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Moonlight, di Berry Jenkins

Moonlight

Scheda

DATA USCITA: 16 febbraio 2017
GENERE: Drammatico
ANNO: 2016
REGIA: Barry Jenkins
ATTORI: Mahershala Ali, Naomie Harris, Janelle Monáe, Trevante Rhodes, Ashton Sanders, André Holland
SCENEGGIATURA: Barry Jenkins
FOTOGRAFIA: James Laxton
MONTAGGIO: Joi McMillon, Nat Sanders
MUSICHE: Nicholas Britell
PRODUZIONE: A24
DISTRIBUZIONE: Lucky Red
PAESE: USA
DURATA: 111 Min


Penso sia inevitabile, per quanto sia disdicevole da un punto di vista della correttezza formale nei confronti di una recensione, dire due parole su quei critici che accusano Moonlight di essere un film sfacciatamente progressista o politico.

Perché pensare ancora che si debba essere “progressisti” per scrivere di amore omosessuale e tra etnie diverse dalla propria allora vuol dire che Donald Trump un po’ ce lo meritiamo, e chi scrive di Cinema dovrebbe trovarsi un hobby migliore. Messaggio dedicato agli illuminati che hanno scritto di una vittoria mutilata di La La Land per questioni di realpolitik hollywoodiana nei confronti della presidenza. Basterebbe scuotere la testa un paio di volte, a mo’ di risveglio neuronale mattutino, e ripeterci il mantra di Michele Apicella sulle parole che sono importanti per renderci conto che “progressista” oggi dovrebbe essere altro. Ebbasta.

Ispirato all’opera teatrale di Tarell Alvin McCraney’s Moonlight è il secondo feature di Barry Jenkins, noto nell’underground come autore di mumblecore, un genere caratterizzato da budget irrisori e l’utilizzo di canovacci piuttosto che sceneggiature.

La storia è la vita di Chiron (Trevante Rhodes), divisa in capitoli, ragazzino maledetto dalla madre tossica e incapace di accettare la diversità del figlio nei confronti di un mondo machista e duro e puro delle periferie dimenticate di Miami. Quello che dovrebbe essere un dramma prende vie nuove e stupisce, al punto tale da chiedersi se l’irrequietezza d’animo del protagonista non si possa paragonare ai lunghi monologhi di personaggio letterario figlio de Le Notti Bianche o delle introspezioni di certi protagonisti silenziosi di una scrittura di un certo Novecento. Vediamo la vita e la routine della sua esistenza, e ne carpiamo le difficoltà e lo stato di disagio, eppure il protagonista è un oggetto misterioso, incomprensibile, fino alla conclusione.

Quello che colpisce è l’assenza di scene che dovrebbero raccontare momenti essenziali per il protagonista: su tutte la morte di un mentore e un periodo da carcerato. Il film va in avanti con salti quasi inaspettati, ma con uno scopo ben preciso, ovvero quello di concentrarsi sulla sensazione di una vita vissuta in alienazione, inibita. Una sperimentazione temporale che d’altronde deriva pari pari dall’opera teatrale.

Detto questo, Moonlight è un film imperfetto, dai dialoghi a volte imbarazzanti. Eppure, vive di luce propria ed è una sinfonia di sguardi e colori. I piani sequenza che introducono Juan (Mahershala Ali), uno spacciatore dal cuore buono; i primi piani sui dolori adolescenziali del giovane Chiron; le luci al neon della Miami che accompagnano la nascita dell’erotico nella vita del protagonista protagonista ed il suo primo amore; e una lista che potrebbe essere lunga. Il tutto tenuto assieme da una visione che sempre più sconfina con il Wong-Kar-Wai di Happy Together e l’eterno Hong Kong Express.

Nell’ultimo capitolo, senza dir nulla per non rovinare il piacere del primo sguardo, il cambio di genere e di tempi rispetto al primo quasi provocano un effetto ironico. Storia d’amore e di vita fatta di pochissime parole, a volte imbarazzanti, e di climax zoppicanti, e che più tenera di così non si può.

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