<br
/> Questo disco ci suggerisce come la tradizione non sia un valore dimenticato, ma bensì è il passato che informa di sè il presente, al quale ci si riallaccia per creare qualcosa di nuovo, riproponendoci degli standard noti come <em>&#8221;Sophisticated lady&#8221;</em> oppure <em>&#8221;Friday the 13 th&#8221;</em> di Thelonius Monk sapientemente riarrangiati, con seplicità ma allo stesso tempo incisività.<br
/> Il sound di questo piccolo ensemble abbraccia anche le armonie degli anni 60 riproducendo quelle atmosfere care a John Coltrane del quale il nostro <strong>Carlo Conti</strong> sembra esserne completamente invaghito con<em> &#8221;e.s.p.&#8221;</em> e <em>&#8221;Ginger Brad Boy&#8221;</em> data anche l&#8217;attitudine moderna del batterista Gullotti.<br
/> Il nostro trio attraversa Mingus con <em> &#8221;Reincarnation of a lovebird&#8221;</em>, troviamo un brano di Pastorius, <em>&#8221;Reza&#8221;</em>  la cui esecuzione acustica si allontana decisamente dall&#8217; originale .<br
/> L&#8217;unico originale del disco questa volta è in quartetto, che vede la presenza del chitarrista <strong>Manlio Maresca</strong> , impegnato con il <strong>Conti</strong> in altre imprese come NEO ed I MOSTRI:  trattasi di una composizione estemporanea <em>&#8221;Circolo Letterario il Locomotore&#8221;</em> che ci fa intendere la natura refrattaria ad ogni intellettualismo dei due musiciti( maresca e conti) nella quale i due stumenti, chitarra e sax si intrecciano in tessiture &#8221;free&#8221;che ci ricunducono ad Ornette Coleman , ed è proprio con quest&#8217;ultimo che si apre il disco &#8221;When Will The Blues Leave?&#8221;</p><p>La particolarità di questo trio è l&#8217;asprezza del timbro che questi strumenti imprimono ai solchi della storia del jazz dove  il dolce torpore del sax alto ci ricorda sempre di piu che la vita a volte  è amara,ma in alcuni casi può essere ancora  più amara.</p><p
style="text-align: right;">a cura di <strong>Manlio Maresca<br
/> </strong><em>(É uno dei più prestigiosi chitarristi della scena jazz/noise italiana. Con lo stesso Carlo Conti fa parte dei <strong>Neo, </strong>recentemente tornati sulle scene con l&#8217;ultimo album &#8220;Neoclassico&#8221;, mixato e prodotto da Steve Albini)</em><strong></strong></p><p
style="text-align: center;"><p><a
href="http://www.impattosonoro.it/2011/11/14/speciali/il-cavaliere-nero-5-lamar-tribe-tree-o-un-album-che-ti-da-la-scossa/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p><strong><br
/> </strong></p><p
style="text-align: right;"><div
name="googleone_share_1" style="position:relative;z-index:5;float: right; margin-left: 10px;"><g:plusone size="medium" count="1" href="http://www.impattosonoro.it/2011/11/14/speciali/il-cavaliere-nero-5-lamar-tribe-tree-o-un-album-che-ti-da-la-scossa/">{lang: 'it'}</g:plusone></div><p>No related posts.</p>]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.impattosonoro.it/2011/11/14/speciali/il-cavaliere-nero-5-lamar-tribe-tree-o-un-album-che-ti-da-la-scossa/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il Cavaliere Nero #4: Quattro pezzi per musicisti con una falange sola</title><link>http://www.impattosonoro.it/2011/09/28/speciali/il-cavaliere-nero-4-quattro-pezzi-per-musicisti-con-una-falange-sola/</link> <comments>http://www.impattosonoro.it/2011/09/28/speciali/il-cavaliere-nero-4-quattro-pezzi-per-musicisti-con-una-falange-sola/#comments</comments> <pubDate>Wed, 28 Sep 2011 10:41:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Vincenzo Zingaro</dc:creator> <category><![CDATA[Il Cavaliere Nero]]></category> <category><![CDATA[Speciali]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.impattosonoro.it/?p=19425</guid> <description><![CDATA[<strong>Giacinto Scelsi</strong> è uno dei “dimenticati vanti” della musica italiana, quella stessa che troppo spesso il furor' di popolo premia quando si libra nel magnifico disegno “canzone”, e troppo spesso lo stesso popolo oblìa nel momento in cui essa “ragiona”, vittima d'una pigrizia connaturata che si trasforma non solo in incapacità di comprensione, ma anche in ostracismo e rifiuto categorico. A cura di <strong>Vincenzo Zingaro</strong>.Articoli correlati:<ol><li><a
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href="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//giacinto-scelsi.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-19427" title="giacinto scelsi" src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//giacinto-scelsi-208x300.jpg" alt="" width="223" height="322" /></a>Una ragnatela. Quando ho ascoltato per la prima volta i <strong>“Quattro Pezzi Su Una Nota Sola”</strong> di <strong>Giacinto Scelsi</strong> ho istintivamente pensato ad una ragnatela, e i pensieri retrostanti quest&#8217;immagine sono il contenuto dello sproloquio che segue.</p><p>Una ragnatela è la materia stessa dell&#8217; “acchiappasogni”, la concretizzazione del “bloccare qualcosa ch&#8217;è in movimento”, restituisce un&#8217;idea di resistenza, di mirabile intreccio, di complessità&#8230; generata da un “mostro”! Un invertebrato la cui famiglia è riuscita a riservarsi un posto privilegiato nella grande stirpe delle fobie.<br
/> Una ragnatela è dunque, spesso, anche sinonimo di fascinazione: quella perversa fascinazione per ciò che impaurisce.<br
/> Le più “imponenti” ragnatele si trovano immerse nella “pace” di ciò che non muta, di quello ch&#8217;è lì intonso da troppo tempo, delle altezze dei muri dove le nostre mani non arriveranno senza scope, ma una ragnatela è soprattutto un filo. Sottilissimo. Che unisce distanze, a volte lunghissime; filo ch&#8217;è essenza stessa, intima, dell&#8217;essere che l&#8217;ha prodotto.</p><p>Per un disordinato volo pindarico, dunque, si potrebbe arrivare a sostenere che quell&#8217;invertebrato riesca a secernere morte (immaginate se la nostra saliva causasse morte, se il miele delle api fosse fatale&#8230;), ma una morte estremamente selettiva, ordinata, necessaria, a suo modo “mirabile”.<br
/> Questa “morte necessaria” intesa come negazione del passato, è stata l&#8217;ambitissimo obiettivo del futurismo italiano, e pur&#8217; essendo ormai cronologicamente distante da quel contesto, alcune di queste idee si riverberano nella composizione datata 1959 di<strong> Giacinto Scelsi</strong>,<strong> “Quattro Pezzi Su Una Nota Sola”</strong>.</p><p><strong>Giacinto Scelsi</strong> è uno dei “dimenticati vanti” della musica italiana, quella stessa che troppo spesso il furor&#8217; di popolo premia quando si libra nel magnifico disegno “canzone”, e troppo spesso lo stesso popolo oblìa nel momento in cui essa “ragiona”, vittima d&#8217;una pigrizia connaturata che si trasforma non solo in incapacità di comprensione, ma anche in ostracismo e rifiuto categorico.</p><p><a
href="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//giacinto-scelsi1.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-19428" title="giacinto-scelsi" src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//giacinto-scelsi1-280x300.jpg" alt="" width="294" height="315" /></a>Fine musicista, <strong>Scelsi</strong> ebbe la fortuna di entrare in contatto con gli insegnamenti di Schönberg, Berg e Skrjabin, ma fu un crollo psicologico dovuto a questioni amorose a costringerlo seduto davanti ad un pianoforte intento a suonare sempre una stessa nota.<br
/> Di primo acchito restare lì, fermi a suonare una sola nota verrebbe inteso pressocchè da chiunque come “limitazione ripetitiva”, eppure quella singola nota è uno dei “fili” della nostra ragnatela, in particolare questo filo è quello in grado di unire il suono di sintetizzatore negli ultimi 14 secondi di “Friends” dei “Led Zeppelin” con quello del clarinetto nei primi 8 secondi di “Rhapsody in Blue” di Gershwin, con quel perenne essere leggerissimamente “stonata” di Kim Gordon, con i nostri “Quattro Pezzi Su Una Nota Sola”: la “microtonalità”*.</p><p>Sarebbe errato sostenere che <strong>Scelsi</strong> si occupasse principalmente di musica microtonale e che quella in oggetto sia una composizione dichiaratamente microtonale, allo stesso tempo non si tratta esattamente di UNA sola nota per ogni movimento poichè gli strumenti toccano anche alterazioni (diesis o bemolle) arrivando a prendere anche note contigue.</p><p>Ma questa composizione è un manifesto dell&#8217;efficacia e del significato profondissimo dell&#8217; “unità”: una singola nota in tutto il suo corpo vivo &#8211; fatto anche di microalterazioni &#8211; e nella sua capacità di “affettare” il silenzio, crea una tensione irrisolta e irrisolvibile, un&#8217;indagine introspettiva capace di giungere senza ostacoli a quell&#8217;io a volte “brutale”, “pauroso”.<br
/> Una singola nota che a chi scrive piace leggere come concretizzazione musicale di quell&#8217; […] “I&#8217;ll show you fear in a handful of dust” di Eliot: “ti mostrerò la paura in un pugno di polvere”. Quella “polvere” può essere intesa come la nostra “unità” di cui sopra: quel principio che quasi sempre diamo per scontato, arrivando direttamente alle armonie, alle melodie, alle grandi concatenazioni di suoni e colori dimentichi e impreparati nei confronti del singolo suono e della sua capacità d&#8217;insinuarsi senza barriere in qualsivoglia elemento.</p><p>Quel singolo suono che per noi spesso diventa “base non fondamentale” o “condizione necessaria ma non sufficiente” e che, in questo caso, riesce a passare dall&#8217;altra parte della barricata, diventando significato in sé, non più “riferimento statico” e “componente” di un significato più grande.</p><p>Ma questa “paura”, questa “tensione”&#8230; è per forza questo, ciò che i <strong>“Quattro Pezzi Su Una Nota Sola”</strong> tirano fuori? È stato già scritto: ai tempi di questa composizione, Scelsi era intrappolato in un pesante crollo psicologico, ma uno degli interessi di Scelsi era riposto nella musica orientale; e nei sistemi musicali orientali, suoni che noi interpreteremmo come “scordati” sono all&#8217;ordine del giorno (basti pensare al sitar).<br
/> <a
href="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//scelsi.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-19429" title="Giacinto Scelsi in una fotografia degli anni Trenta" src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//scelsi-267x300.jpg" alt="" width="267" height="300" /></a>Non solo, dunque, si diparte un altro filo che collegherebbe <strong>Scelsi</strong> al futurismo inglese e francese in quello sguardo ammirato verso Oriente, ma da qui una lunga serie di domande vengono allo scoperto: che suono ha, per noi, la paura? Perchè per altri quel suono rappresenta altro? Come siamo arrivati a quella concretizzazione?&#8230; .</p><p>Peraltro, anche lo stesso Eliot, quando scrisse The Wasteland, era reduce da un pronunciato crollo psicologico, e per quanto non mi sia dato essere a conoscenza di eventuali effetti terapeutici del ciclo di composizioni del musicista ligure (salernitano d&#8217;adozione), questo diviene un altro dei fili della nostra ragnatela: il mostro che la intesse è quell&#8217;abisso di sconforto in grado di annullare ogni certezza, la sostanza intima secreta da tale abisso sono le immagini in grado di collegare mondi cronologicamente e fisicamente distanti accomunandoli sulla base di un legame dalla solidità inversamente proporzionale al suo spessore in micron.</p><p>Ma, ancora: nella sua capacità introspettiva il singolo suono diventa il canto delle sirene dell&#8217;Odissea, diventa (o riesce ad essere tagliente grazie alla) ipnosi. Nel 1959, per un accidentato volo pindarico condito da adeguate chiavi di lettura, Giacinto Scelsi potrebbe aver concorso al porre le basi per quei concetti di “musica ipnotica” che circa 15/20 anni dopo si sarebbero ricostituiti nell&#8217;Europa moderna e negli Stati Uniti sottoforma di “drone”, di “kraut” e simili e avrebbero preso il nome di “Spacemen3”, di “Klaus Schulze” e altri. Eppure si tratta di basi già ampiamente poste, che risalgono alle nostre ere primitive, al rito, al baccanale, all&#8217;ossessività delle percussioni, al minimalismo di voce e ritmo, alla necessità di “guardarsi dall&#8217;esterno” uscendo da sé stessi.</p><p>Tutto questo, con una sola nota.</p><p>È possibile che <strong>Giacinto Scelsi</strong> non avesse in mente nulla di tutto questo quando ha portato a termine i <strong>“Quattro Pezzi Su Una Nota Sola”</strong> e semplicemente fosse perso nel suo turbine d&#8217;angoscia senza una percezione estranea al suo stesso stato di necessità; ma queste considerazioni sono riuscite a darmi molto, alcuni anni fa, quando sono venuto a conoscenza di questo artista: una forma artistica chiamata “Musica” è esistita per davvero ed esiste tutt&#8217;ora. (La) Si nasconde bene, ma presto o tardi torneremo ad accorgerci tutti della sua presenza.</p><p
style="text-align: center;"><p><a
href="http://www.impattosonoro.it/2011/09/28/speciali/il-cavaliere-nero-4-quattro-pezzi-per-musicisti-con-una-falange-sola/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p><p
style="text-align: right;">a cura di <strong>Vincenzo Zingaro</strong></p><p
style="text-align: right;">(<em>membro degli Unmade Bed, rivelazione di questo 2011 all&#8217;Italiana: se si è parlato molto del loro album “Mornaite Muntide” non è stato esclusivamente merito del fascino che si nasconde dietro il tipo di registrazione adoperato, ma anche del sound difficilmente accostabile ad altri gruppi italiani)<strong></strong></em></p><p
style="text-align: left;">* = Certo: in casi come quelli citati di Led Zeppelin, Gershwin e Gordon parleremo di &#8220;microtonalità&#8221; accidentale, presumibilmente involontaria, ma in generale da occidentali siamo abituati a pensare alle nostre care 12 note (DO – SI con tutte le alterazioni di diesis e bemolle nel mezzo) divise per toni e semitoni, ma esistono e sono esistiti sistemi musicali che si muovono in modo molto diverso e per i quali le “note” sono molte più delle nostre 12.<br
/> Queste “note” in più erano definite da Ives “le note fra le fessure dei tasti del pianoforte” e sono tutti quei microtoni, quelle microscopiche differenze sonore che separano una nota dalla sua successiva in una scala e il cui studio ha dato il via al mediamente lungo filone della musica microtonale (o con componenti microtonali) di esponenti come Julian Carrillo, Bèla Bartòk e il più recente Glenn Branca.<br
/> Tali suoni non sono udibili con strumenti a tastiera come pianoforte e simili e nemmeno con strumenti “a tasti” come chitarre, bassi e quant&#8217;altro, ma sono a portata di dita per alcuni sintetizzatori, per i fiati e per gli strumenti a tastiera “fretless” come violini, viole, violoncelli&#8230; . Sulle chitarre e sui bassi si possono ritrovare utilizzando un bottle neck ma anche un bicchiere di vetro o un accendino&#8230; insomma: tutto ciò che “neutralizzi” l&#8217;azione dei tasti in ferro sulla tastiera.</p><div
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href="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//3454977252-1.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-19047" title="3454977252-1" src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//3454977252-1-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Gottesmorder EP</strong>, 2011. Registrato nell&#8217; aprile 2011 all&#8217; Orange Recording Studio, Pistoia, da Stefano &#8220;Zven&#8221; Doretti (Ghost Empire, Stoner Kebab). Mix e master a cura di Lorenzo Stecconi (Ufomammut, Lento, Zu, Dalek) presso il Locomotore Studio, Roma. Artwork del grafico/musicista Mories (de Magia Veterum, Aderlating), intro ad opera di K11/ Pietro Riparbelli.<br
/> Pubblicato da: Absurd Creature Records (RUS), Tokyo Jupiter Records (JP), Nojoy Records (ITA).</p><p>Tesi, antitesi, sintesi. Con questo processo mentale gli esseri umani indagano quello che li circonda. Un bagliore, un susseguirsi di versioni diverse, vuote interpretazioni, voci che si sovrappongono una all&#8217;altra, fino al caos. E poi. Poi il silenzio. Sintesi, appunto. Nessuna, luce, nessun ruolo, nessun senso.</p><p>I <strong>Gottesmorder</strong> sono in tre (Michele &#8211; voce, chitarra, Matteo &#8211; basso, Nicola &#8211; batteria), sono toscani (Pisa, Cecina, Querceta) e arrivano come una catarsi dopo anni di vaneggiamenti, di inutili rumori e decadenti acconciature. Non c&#8217;è trucco né inganno. Una sintesi oscura, tagliente e claustrofobica si manifesta nelle due suite che compongono questo straordinario 12 pollici,<br
/> Dove un suono già maturo, evoluto e personale va dritto al nocciolo della questione: black metal. Potremmo stare ore, giorni interi a disquisire su cosa è black metal e cosa non lo è; ma lasciamo i seguenti onanismi ai puristi del genere, soli con i loro brufoli. Qui si fa sul serio: chitarre come drones, drumming primitivo e urla furiose. il crescendo discordante che apre &#8220;Winternight&#8221; basta da solo a spazzare via piccole polemiche e manierismi di sorta. Chitarre sfuggenti eppure serratissime si sovrappongono in una elegia che monta ineluttabile come una marea, creando spazi mentali e dilatazioni che lasciano senza fiato, una vertigine lucida nel suo esplodere in blastbeat furiosi, di pura matrice punk-black della primissima ora. Il growl sulfureo di Michele ci schiaccia a terra, si inerpica su trame strumentali di rara oscurità, per poi affondare in un delta limaccioso di dinamiche mozzafiato e di ripetute visioni di morte. Esempio perfetto di tutto questo è anche il secondo capitolo dell&#8217;opera: &#8220;the abyss of throats&#8221;; una introduzione funebre scandita da rintocchi funesti ci consegna alla voce assassina di Lee Baughn (Ghost Empire) che apre, per quanto mi riguarda, il pezzo black dell&#8217;anno. Atmosfere che sfiorano il doom apocalittico si realizzano nell&#8217;incedere di un riff granitico e allo stesso tempo cerimoniale, un mantra nero che sorregge quasi da solo l&#8217;intero episodio, un crescendo di chirurgica spietatezza verso il nulla. O, se preferite, verso la sintesi.</p><p>Qui non c&#8217;è spazio per pose o scene: qui siamo di fronte ad un raro esempio di perfetta unione fra messaggio e forma espressiva. La band sa perfettamente quello che vuole e sa come ottenerlo. Tutto volge a creare un&#8217;atmosfera unica, totale, nera come la notte, perfettamente sostenuta da un suono personalissimo e da un grande approccio agli strumenti.</p><p>L&#8217;inverno sta arrivando, procuratevi questo &#8220;<strong>Gottesmorder EP</strong>&#8221; quanto prima.</p><p>Per fan di: Burzum, Wolves in the Throne Room, Altar of Plagues, Fall of Efrafa</p><p
style="text-align: right;">a cura di <strong>Luca Dalpiaz<br
/> </strong>(Tra basso, voce e batteria Luca Dalpiaz è presente in due gruppi opposti, come possono esserlo i durissimi Maraiton se confrontati con le atmosfere folk dei Verily So. La qualità però attraversa entrambi i progetti)</p><p><center><p
style="text-align: center;"><iframe
width="150" height="450" style="position: relative; display: block; width: 150px; height: 450px;" src="http://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/v=2/album=661909884/size=tall2/bgcol=fFFFFF/linkcol=4285BB/" allowtransparency="true" frameborder="0"><a
href="http://gottesmorder.bandcamp.com/album/gottesmorder-ep">Gottesmorder EP by Gottesmorder</a></iframe></center></p><div
name="googleone_share_1" style="position:relative;z-index:5;float: right; margin-left: 10px;"><g:plusone size="medium" count="1" href="http://www.impattosonoro.it/2011/09/12/speciali/il-cavaliere-nero/il-cavaliere-nero-3-sacrificare-chitarre-sacrificali-gottesmorder-ep/">{lang: 'it'}</g:plusone></div><p>Articoli correlati:<ol><li><a
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isPermaLink="false">http://www.impattosonoro.it/?p=18867</guid> <description><![CDATA[Tra stramberia compiaciuta e ricerca, <strong>"Long Time By"</strong>, il secondo disco degli <strong>oRSo</strong> – conosciuto e amato da un pubblico (pur)troppo ristretto e verosimilmente costituito da musicisti e critici – è in realtà un gioiellino da riscoprire, sempre che si riesca a trovarlo. A cura di <strong>Luca Andriolo</strong>.Articoli correlati:<ol><li><a
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href="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//cd-orso_Long.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-18869" title="cd-orso_Long" src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//cd-orso_Long-300x300.jpg" alt="" width="315" height="315" /></a>Tra stramberia compiaciuta e ricerca, il secondo disco degli <strong>oRSo</strong> – conosciuto e amato da un pubblico (pur)troppo ristretto e verosimilmente costituito da musicisti e critici – è in realtà un gioiellino da riscoprire, sempre che si riesca a trovarlo. È un disco da viaggio e da dormiveglia. E anche, in fondo, un buon modo per vantarsi con gli amici della propria cultura musicale (alle ragazze rischia di non piacere, siete avvertiti, e comunque andrebbe tratto dalla propria collezione solo con occhiali d’ordinanza dalla montatura spessa).</p><p>Pubblicato dalla successivamente defunta Perishable Records (nomen omen!), <em><strong>Long Time By</strong></em> è un disco curioso e incredibilmente maturo. Risulta innegabile che rispetto all’opera d’esordio (<em><strong>oRso,</strong></em> <strong>2000</strong>), il bizzarro progetto di Phil Spirito (Rex, Loftus) raggiunga qui uno stile più definito, attraverso la fitta rete di citazioni e influenze che tuttavia non nasconde, inanellando una serie di canzoni, relitti melodici di difficile definizione e nenie sghembe. Il tutto unito in un’atmosfera organica ancorché sfaccettata, lugubre eppure giocosa, che fornisce agli arrangiamenti volutamente ostici la base di composizioni semplici e dalla grazia inaspettata. Siamo dalle parti dei migliori Califone, per intenderci, e tra spettri di ragtime e rovine di valzer, la ballata va ad occupare il posto d’onore che manterrà nel resto dell’accidentata produzione del progetto di mr. Spirito.</p><p>Certo, già il primo ascolto rivela un’appartenenza ostentata a un certo ambito marginale e sperimentale (o sperimentalista?), insieme col Captain Beefheart più zappiano e il Tom Waits “teatrale” (pare sia impossibile scrivere una recensione senza nominare il vecchio Tom, di questi tempi), cui va aggiunta una destabilizzante presenza di elettronica low-fi, eppure la decostruzione della forma canzone pare quasi un pudico omaggio, più che una scelta di campo. Accantonati in parte gli eccessi degli inizi, ora i brandelli di melodia si aggrappano alle sparute note di piano o a un coro femminile inatteso e i brani trovano una melodicità di innegabile presa.</p><p>Archi quasi celticheggianti e moog gracchianti, percussioni improvvisate e chitarre elettriche si fanno strada dopo la breve introduzione di corde suonate sulla paletta in <em>Wizcaphonia</em> e i brani si susseguono senza soluzione di continuità fino a <em>MaMa</em>, brano oscuro e polveroso che dà una direzione all’intero album. Piccole perle come una quasi parodistica <em>Well</em> o la bizzarra <em>Mini Ghost Horse</em> ridefiniscono il tutto: tra i sempre presenti pattern di banjo, ipnotici e ferrosi, e il bordone inquietante di una melodica, la voce di Spirito, straniante e diligentemente filtrata (sempre ad evocare un megafono o un grammofono), ci accompagna lungo una serie di quadretti di ordinaria e oscura <em>naïvetè</em>, appena disturbata da impennate psichedeliche e dissonanze noise, come in una sorta di torpore agitato ma non spiacevole, in cui le ombre dei sogni si affacciano da un uscio socchiuso… Ed ecco cavalli fantasma, segreti suggeriti (“You don’t know me that well”), donne piromani e cavalieri da rodeo persi lungo le scale a chiocciola… il mondo infantile è richiamato in ninnananne e timbriche da carillon, insieme ai suoni di quelli che potrebbero comodamente essere giocattoli; il resto è una personale rivisitazione del folk, in una declinazione musicale lontana dalla canzone d’autore vocalmente accorata, ma non troppo distante da una certa ricerca che ha dato nel passato recente i suoi frutti commerciali, tanto che ci si può lecitamente chiedere come avrebbe reagito a questo disco il nutrito pubblico delle CocoRosie e delle loro gigionesche frequentazioni… Ma gli <strong>oRSo</strong>, per fortuna o sfortuna, non sono né <em>cool,</em> né modaioli e questo <em><strong>Long Time By</strong></em>, fatto di ruggine e bolle di sapone, con le sue morbose morbidezze e le sue stimolanti asperità, resta un tesoro perduto, naturalmente scomparso dagli scaffali dei generalisti, distratti megastore musicali.</p><p
style="text-align: right;">a cura di <strong>Luca Andriolo<br
/> </strong><em>(Voce dei Dead Cat in A Bag: nato come duo, ora vantano varie collaborazioni più o meno saltuarie. In termini puramente teorici e matematici si può facilmente predire che prima o poi tutto il mondo suonerà con loro. E poi dicono che la matematica è un’opinione.)</em></p><p><strong>oRSo – Long Time By</strong></p><p><strong>Perishable Records, 2001</strong></p><p>1.Wizcaphonia<br
/> 2.Mavis<br
/> 3.Conference room<br
/> 4.Third<br
/> 5.MaMa<br
/> 6.Slight return<br
/> 7.LF<br
/> 8.Alex&#8217;s apartment<br
/> 9.Logs #1<br
/> 10.Well<br
/> 11.Mechanical<br
/> 12.Box wolf</p><p
style="text-align: center;"><p><a
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isPermaLink="false">http://www.impattosonoro.it/?p=18802</guid> <description><![CDATA[Andai al Reading Festival nel 1995, un anno dopo la tragedia. Nell'aria era palpabile la fine di un'era durata poco.
Billy Corgan stava perdendo i capelli, presto si sarebbe rasato e avrebbe scritto un doppio album epocale prima di essere ingoiato dall'ego. A cura di <strong>Simone Stefanini</strong>.Articoli correlati:<ol><li><a
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href="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//j.-mascis1.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-18806" title="j.-mascis" src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//j.-mascis1-300x205.jpg" alt="" width="317" height="216" /></a>Nel 2011 la Sub Pop dà alle stampe <strong>&#8220;Several shades of why&#8221;</strong>, il primo vero album solista di <strong>J. Mascis</strong>, Gesù grasso dai capelli bianchi.<br
/> Nello stesso anno la Matador tira fuori <strong>&#8220;Demolished Thoughts&#8221;</strong>, quarto lavoro di <strong>Thurston Moore</strong>, un tipo che somiglia a Beck ma è più alto.<br
/> Nel 2011, Mascis ha 46 anni, Moore ne ha 53.<br
/> <strong>Moore</strong> ha fondato la sua band famosa nel 1981, <strong>Mascis</strong> poco dopo, nel&#8217; 83.<br
/> Entrambi hanno fatto tornare di moda la Fender Jazzmaster, di solito collegata ad amplificatori datati e rumorosi.<br
/> Entrambi mi stanno molto simpatici.</p><p>Me li ricordo nella videocassetta &#8220;1991, the year punk broke&#8221;, suonare al Reading Festival come ossessi, a fianco di una band che sarebbe diventata famosa a livello planetario, fino al giorno in cui tornai a casa da scuola un giorno prima del mio 19esimo compleanno e al TG1 parlavano di Kurt Cobain e di come si era fatto saltare la testa e da allora, la prima scena musicale che vivevo non di riflesso ma in diretta si sfilacciò, come se tagli con le forbici un pezzo qualunque di un centrotavola all&#8217;uncinetto.<br
/> Andai al Reading Festival nel 1995, un anno dopo la tragedia. Nell&#8217;aria era palpabile la fine di un&#8217;era durata poco.<br
/> Billy Corgan stava perdendo i capelli, presto si sarebbe rasato e avrebbe scritto un doppio album epocale prima di essere ingoiato dall&#8217;ego.<br
/> Courtney Love intonò Pennyroyal Tea e pianse ma la gente le guardava le mutande, ben esposte.<br
/> I Pearl Jam fecero da backing band di Neil Young, già allora sapevano come sfangarla, buttandola sul rock.<br
/> I Foo Fighters suonarono il primo vero concerto in un palco minore, mentre nel palco principale, Bjork intonava Hyperballad, che andava un casino quell&#8217;anno.<br
/> La prima scena musicale che vivevo in diretta salutava i fans e andava nel dimenticatoio dei best of postumi, dei ragazzi di paese con le magliette dei Nirvana, delle cover band dai capelli lunghi e degli strumenti suonati alle ginocchia, con la paranoia di crescere.</p><p><a
href="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//moore_04.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-18807" title="moore_04" src="http://www.impattosonoro.it/wp-content/themes/tma/images//moore_04-300x199.jpg" alt="" width="343" height="225" /></a>Torniamo a quei due.<br
/> Ecco, loro mi stanno simpatici, perché invece della paura di crescere, mi hanno sempre infuso fiducia.<br
/> Che puoi rimanere come sei e suonare, e affanculo il tempo che passa. Anche loro devono aver pensato che le migliori registrazioni Johnny Cash le ha fatte a 70 anni.<br
/> Nel 2011 si spogliano dell&#8217;elettricità, tornano nudi, malinconici, avvolgenti, ispirati, accompagnati da viole e violoncelli, sfornano due album senza pretese se non quelle di fare bella musica.<br
/> Non sono inquadrabili, suonano.</p><p>Detto in 2 parole semplici, <strong>Mascis</strong> è più Neil Young con i Cure, <strong>Moore</strong> è più Nick Drake con i Velvet Underground. Se volete vere recensioni, la rete ne è piena.<br
/> Io li ascolto volentieri in treno, con la pupilla che si sofferma per attimi su alberi e case e mare e nebbia e pecore (che saluto perché si dice portino soldi).</p><p>Amo gli album acustici di chi non è abituato a farne.</p><p>Mi dispiace, non ho citato band fighe di indie moderno, ma ho la sicurezza che chi ha 20 anni oggi, a 40 guarderà questa enormità di foto di concerti con ciuffi, baffi, negroni, pantaloni emostatici, saccenza, occhiali 50s e riderà e si vergognerà insieme, come capita a me guardando agli anni 90.</p><p>Diventare adulti con stile è un&#8217;arte, <strong>J. Mascis</strong> e <strong>Thurston Moore</strong> sono artisti.</p><p>Vi lascio con una citazione:</p><p><em>&#8220;Allora vai, senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l’ultima luce si spegne, vattene da Derry, allontanati dal ricordo… ma non dal desiderio. Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte. </em><br
/> <em> Parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po’ di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c’è con tutto il coraggio che riesci a trovare e la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.&#8221;</em> Stephen King, IT</p><p
style="text-align: right;">a cura di <strong>Simone Stefanini<br
/> </strong><em>(Voce e chitarra dei Verily So, gruppo che quest’anno si è imposto con un album apprezzato da molte webzine, soprattutto per l’atmosfera di internazionalità che emana.</em>)<strong><br
/> </strong></p><p
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