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Back In Time

Back In Time: SEPULTURA – Roots (1996)

Nel 1996 i giochi in quel mondo magico che prende piede dall’hardcore prima e dal metal e dall’hip hop a tutti gli effetti dopo erano già bell’e che fatti. Le culture e le controculture, il bianco e il nero, le controtendenze che diventano tendenze si erano tutti ampiamente mischiati dando i Natali a tutto e niente fusi assieme sotto i rami multicolore della definizione più ampia di sempre, ossia quella del crossover divenendo imperativo di tutta una decade ed oltre, come etichetta prima e come modus operandi poi.

Sin dall’omonimo album di debutto del 1982 con cui i Bad Brains – anche se il reticolato del colore della pelle opposto all’idea che un determinato tipo di musica fosse di appannaggio dell’uomo bianco furono forse i Death di Detroit a farlo a pezzi nei primi anni ’70 – spazzarono via totalmente il concetto di barriera tra realtà all’opposto il frullatore di genere non ha mai smesso di funzionare, accogliendo nel suo vano tritatutto gentaglia come Beastie Boys, Body Count, Rage Against The Machine, Dub War, Korn, Downset e chi più ne ha più ne metta. Ma, con buona pace di tutti i nomi appena sciorinati, fu con “Roots” dei Sepultura che questo enorme excursus arrivò a compimento definitivo – pur lasciando ancora ampio spazio di manovra in alcune delle band succitate.

Le propaggini death-thrash della creatura dei fratelli Cavalera con i precedenti “Arise” e “Chaos A.D.” avevano già trovato una loro new skin facendo spazio ad un altro modo di intendere la materia metallica il tutto accompagnato dall’evoluzione della voce orchesca di Max. La chiave di volta è stata quella di andare alla radice – per l’appunto – della propria cultura, sia quella tribale che quella urbana, abbracciando l’arcaico unendosi per una jam inusistata con la tribù Xavantes (Itsari) ed invitando in studio quattro capisaldi della commistione musicale ossia Mike Patton, Jonathan Davis, David Silvera e DJ Lethal. Il tutto col benestare dell’uomo che questo suono lo ha creato ovvero Ross Robinson.

Questo atto di astuzia ha portato nelle case dei metallari che mai e poi mai avrebbero ammesso di aver anche solo lontanamente ascoltato “RATM” o “Korn” e men che meno “Licensed To Ill” e “Body Count” ma ha segnato l’idea che una cultura “selvaggia” potesse coesistere con un odio atavico tramutato in bisogno meramente “occidentale” come quello della cultura metal. World music mischiata in modo letale con chitarre da cento tonnellate, ritmiche serrate pestate e voci mostruose nate nei recessi delle paure e dell’aggressione proprie della natura umana. Old e nu come veri vessilli che perdono contorni e concretezza diventando altro.

La musica di “Roots” si scompone e ricompone di continuo in una colata in assalto del potere costituito alla maniera proprio di H.R. e compari mostrando i propri simboli di guerra celando il viso con un warpaint diametralmente opposto a quello norvegese in ascesa negli stessi anni ma che aveva in comune la stessa idea contra. Proprio i Bad Brains trovano uno spazio nel cuore in Attitude al grido di “the only way to get away / kill your pride / attitude” e “you better show some respect / attitude and respect”. Imperativi inossidabili in un retaggio hardcore divenuto altro nel tempo, perdutosi tra le corporazioni e i look imbecilli dettati dalle mode.

L’uso furioso di elementi puramente brasiliani – solo accennati nel lavoro precedente – qui diventa base concreta per un rigurgito di lotta e odio positivo come dimostra il duetto Cavalera/Carlinhos Brown che utilizzano il proprio idioma natale per mettere al muro l’indifferenza del mondo su Ratamahatta. La squadra del crossover di cui sopra riunita in pompa magna nel mostruoso incedere dell’incubo elettrico di Lookaway, con Davis a contorcersi nelle parti più oscure della coscienza umana, Patton a dare di matto vestito da Oni, Max a vomitare schegge di vetro e acciaio e Lethal a incollare tutto sinteticamente fanno il resto donandoci la summa di tutto quel movimento in uno solo brano, un sogno a occhi aperti per chiunque di noi che con ‘sta roba ci è cresciuto.

Tutto il resto è il manifesto di tutto ciò che da qui in poi sarebbe venuto dalla penna del fondatore dei Soulfly, con reiterazioni del linguaggio sempre uguali a se stesse negli anni ma che qui trovavano un posto nel mondo come unicum sconfiggendo parecchi propri sodali dell’epoca, e che trova il culmine nel manifesto Roots Bloody Roots e nelle dichiarazioni di guerra di Dictatorshit e Cut Throat.

Poteva essere l’inizio di un viaggio allucinante e invece questo album ha segnato solo il primo passo verso un baratro senza fine che ha portato tutta la voglia di mischiare osare in un angolo di pochezza che da lì a pochi anni avrebbero affrontato sia il genere che tutti coloro che ne furono coinvolti, soprattutto gli stessi componenti di quella creatura bellissima che furono i Sepultura e di cui oggi esiste solo un ridicolo cono d’ombra e shame da far rimpiangere i bei tempi che furono anche a chi di norma non lo fa. Non che i fratellini Cavalera ne siano esentati, anzi.

Per questo oggi ha ancora senso aggrapparsi al ricordo di “Roots”. Ora e sempre, diciamo.

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