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Pierpaolo Capovilla – Obtorto Collo

2014 - La Tempesta Dischi
rock/alternative

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Tracklist

1. Invitami
2. Il cielo blu
3. Dove vai
4. Come ti vorrei
5. Irene
6. Quando
7. Bucarest
8. Ottantadue ore
9. Obtorto collo
10. La luce delle stelle
11. Arrivederci

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Cos’è stato?! Forse era un incubo, eppure sembrava così reale! Sta di fatto che a ¼ del cammin della mia vita (nel mezzo ci sarete voi) mi ritrovai per una selva oscura, fatta della polverina che si intravede dalla luce diretta di un riflettore, del profumo di narghilè e di tessuti orientali che mi avvolgevano fino ad ingoiarmi. Dove mi trovo ora? Forse su una strada Newyorkese, con la faccia spiaccicata sull’asfalto umido, oppure su un ciottolato di una vecchia stradina francese. Non so con precisione dove queste canzoni mi stiano portando ma quel che è certo è che ovunque la voce di Pierpaolo Capovilla mi conduca, il cielo è sempre buio, l’atmosfera sempre notturna; ovunque dominano le tenebre.

La parte musicale di questo disco è curatissima, sperimentale, super-eclettica, ma al tempo stesso è scarna e agghiacciante (la title-track ne è esempio emblematico) tanto da creare intorno a me un sarcofago sonoro in cui la voce di Capovilla appare come un sussurro angosciante.
Obtorto collo è un disco silenzioso, da ascoltare attraverso gli auricolari, mentre si osserva fuori dal finestrino di un pullman in corsa il mondo che si arrotola su se stesso. È infatti in questa circostanza che le parole mai strillate ma sempre grevi e tenebrose del leader del Teatro degli orrori, attraversano i timpani per infilarsi nel sistema venoso, raggiungere il cuore e avvelenarlo.
Parlando con maggior precisione dei testi si può notare che il più alto livello di poesia viene raggiunto, oltre che nella deliziosa canzone-monologo iniziale, in brani che trattano temi sociali importanti o fatti di cronaca nera. Questo avviene ad esempio in “Ottantadue ore”, che descrive la tremenda morte di Francesco Mastrogiacomo e che con il contributo di un gelido coro di voci bianche giunge a una chiusura da pelle d’oca. Ancora il concetto è ribadibile in “Quando”, che tratta il tema della violenza sulle donne, […] Quando un uomo è come te, ti maledice, perché piangi, perché hai paura, perché credi che l’amore non centri più niente di niente, quando infine raccolte poche cose, quelle più essenziali in quella borsa di velluto blu che comprammo insieme a Trastevere…ricordo bene, giurasti che mi avresti uccisa e gettata via da qualche parte, soltanto allora, compresi, in che guaio, mi ero cacciata […].
Ci sono anche un paio di note negative e per non rovinare questo bel quadretto le cito qui alla fine.
La prima riguarda ancora una volta l’aspetto dei testi (d’altronde è di un cantautore che stiamo parlando) e in particolare del fatto che, avendoci Capovilla abituati in modo indubbio a narrazioni stupefacenti, non si può non storcere il naso di fronte a canzoni più che mediocri come “Il cielo blu”, incomprensibilmente infilata nel disco come seconda traccia (che diamine la seconda traccia è un posto privilegiato!) oppure “Irene” che appare come una canzonetta se accostata a ben altri capolavori Capovilliani.

Il secondo punto è un personale quanto patetico interrogativo da fan del Teatro degli orrori e mi vergogno quasi a esprimerlo. Insomma, non dico che mi aspettassi i chitarroni e le distorsioni noise, ma è così illegittimo aver desiderato almeno un piccolo ma ben confezionato momento di incontenibile incazzatura e di grida allucinate come solo lui sa fare? Ecco, l’avevo detto che mi sarei vergognato.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=SW-pKblBGT8[/youtube]

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