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The Drums – The Drums

2010 - Island
indie/surf/rock

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Tracklist

1. Best Friend
2. Me And The Moon
3. Let's Go Surfing
4. Book of Stories
5. Skippin' Town
6. Forever and Ever Amen
7. Down By The Water
8. It Will All End In Tears
9. We Tried
10. I Need Fun In My Life
11. I'll Never Drop My Sword
12. The Future

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Ennesimo bagno mediatico ingiustificato o meritata escalation alle chart? Il self-titled dei The Drums prova a dare un verdetto su questo quesito, facendo chiarezza e decidendo se collocarli tra i fenomeni modaioli di durata piuttosto ridicola (un disco, al solito), coccolati da Pitchfork, NME e quant’altro, oppure se dargli dignità di fenomeno destinato a continuare.

Il prodotto è essenzialmente buono, anche se prodotto in una maniera piuttosto spoglia e quasi vintage. Punto a suo favore. L’aria che si respira è quella di un indie pop piuttosto party-oriented, dall’atmosfera gaia e ballabile, ma corredato della solita timbrica vocale iperdepressa come ogni band di questo tipo si diverte a riprodurre, e senza mancare della classica devozione al post-punk anni ’80 e ’90 diventato ormai irrinunciabile humus per ogni nuova band che si voglia (auto)definire indie. Il pezzo più celebre, “Let’s Go Surfing”, suona molto di Beach Boys reinterpretati dai Joy Division o dagli Interpol, e nonostante questo riesce ad essere un pezzo spensierato e vagamente adatto per un dj set post-concerto, di quelli che ormai si è soliti fare per tentare di convincere la gente a non abbandonare i locali uccidendo tutti con gli esageratissimi prezzi delle consumazioni. Lo stesso accade in “Book of Stories”, con i suoi arpeggi più fedeli al pop anni ’60, sempre di matrice britannica, però con un occhio di riguardo al surf e alle feste studentesche da telefilm. Sicuramente non brillano per inventiva od originalità, andandosi ad innestare in un canale già battuto e ribattuto da decine di band, come i validi ma comunque poco freschi We Have Band, anche se a volte interpretato in maniera decisamente ben studiata (ad esempio in “I’ll Never Drop My Sword”, con tutti i suoi connotati new wave che, comunque, alla lunga, stancano).
Un altro brano abbastanza danzereccio e, nel contesto disco, considerabile tra i migliori, è l’opener “Best Friend”, dove il cantato ricorda vagamente i primi successi dei The Smiths, ma senza esagerare. Per il resto i pezzi sono tutti molto simili a quelli già citati, o comunque fungono da filler per sopperire a questa mancanza di ispirazione che è comunque onnipresente e necessita di (palesi)diversivi.

Di per sé sarebbe riduttivo parlare di brutto disco, perché di canzoni “brutte” non ce ne sono. Il problema vero e proprio è l’assenza di un motivo per spenderci soldi o tempo, dopo che milioni di band hanno già fatto la loro parte per portare nelle nostre case questo genere in tutte le sue più improbabili declinazioni. Una produzione “antiquata” e un buon uso delle chitarre e degli strumenti del comparto ritmico risollevano l’andazzo del disco, giovando in particolar modo alla sua intrinseca volontà festaiola a volte spezzata dall’incuria dark e new wave, e sicuramente la sufficienza la merita, seppur con qualche riserva. Un disco interessante solo per i superfanatici dell’indie-qualunque e da evitare se non si vuole bestemmiare di fronte all’improponibile ripetersi di questi cliché. Sgraziati, banali, ma accettabili.

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