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Devo – Something For Everybody

2010 - Warner
alternative/rock

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Tracklist

1.Fresh
2.What we do
3.Please baby please
4.Don't shoot (i'm a man)
5.Mind games
6.Human rocket
7.Sumthin
8.Step up
9.Cameo
10.Later is now
11.No place like home
12.March on

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Siamo nel campus della Kent State University, è il 4 maggio 1970 e alcuni ragazzi di Akron (Ohio) si sono uniti ad un gruppo di più di tremila studenti per protestare contro l’invasione della Cambogia, su ordine di Nixon, da parte dell’esercito americano. A cercare di tenerli calmi gli uomini della Guardia Nazionale con tanto di baionette innestate. Le loro attenzioni particolari porteranno al resoconto definitivo di quattro morti e nove feriti tra gli studenti e l’eterno ricordo di uno dei momenti più bui del dopoguerra americano (se mai c’è stato un dopoguerra in America).

La DEVOlution è appena cominciata! La nascita e lo sviluppo dell’intera società e dei suoi componenti si spinge così in alto da essere costretta alla fine a precipitare e ritornare ad essere semplice composto organico vagante su un pianeta, in un sistema solare, in una galassia, in una dimensione dell’intero universo.
L’individuo è costretto a de-evolversi per mantenersi in vita e soddisfare i propri istinti di sopravvivenza, e l’unica spiegazione a questo tipo di comportamento risiede nell’idea che questa nostra società occidentale, multiservizi, terziarizzata e catodico-dipendente abbia toccato il suo punto di più alto progresso nel momento in cui è nata, per poi decedere lentamente lungo le epoche fino ai giorni nostri.
Mark Mothersbaugh (voce), Bob Mothersbaugh (chitarra), Gerald Casale (basso), Bob Casale (chitarra) e Alan Myers (alla batteria, oggi sostituito da Josh Freese) a metà anni ’70 mettono in piedi i Devo, spalancando il pentolone new wave e facendo scuola con un terzetto di produzioni perfette (Q: Are we not men? A: We are Devo!Duty now for the futureFreedom of choice) che suggeriscono al mondo quello che oggi ha un evidente senso di profezia; siamo come l’orchestra sul Titanic e mentre la nave cola a picco è nostro dovere continuare a suonare.
Se parecchia musica dei giorni nostri, se le produzioni e i mixaggi visti e rivisti e filtrati milioni di volte oggi hanno un senso il merito è da attribuire in via definitiva al quintetto di Akron e alle grandi intuizioni avute nella seconda metà degli anni ’70, quando sembrava ancora quasi un sacrilegio una registrazione in multitraccia o il semplice utilizzo di rumoristiche dissonanze che andassero oltre il “futuristico” Theremin.
L’elenco potrebbe essere infinito: Daft PunkLady GagaNirvanaRage against the machineA perfect circleYo la tengo,Death cab for cutieKaiser ChiefsFranz Ferdinand e tantissimi altri personaggi minori sono il riflesso diretto delle “scompostezze” musicali dei cinque figli della dimensione industriale di Akron ed è stato così fino a Smooth noddle map, che a tutti gli effetti è l’ultimo inedito da studio, datato 1990 e che allunga l’attesa per un loro nuovo album di ben venti anni esatti.

Something for everybody è forse il disco che più attendevano i fans dei Devo e quello che più si aspettano data la levatura espressiva del gruppo. Oggi, a venti anni di distanza non concedono nulla al passare del tempo e con la stessa identica energia e visionaria ispirazione che li aveva aiutati a creare veri anthem come MongoloidBe stiffPlanet earthGut feelingThe day my babe gave me a surpriseWhip it e altri ancora, alternano grezzi riff con assurde cadenze elettroniche simil-techno che non prendono nulla in eredità dalle produzioni passate e che creano quel ponte ideale tra i fanatici del rock e i devoti del pop. É un po’ la ricetta che ha reso grandissimi artisti come QueenDavid Bowie, ma che per un evidente anticipo sui tempi e un differente utilizzo delle ritmiche, non ha reso facilmente comprensibile e sdoganabile alle grandi masse.

Oggi questo discorso è, tuttavia, totalmente superato e il pieno riconoscimento delle loro capacità è prima quello della critica e subito dopo di pubblico. L’energia di brani come FreshDon’t shoot (i’m a man) sono forse la più grande rivoluzione nel loro stile, carichi come sono di rimbombanti rincorse ritmiche tra chitarre e synth e si accoppiano in maniera perfetta con le “dancerecce” What we doNo place like home. Ma praticamente ogni movimento sonoro del gruppo ha un significato in questo album e con la fama che hanno alle spalle potrebbero riuscire a creare interesse anche facendo suonare una vuvuzela da dentro una cisterna per il gas propano.
Come se non bastasse, a far capire quanto questi individui possano arrivare lontano con lo sguardo, mi sembra giusto evidenziare il lavoro fatto in pre-produzione attraverso l’utilizzo di focus-group per l’individuazione dei brani adatti a finire su disco che al risultato finale si presenta in tre versioni definitive; una standard, una approntata dai focus-group durante il Song study e una versione deluxe che comprende, rispetto alle altre due produzioni, l’esclusa Knock boots.

Non siamo sull’orlo del precipizio e molto probabilmente la razza umana riuscirà a sopravvivere in tutti i mondi differenti possibili attraverso una capacità di adattamento che nessun altro essere vivente possiede, ma non è chiaro quale strada un eventuale cambiamento prenderà; persone che si stringono in qualche strano credo che venera Dei che spiegano alla lettera cosa si può e cosa non si può fare, grandi masse di individui che necessitano l’appoggio economico di istituti bancari per permettersi una vacanza in qualche luogo rilassante, governi che assicurano conguagli economici miseri alle coppie che decidono di avere un figlio che gli costerà cento volte tanto, salari e dividendi assurdi all’indirizzo di persone che, inviso ai 990 milioni di persone che muoiono di fame, sostengono di fare beneficenza quando basterebbe reindirizzare i loro milionari ingiustificati stipendi lungo altre vie, spot contro i malesseri provocati dal tabacco promossi dallo stesso ente statale che lo mette in vendita, ecologisti che guidano suv dalle elevatissime prestazioni e dai consumi ancora più elevati per giungere puntuali a riunioni che hanno come ordine del giorno l’approvazione dell’ordine del giorno successivo.

La società che produce disfunzioni è sempre quella che si sviluppa più velocemente e che ha in sè i giusti anticorpi necessari alla perfettibilità della stessa, a fianco alle grandi scoperte e agli immensi traguardi che tale società è in grado di raggiungere c’è sempre una buona porzione di essa che collassa e regredisce agli stadi più primitivi dell’umanità. La difficoltà più evidente è riconoscere i connotati della devoluzione prima che essa diventi incurabile. Potete scegliere di combattere contro questo stato delle cose oppure potete indossare il vostro Devo Energy Dome e accomodarvi in prima fila per la devolution.

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