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MONOTONIX – Curtarock Festival, Curtarolo (PD), 23 luglio 2010

I Monotonix sono l’essenza di una società post-moderna inevitabilmente malata, persa in un graduale processo di auto-decomposizione.Stretti dalle indissolubili catene dell’anonimato virtuale, cerchiamo caldi e confortevoli legami con la vita vera, finendo per sentirsi realmente vivi solo quando siamo parte attiva e integrante di un qualche geniale festival degli eccessi o dell’oscenità.

I Monotonix sono tutto questo. O l’hanno capito molto furbescamente, poco importa. Israeliani, cacciati da Israele per aver mostrato qualche natica di troppo in faccia ai non troppo festaioli gestori dei locali di Tel-Aviv e dintorni, hanno trovato la terra promessa – perdonatemi, vi prego – in quel di New York dove la Drag City li ha messi sotto contratto, ma non certo ponendo limiti alla loro fondante esuberanza.
Ininfluenti dal punto di vista musicale (il loro garage rock più sporco che mai è puro e semplice contorno sonoro per le loro esibizioni dal vivo), fastidiosamente irresistibili nel loro improbabile, fatiscente, raccapricciante e geniale mix estetico tra Borat e GG Allin, i Monotonix, nell’era della democrazia virtuale e della partecipazione di massa, ma solo e rigorosamente dietro uno schermo, hanno creato (ricreato?) da zero un’immagine e una proposta ricreativa senza dubbio ineguagliabile e innovativa.

I concerti del trio israeliano (Levi “Ha Haziz” (Yomtov) Elvis (voce), Moshe Vegas (chitarra) e Bonanza (batteria)) sono la vera essenza della filosofia “2.0” sradicata dagli sterili e anonimi supporti informatici e immessa senza lubrificazione di sorta in contesti quantomai reali, intrisi di sudore, birra, Jack Daniel’s, spazzatura e adrenalina in fiamme.

I Monotonix hanno inventato il “concerto 2.0”, il concerto del passato, il concerto del presente, il concerto del futuro, il concerto nel quale le distanze si annullano per davvero, il concerto in cui il palco non esiste, il palco è il pubblico, ma il pubblico non esiste, l’artista non esiste. Esiste un solo organismo, trascinante, rozzo e irriverente che crea quasi dal nulla un incredibile e strafottente spettacolo circense che sembra voler prendere a mazzate il rock, la cultura e la società in genere.

Che sia a New York, Londra, Parigi, Tel Aviv o appunto Curtarolo (industrio-agraria località del nord padovano), lo scenario è lo stesso. Il palco, tremendamente vuoto, buio e spoglio, è lasciato a marcire al di là di ridicole transenne che qui fungono solo da attrezzo ginnico per le mirabolanti esibizioni roteanti del molesto vocalist Levi Elvis. Qui non ci sono rockstar da tutelare, proteggere, adulare e ammirare. Niente oggetti sacri da venerare per qualche mezz’ora di attività sociale ormai fin troppo codificata e limitata. Questi sono i concerti di oggi, i concerti di tutti i giorni. In quelli dei Monotonix il sacro e il profano si fondono insieme in un ammasso di sudore, saliva, distorsioni e persone di ogni tipo, magicamente inarrestabile e indivisibile nell’inseguire e co-creare le evoluzioni fottutamente rock’n’roll di questo trio di dementi.

La batteria, minimale come mai nella storia del rock, non cessa di percuotere neanche nelle situazioni più estreme. Giovani uomini e giovani donne caricate in spalla, secchi della spazzatura rovesciati in testa, in bilico sull’orlo di una tavolata da sagra paesana, nulla sembra scalfire la prontezza di riflessi di Bonanza, uno che nel 2010 ha ancora il coraggio di presentarsi con dei catenacci al collo che neanche il peggior Fabri Fibra. Della chitarra, più che il suono rimane l’immagine, dipinta, anzi schizzata, da quel Moshe Vegas che è forse il più sobrio dei 3. Lo si capisce dal fatto che a fine concerto, dopo più di un’ora di incredibili e inascoltabili schitarrate nelle posizioni più disparate, si rimette la camicia. Quanto a Levi Elvis, quel che rimane in mente non è certo l’estensione vocale, quanto piuttosto quella dell’insanità mentale. Si arrampica su impalcature di fortuna, importuna poveri baristi deliziandoli senza troppi timori con le sue natiche villose, si appende e si fa sospendere in aria prima dalle mani di noi tutti, poi dall timpano inutilizzato di Bonanza, infila senza alcun disgusto il microfono negli anfratti meno nobili del suo corpicino non troppo gradevole alla vista, al tatto e all’olfatto, rovescia un sacco di spazzatura post-moderna sulle teste di noi festosi animali sociali.

Scene da romanzo pulp-rock, di Ellis o Palaniuk, che sono realtà, frutto inevitabile dell’anti-progresso che la scena musicale, con la sua ormai passata e decadente filosofia rock’n’roll, sta vivendo da ormai più di un decennio. Forse non saranno i rivoluzionari sobillatori di una società che aspetta, al di là di qualche nuovo preconfezionato messia, uno sconvolgimento generale, un fulmine di vita che ci riporti il contatto diretto e immediato con noi stessi e con gli altri. Forse non resisteranno a lungo a chi, da qualche pagina più o meno patinata, li additerà di essere l’ennesimo prodotto commerciale per la nostra generazione stanca e sempre più strana.L’unica cosa certa, finora, è che i Monotonix hanno inventato un nuovo, irrinunciabile e dissacrante rituale sociale. Hanno inventato il concerto 2.0, per noi che di 2.0 non ci abbiamo capito un gran cazzo.

a cura di Fabio Gallato

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