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THE DILLINGER ESCAPE PLAN: la fine della gioventù panasonica

NEMICO MUTANTE NUMERO UNO

Qualcuno rimane e qualcuno se ne va in grande stile. Seguendo le orme dallo storico “nemico pubblico numero 1” dal quale hanno mutuato il nome i The Dillinger Escape Plan hanno scelto la seconda strada. Vent’anni di fughe e disastri, di cambiamenti – siano essi interni o volti verso un panorama musicale inizialmente in mutamento e infine stagnante. Ma è la fine la più importante, diceva un signore qui in Italia, e la fine della band creata da Ben Weinman nell’ormai lontano 1997 è davvero importante, almeno per chi la musica l’ha vissuta col gene X (e non mi riferisco al fottuto talent show) ben presente nel DNA.

Neanche un anno fa il gruppo ha dato alle stampe il proprio canto del cigno intitolato “Dissociation”, un disco che grida addio in maniera così profonda e disumana che si esce storditi dalla realtà delle cose: i DEP sono giunti al capolinea. Accade proprio questo mese, in quest’anno infame tanto quanto quello scorso, e ci lasciano soli quasi quasi in mezzo al nulla. Quanto melodramma, vero? Ma la presenza di certi gruppi è così ingombrante da portarcii a reagire in tal modo. Il peso, per intenderci, sarà lo stesso di quando i Botch sparirono dalla scena. È sì vero che dall’esplosione di quel pianeta nacquero corpi celesti altrettanto importanti, e di certo accadrà – anzi, in parte sta già accadendo grazie ai The Black Queen –  anche con i Dillinger, però il vuoto si sentirà, eccome se si sentirà. Chi di voi ha vissuto la dipartita dei Black Flag non ha forse sentito questa stessa mancanza il giorno dopo? A mio avviso sì.

L’hardcore punk nel corso della sua infame storia ha subìto una quantità incredibile di trasformazioni e declinazioni di ogni tipo, finanche cambiare pelle da movimento di spinta e cambiamento qual era a standard autodigerito e senza sbocchi, come accaduto per il jazz, il rap e il black metal. È vieppiù ovvio che da quel momento in poi, ossia da metà degli anni ’90, il genere chiedeva con voce flebile una rigenerazione cellulare, iniziata con perizia da realtà (leggi Fugazi) che hanno vissuto in prima persona nascita e declino della Rivoluzione. A rispondere alla chiamata saranno Botch, Converge, The Blood Brothers, Glassjaw, At The Drive-In, Refused, Coalesce, Thursday, Quicksand, The Locust e DEP mettendo in moto una sorta di seconda venuta dell’hardcore. Un post-post-hardcore.

Ma ben poche delle band dall’elenco di cui sopra sono riuscite a catalizzare su di sé l’attenzione di un mondo – quello del mainstream – così distante dalla nicchia hc e derivati come la band del New Jersey, tanto da farvi convergere all’interno mostri sacri come Mike Patton. Ben poche delle band dell’elenco di cui sopra sono riuscite a trascendere il proprio (non) genere di appartenenza diventando tanto inclassificabili da arrivare altrove, conquistando i circuiti di cui parlavo poc’anzi e fan così tanto lontani tra loro, diventando impossibili da inserire in questa o quell’altra corrente. Come diceva il giornalista Michael Azerrad nel suo libro “Our Band Could Be Your Life” “[…] il punk-rock poteva essere qualunque cosa tu volessi che fosse”.

La frase sembra essere involontariamente il motto del gruppo capitanato da Weinman che in questi quattro lustri ha dimostrato di essere tutto e il contrario di tutto, permettendosi di cambiare configurazione di brani e dischi a piacimento pur mantenendo intatta la propria anima. Sono davvero poche le band che negli anni sono riuscite a tenere la barra a dritta in questo modo pur autoinfliggendosi ogni tipo di tempesta possibile ed immaginabile, soprattutto in sede live.

PIANO DI FUGA

Nati nel 1997 come band puramente hardcore Ben Weinman, il bassista Adam Doll, il batterista Chris Pennie e l’ugola infame Dimitri Minakakis mutuano il nome da un documentario sulla leggendaria figura di John Dillinger che lo stesso Doll stava guardando in una sera di noia, in attesa di una rivelazione per quanto riguarda il moniker della band, ancora assente pur con delle date già prese e in attesa così di poter creare i flyer atti a pubblicizzarle. Come la band ha avuto modo di precisare anni dopo non c’è quindi alcuna fascinazione nei confronti del gangster statunitense, semplicemente il nome suonava un gran bene. Seppure inizialmente il gruppo si presentasse sotto forma di quintetto, completato dal secondo chitarrista Derrick Brentley, in studio quest’ultimo non si presentò mai per dare forma a quello che diventerà il primo EP omonimo della band, lasciando quindi al solo Weinman il compito di sferrare i suoi micidiali colpi a sette corde sul nastro.

Reclutato il produttore Steve Evetts – che quello stesso anno produsse il secondo album degli Snapcase ed il debutto degli Hatebreed – i quattro si gettano a capofitto nella definizione di quello che sarà solo il perno centrale del proprio suono futur(istic)o. “The Dillinger Escape Plan” è un sputo in faccia alla morte prematura dell’hardcore in un abbraccio math di pura ed umiliante violenza senza pari. In anticipo di un anno e in maniera ben più diretta dei colleghi Botch e con nelle orecchie, poco ma sicuro, “Petitioning The Empty Sky” dei Converge i DEP definiscono la strada da percorrere e lo fanno con sei brani lanciati a 200 km/h in faccia a chiunque si sentisse depauperato dalla ferocia dell’anomalo punk di estrazione newyorkese.

Il sound è gonfio, le chitarre si lanciano in attacchi all’arma bianca di pura disperazione, i tempi in più di un’occasione si distendono e portano fuori strada e la voce di Manakakis sembra quella di un Keith Morris incazzato nero e privato delle droghe che lo hanno reso celebre ed instabile. Il tutto, completato dall’artwork ad opera di un altro peso massimo come Aaron Turner, è un biglietto da visita di tutto rispetto. Ma non è ancora sufficiente a far comprendere l’importanza di questa neonata realtà.

AI BORDI DI UNA PISCINA ROVENTE

La discesa all’inferno è più breve di quanto si possa immaginare. A nemmeno un anno di distanza dalla sua nascita arriva il momento per la band di firmare un contratto con la Relapse Records, richiamare all’appello Evetts – che d’ora in avanti diverrà punto fisso al banco mix – e tornare in studio per dare forma a  Under The Running Board”.

I tre pezzi che compongono il nuovo EP illuminano il sentiero tortuoso che caratterizzerà da qui in poi ogni singola uscita dei DEP. Dell’hardcore tout court spolverato di math è rimasta la ferale irruenza ma qui la materia è tutt’altra. I tempi sono un disastroso dedalo e non accennano a stare al loro posto, le chitarre di Weinman lasciano cicatrici e sfondano il muro del suono, compaiono le prime punteggiature in libera interpretazione dei legato jazz, il metal anfetaminico fa capolino e si installa in via definitiva nell’economia dei brani e le voci si sporcano sempre di più di sangue. È tutto pronto per debuttare sulla lunga distanza con l’immenso “Calculating Infinity”.

BRUCIANDO L’INFINITO

Prima di ciò purtroppo la tragedia si intromette nella vita del gruppo: il bassista Adam Doll rimane paralizzato dalla vita in giù a causa di un incidente automobilistico ed è chiaramente costretto ad abbandonare la vita attiva nella band. Ben e soci non si scoraggiano, nonostante il momento di assoluta difficoltà umana, ed entrano comunque in studio pronti a fare quello che riesce loro meglio, non prima di aver reclutato un secondo chitarrista nella figura di Brian Benoit dei Jesuit.

Tutto ciò che facevamo coi Dillinger era ‘sbagliato’ in termini puramente teorici, andavamo contro tutto.” – ammette Weinman in un’intervista a The Independent – “’Calculating Infinity’ ci vedeva definitivamente intenti a strappare i libri di teoria musicale; se qualcuno ci diceva ‘non armonizzate questo passaggio con una seconda perché suonerebbe stonato’ noi puntualmente lo facevamo. Suonava disgustoso, ma lo facevamo e probabilmente abbiamo portato tutto alle estreme conseguenze agendo in questo modo, infrangendo tutte le regole. Questo ha permesso alle nostre personalità di venire fuori una volta per tutte senza che fossero influenzate da nessuno.

Basta ascoltare i primi trenta secondi della opener Sugar Coated Sour per rendersi conto che le parole del chitarrista non possono essere più vere ed oneste di così. Le mani corrono inferocite sui manici delle chitarre e non lasciano nulla dietro di sé. Si palesa per la prima volta il disturbante elemento elettronico di contorno ai brani e la voce di Dimitri subisce un’ulteriore trasformazione mefistofelica. Le liriche sono al limite dell’astratto e tradiscono un disperato bisogno di incendiare tutto quanto, così come lo dimostra l’assassino incedere dell’immensa 43% Burnt. L’impronta jazzy di Pennie è impossibile da ignorare e le sette corde seguono il tutto verso un maelstrom d’impareggiabile debilitazione psicofisica.

Il songwriting assurge a livelli inusitati persino per i colleghi più illustri mettendo tutti al loro posto, ossia al di sotto delle aspettative, obbligando chiunque a fare meglio di così. Jim Fear è ipnosi hard-grindcore e piega ai biechi voleri di un mostro colorato la lezione che arriva da Umea impartita dai Meshuggah. Lo stacco semi acustico sullo sfondo del manicomio in mezzo a The Running Board riporta alla mente i Mr. Bungle e qualcuno da quelle parti si accorge del potenziale qui esposto. Si tratta proprio di Patton che li vorrà in tour assieme ai suoi Bungle.

Il tour massivo in pieno stile Black Flag porterà il cantante Manakakis ad abbandonare la nave lasciando il gruppo senza voce proprio nel momento in cui il mondo era pronto ad accoglierlo come il newborn di cui aveva bisogno. Alla domanda ‘Ma Dimitri si è forse pentito di aver mollato?‘ Weinman risponde che no, da quel momento tra lui e la band si è creato un legame ancor più forte. L’ex cantante presenzia alle registrazioni, agli shooting dei video, va anche a vedere gli altri suoi vecchi compagni suonare. Ma il problema rimane. Come si sostituisce un cavallo di razza del genere? A fare da pontiere arriva in soccorso proprio Mike Patton dando vita a quella perla unica che è “Irony Is A Dead Scene”.

VIENI DA PAPÀ

È sì vero che si tratta pur sempre di un EP ma il peso specifico dei quattro pezzi ivi racchiusi raggiunge livelli insensati. Il gruppo è in forma smagliante e proiettato verso il manicomio e Mike è lì ad aspettarli a braccia aperte. Che sia la cover del classico di Aphex Twin Come To Daddy, tramutata per l’occasione nelle orride sembianze di un’entità cyberpunk oppure il missile terra-aria che viaggia per tutti i sei minuti della delirante e (per forza di cose) fantomasiana When Good Dogs Do Bad Things, il lavoro viaggia a livelli altissimi. E così l’asticella si alza ancora una volta: non si può più chiamare un cantante qualsiasi.

Il candidato ideale si palesa nella persona di Greg Puciato. A vedersi il ragazzo ha quel fisique du role a là Rollins che intimorisce sin da subito e non può che essere un ottimo biglietto da visita a fronte dei distruttivi live del gruppo. A differenza di mr. Garfield, però, Greg racchiude nelle sue corde vocali una quantità di stili e potenzialità da far bagnare chiunque si fosse abituato alla presenza pattoniana del precedente EP. Non solo: i gusti del nuovo cantante daranno la possibilità alla band di porsi proprio in mezzo ad un crocevia che è toccato solo ai Deftones prima di loro. L’ugola d’oro del giovin virgulto del Maryland, infatti, darà quella spinta che porterà alla definitiva impossibilità di qualificare in un modo o nell’altro i DEP. Mathcore? Crossover? Industrial? Metalcore d’avanguardia? Non è dato sapersi. Fatto sta che con “Miss Machine” i nostri prenderanno le distanze da tutti le altre band del nuovo filone che hanno contribuito a creare spedendosi in un universo di altro tipo.

NOSTRA SIGNORA DELLE MACCHINE

Puciato non è l’unica new entry. A fargli compagnia c’è anche il nuovo bassista Liam Wilson il quale darà più di una spinta alla sezione ritmica già magistralmente orchestrata da mastro Pennie. È proprio la controparte ritmica di Weinman a stupire di più il nuovo cantante: “Chris si studia più di un libro di esercizi alla settimana. Ha questo pad su cui fa pratica di continuo studiandosi testi così ‘Advanced African Drumming III’ e io gli dico ‘Ma come cazzo fai a spararti tutta questa diavolo di roba?”.

Sempre Greg traccia una sostanziale linea guida delineando le differenze tra l’album di debutto e il nuovo arrivato: “[Ben e Chris] continuano ad accumulare nuove conoscenze musicali e non si danno pace sfidando loro stessi di continuo e, a mio avviso, un traguardo che non hanno raggiunto su ‘Calculating Infinity’ è l’uso di un certo tipo di melodie, del songwriting e delle dinamiche. […] Penso che ora loro stiano cercando di incorporare tutti i precedenti elementi a questo nuovo modo di intendere la cosa e l’EP con Mike Patton è stato la pietra miliare che ha mostrato alla gente che è questo che loro vogliono fare.

In vita mia credo di non aver mai sentito una opening track come Panasonic Youth. Un tale agglomerato di virulenza debilitante, di rinnovamento hc e di fruibilità nel mezzo di una cascata di tempi psicotici penso sia difficile da trovare prima del 2004 in questo ambito. Greg mostra subito al mondo la sua potenza distruttiva gridando come un giaguaro in berserk dritto nel microfono ampliando la capacità di fuoco degli strumenti mentre Wilson spicca non solo tra le pieghe delle frequenze ma spezza denti a tutto andare tramite le sue quattro corde di violenza dimostrando una notevole abilità tecnica.

Il delirante trittico Sunshine The Werewolf, Highway Robbery e Van Damsel è qualcosa di insensato da ogni punto di vista: sfuriate al limite del più infame black metal, sterzate melodiche, disperazione industriale, mattanze pattoniane e liriche punitive puntate a mò di lanciarazzi al viso del fruitore. L’eclettismo vocale di Puciato si mostra in tutta la sua bellezza nel singolo Setting Fire To Sleeping Giant, finito in heavy rotation in certe fasce persino su MTV, racchiudendo in sé tutti gli elementi più cari all’ormai morente ondata nu-metal, rendendoli vivi come non lo sono mai stati data l’incapacità degli esecutori e mischiandoli con una furia convergiana d’antan oltre ad una bella spruzzata di ritmi sudamericani che male non fa. L’estrema conseguenza della violenza viene a galla nella psicopatica Baby’s First Coffin con il cantante a distruggersi la gola al grido di ‘You’re being a liar‘ con la band a sostenerlo andando totalmente fuori di testa.

Lascia ulteriormente il segno l’amore per le ballate industrial dei Nine Inch Nails, beniamini di Greg – cosa evidente data l’assonanza vocale tra lui e il buon Reznor – il terzo singolo Unretrofied che coi suoi ritornelli ultra catchy consacra la band ad un altro campionato lasciando, come detto in precedenza, indietro tutti gli altri.

LAVORARE LA COLLERA

L’attuale scena metalcore è più o meno la stessa roba di quella nu-metal di qualche anno fa. Veramente deprimente. […] Non voglio che la gente ci accosti a queste scontate band metalcore. Quando ascolti gruppi come gli Atreyu, beh, sono i Linkin Park di questo genere. È tutto una strofa, un ritornello, una strofa, un ritornello, un breakdown con tanto di doppio pedale, un ritornello – fine. Non è arte, non è nemmeno musica intelligente.

A parlare è sempre Puciato e nell’intervista in questione prende di mira anche Disturbed e Avenged Sevenfold definendo questi ultimi “they’re a terrible band”. Come dargli torto, d’altronde? Il punto chiave è che non sta parlando tanto per gonfiarsi il petto. I DEP, a questo punto delle cose, davvero non possono essere affiancati a nessuna di queste realtà che spopolavano a metà anni ’00 e che purtroppo imperversano ancora oggi in tutti i festival. Si è andati troppo oltre per tornare indietro

Come antipasto al nuovo album in arrivo la band pubblica un divertente EP di cover contenente anzitutto un nuovo chitarrista ritmico (James Love) e quattro pezzi da cento atti a dimostrare quanto ampio può essere lo spettro delle influenze del gruppo. Si passa da una Like I Love You di Justin Timberlake (già proposta dal vivo con Patton) ad una Wish degli adorati NIN (anni più tardi i nostri finiranno sul palco proprio con Trent e soci a suonare il brano in questione) fino ad arrivare ad Angel dei Massive Attack e Jesus Christ Pose, cavallo di battaglia dei Soundgarden.

Sembra diventata una consuetudine ma ad ogni nuovo album sembra esserci un cambio della guardia nei ranghi della band. Ma questa volta a fare armi e bagagli è un pezzo fondamentale del macchinario ossia Chris Pennie. Un po’ le tensioni venutesi a creare con Weinman durante il tour assieme a Coheed And Cambria, un po’ la proposta di questi ultimi fatta al batterista per entrare in pianta stabile fanno sì che il divorzio avvenga, non senza il timore di ripercussioni dal punto di vista compositivo dato l’avvicinarsi del momento in cui il nuovo materiale avrebbe dovuto concretizzarsi.

A parlare di quei momenti è proprio il chitarrista: “C’erano molte incertezze circa la realizzazione di ‘Ire Works’ perché non sapevamo come farlo e non sapevamo nemmeno se saremmo potuti essere ancora una band pur riuscendo a realizzarlo. Stavamo programmando la batteria per scrivere i brani non sapendo se avremmo trovato qualcuno adatto a suonare con noi. Quando abbiamo incontrato Gil [Sharone, al tempo batterista dei vaudeville-simil-metalheads Stolen Babies, ndr] ci siamo resi conto che sarebbe stato in grado di suonare quella roba. […] Quando abbiamo imparato tutto il materiale non solo ci siamo accorti che lui poteva fare tutto alla perfezione ma ha anche aggiunto delle vibrazioni che hanno reso il tutto molto particolare.

 

Niente di più vero: “Ire Works” è un altro step nella scala evolutiva dei DEP e il nuovo batterista non ha intenzione di ripercorrere gli stessi passi del suo predecessore mettendo a disposizione dell’economia dei brani un nuovo tiro. Il groove resta ossessivo ma si distende più agilmente sulle scudisciate chitarristiche di Ben (unico a lavorare sul disco poiché Benoit aveva anch’egli abbandonato la nave a seguito di un problema ai nervi) e rende il sound ben più metal di quanto non fosse in precedenza.

La cosa è evidente sia sulle consuete batoste brutali come Fix Your Face (che vede l’ex Minakakis alle backing vocals) e l’asfissiante Lurch, perfetti trait d’union con il recente passato, ma anche su pezzi più “liquidi” come la faithnomoriana Milk Lizard con le sue deliziose dissertazioni pop-metal accompagnate da corroboranti sferzate del double-kick anomalo di Sharone.

A saltare subito all’orecchio è il pop sontuoso e imbevuto di elettronica di Black Bubblegum, brano che deve aver urtato più di un hardcore fan del gruppo. Il pezzo è una vera e propria chicca piena zeppa di cori (e qui torna l’infatuazione reznoriana) e sovraincisioni vocali che ad un primo ascolto non sono nemmeno percepite dall’orecchio. Lo stesso Greg ammette che ci sono volute ben cinque sessioni di mix per portare a termine il lavoro sulla canzone poiché, mentre sulle altre tracce del disco ci sono trenta, trentacinque tracce da lavorare, in questa ce ne sono ben 120. Una follia da ogni punto di vista.

A dare manforte arriva anche il chitarrista/cantante degli amici Mastodon Brent Hinds sull’inviperito post-prog-core della splendida Horse Hunter. Hinds rende motorheadiano un momento iper teso fino a mutarlo in uno schienamento ultracore in mid tempo oltre a dipingere di melodia il successivo arpeggiato alla maniera mastodoniana rendendo il tutto estremamente epico. L’album non è solo il lavoro più progressivo in senso stretto da parte della band ma anche quello più infestato di elettronica e mobilitazioni (nu) jazz come dimostra la bellissima Mouth Of Ghosts o i filler elettrospastici Sick On Sunday e When Acting As A Particle.

Nonostante le buone vendite il pubblico non sembra pronto ai repentini cambi d’umore della band e storce il naso il più delle volte. Ma il tempo è galantuomo e i riconoscimenti arrivano anche molto dopo l’uscita del lavoro. Provate a chiedere ora ad un qualsiasi fan dei DEP cosa ne pensa di “Ire Works”. O fate da voi guardandovi allo specchio.

ADDIO, PARALISI

Nel più puro stile hardcore punk il do-it-yourself entra nella vita del gruppo e li libera dal giogo, seppur nemmeno troppo stretto, delle etichette. Così come Weinman e soci sono sempre stati liberi di fare quel cazzo pareva a loro in termini prettamente musicali, nel 2009 scelgono di prendersi la stessa libertà anche dal punto di vista più puramente “commerciale”, potendo scegliere in piena autonomia cosa fare della propria arte. Nasce così Party Smasher Inc., non un’etichetta in senso stretto, bensì un collettivo che lavora per il bene dell’arte che funge anche da base operativa per la stessa band.

We like DIY as much as massive success stories – especially those that break the rules.
We don’t judge books by the covers but by the passion, blood and sweat spots on the pages.
We don’t believe complaining about the system, the business, the crisis, or the scene will make artists’ lives (or art) better.
We believe that understanding mutations and having a strong strategy is not selling your soul but giving your art the means to catch light and your ambitions the power to become your living.

We will share insights, experience and resources from the successful as well as errors, scars and burns from the brave.

To build your own system. To Do-It-Yourself. To believe in your art. 

If PARTY SMASHER INC feels like home, you are probably already waving the flag.

This not about a style but about an attitude.

Get prepared for PARTY SMASHER INC.

Questo il manifesto della nuova realtà messa in piedi dal chitarrista e che gravita attorno a quanto ottenuto fino a quel momento dal gruppo ormai diventato una sorta di macchina autonoma in piena regola, come fu per Greg Ginn e tutto ciò che circondava la sua etichetta SST. Tutto è pronto per una nuova sortita e anche per l’ennesimo cambio di line up. Alla seconda chitarra, sin dal tour del precedente album, troviamo il tamarro Jeff Tuttle mentre Sharone lascia il posto al giovane Billy Rymer.

 

Arriva dunque nel 2010 “Option Paralysis” – licenziato da Party Smasher Inc. e Season Of Mist – e ci troviamo di fronte ad un’altra impertinente mutazione del suono. Ovviamente molto di ciò deriva anche dall’ennesima new entry tra le fila dei nostri: “Sono l’unico membro originale della band,” – racconta Ben in un’intervista -”sono sempre stato il principale songwriter cosa che ci ha permesso di mantenere un certo grado di coerenza, anche con tutti questi cambi di formazione nel corso degli anni. Ogni nuovo membro ha un determinato effetto sul suono, il modo in cui colora i brani e via dicendo. Inizialmente ero io a proporre un sacco di idee ritmiche, ma è stato prima che Billy imparasse a menadito il vocabolario dei Dillinger cominciando a portare le sue di idee e il risultato si sente eccome.

Il concept dell’artwork è ad opera di Manakakis, il che cementa l’idea di continuità e di famiglia che si sta formando attorno al gruppo. Per quanto riguarda i contenuti gli stessi membri della band ammettono che questo è il loro disco “metal”, o meglio, la propria interpretazione del genere in sé. Se Greg in più di un’intervista mette sul piatto l’influenza dei Sepultura, Weinman tira in ballo Carcass, Napalm Death ed Entombed, seguito da tutto il codazzo più thrash metal possibile.

Questo approccio è sicuramente ben presente ed udibile però, al solito, è solo una sfaccettatura dell’insieme. Abbandonate le velleità progressive di “Ire Works” il disco si snoda attraverso ritmiche iper thrashy che fanno a pugni con le distensioni vocali melodiche di Puciato, sempre più presenti ed incisive. La cartina tornasole del lavoro è l’opening track, esattamente come per tutti i dischi dei DEP. Al posto della “solita” bastonata di furia cieca troviamo Farewell, Mona Lisa. Sul subito il brano apre in velocità estrema, arricchita dalle backing vocals di Tuttle, per poi assestarsi su un mid tempo carezzato da un impianto ultra melodico e malinconico sotto il quale serpeggia un pizzico di elettronica, meno invadente che nel recente passato.

Gold Teeth On A Bum è uno stomp thrash che renderebbe orgogliosi proprio gli Entombed , ritornello melodico a parte, impreziosito dai solo rockarolla di Weinman mentre Good Neighbor ricorda ancora molto da vicino i momenti più isterici dei FNM. La notturna Widower, carezzata dal piano di Mike Garson lascia spiazzati, piantata in mezzo all’album com’è e con il suo incedere classy jazz che presto si tramuta in un piece di rock ultramoderno da Grammy, donandoci uno dei brani meglio riusciti dell’intera discografia dei nostri. Il jazz approda anche tra le pieghe industrial della reznorianissima Parasitic Twins.

Le tirate super rock di Chinese Whispers e Room Full Of Eyes sono un altro bel pugno sulla nuca. Mai come ora il gruppo si è prodotto in situazioni di groove così diretto ed incisivo e il risultato non può che essere ottimo e sorprendente.

Ormai i DEP sono una realtà ampiamente conclamata e riconosciuta e sembrano più in forma e coesi che mai, a giudicare dai concerti al fulmicotone e altamente irresponsabili (a tal proposito vi consiglio di leggere questa intervista “a due” di Revolver che coinvolge anche mr. Patton). Ma di sicuro non può essere sempre tutto rose e fiori, soprattutto nel mondo dell’hc.

L’ASSASSINO NON SOPRAVVIVRÀ

Come già accadde a Rollins e Ginn tra Puciato e Weinman pare avvenire qualcosa lontano dai riflettori, qualcosa di pesante e che ha a che fare con i lunghi periodi di convivenza che i due vivono forzati dagli estenuanti tour e dalle sessioni in studio. A differenza dei padri fondatori della grammatica hardcore punk i nostri risolvono il tutto riversando i propri pensieri in musica.

Per stessa ammissione del fondatore del gruppo il nuovo “One Of Us Is The Killer” ha parecchi punti in comune con i suoi predecessori e molta della musica in esso contenuta è nata da lunghe jam assieme a Rymer, quasi a voler riprendere il modus operandi che fu suo e di Pennie. Quello che più risulta evidente è la quantità di ferocia e malcontento che sembra espettorare in ogni singola lirica il cantante: “Penso che sia normale che per band come la nostra sia giusto parlare della frustrazione che si accumula all’interno del gruppo e di come si cerca di affrontarla.” – spiega il chitarrista – ”Molte delle liriche penso che arrivino dal pensiero di quanto sia difficile mantenere delle relazioni quando hai uno stile di vita frenetico come il nostro.

L’anno scorso, a mente fredda, il cantante offre la sua visione: “La maggior parte dei testi di quel disco parlavano di co-dipendenza, e il nostro è di certo un rapporto di quel tipo. In quel periodo stavamo attraversando un momento davvero difficile poiché nessuno è davvero preparato ad una co-dipendenza che dipende da questioni prettamente artistiche.  […] Ma siamo sempre riusciti ad incanalare i periodi neri in maniera creativa. Penso che abbiamo gestito la negatività a nostro favore.

Nonostante tutto l’album, a mio modesto parere, è tra i più scontati dell’intero corpus artistico dei Dillinger e forse anche il più accessibile in termini ampi. Non che sia un male, ovviamente, però rende l’idea di come sia difficoltoso portare avanti un discorso così articolato come quello che questi ragazzi hanno messo in piedi. I brani si muovono attorno agli standard creati dagli stessi componenti del gruppo: c’è la rabbia e l’odio cieco (Prancer, Hero Of The Soviet Union, When I Lost My Bet), ci sono le delizie melodiche (la title track, Nothing’s Funny), ci sono le storture e gli imbruttimenti tempistici (Understanding Decay) e c’è anche l’introspezione elettronica ma a mancare è il coraggio, la fame e l’imbastardimento. Il tutto scivola via e si pone al di sotto delle aspettative. C’è, e mi duole il cuore a dirlo, un senso di già sentito fin troppo pressante che non lascia nemmeno per un secondo l’interezza dell’album.

Li aspetta un’altra infinità di concerti ma quello che nel 2013 i nostri non sapevano era che ad aspettarli c’era il viale del tramonto.

DISSOCIARSI DAI PROPRI DEMONI

Quando l’anno scorso i Dillinger hanno annunciato l’uscita di “Dissociation” (del quale vi ho già ampiamente parlato nella recensione ad esso dedicata) mi sono ritrovato in una situazione di eccitamento misto a terrore simile a quella in cui si trova chi assiste al formarsi di un tornado. C’era la possibilità di un altro disco “chiamato” come “OOUITK” ma da questi matti non è mai lecito aspettarsi nulla. Così al primo ascolto di Limerent Death ho capito che tutto il buio e la pesantezza di quel periodo si era trasformato in un enorme mostro meccanico pronto a fare a pezzi ogni città sul suo cammino.

La doccia fredda è arrivata poco dopo con l’annuncio dello scioglimento a fine 2017. Per chi, come me, ha vissuto gran parte del cammino del gruppo e ne è stato influenzato sia artisticamente che umanamente potrà avere contezza di quanto difficile sia pensare “non aspetterò più il prossimo album, il prossimo singolo” e via così. Ma le motivazioni del gruppo sono tutte estremamente valide, e le conoscete tutti. Greg si dice contento di non aver chiuso tutto nel momento più difficile qualche anno prima. Weinman si dice contento dei traguardi raggiunti e di non aver trasformato questo piano di fuga in un lavoro di merda e senz’anima.

Noi invece possiamo dirci contenti di aver vissuto quest’ultima ed eccitante rivoluzione. Con ultima intendo proprio “the last one” poiché, ne sono certo, non ce ne sarà un’altra. D’altronde ci stiamo rimettendo nelle mani di chi l’ha già fatta (leggi ATDI, Glassjaw, Quicksand e Refused). Del resto dalle nostre parti questo momento sembra non essere mai giunto, men che mai ora che le nuove/vecchie band usano legarsi a situazioni che non conoscono nemmeno da lontano. Tristemente.

Tutto modo:

We wrote these plans

Took the order the architecture

And followed them to the end

Until the gears ground cold and relentless

There was no remorse

We had none

We kept on with no trace of a regret

There was no remorse

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