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Legend Of The Seagullmen – Legend Of The Seagullmen

2018 - Dine Alone Records
rock

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Tracklist

1. We Are The Seagullmen
2. The Fogger
3. Shipswreck
4. Curse Of The Red Tide
5. Legend Of The Seagullmen
6. The Orca
7. Rise Of The Giant
8. Ballad Of The Deep Sea Diver


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Leggere i nomi di Danny Carey e Brent Hinds in una stessa band fa venire le farfalle allo stomaco, ma di quelle che lo stomaco vorrebbero bucarlo per uscire all’aria aperta. Il meraviglioso nome del progetto Legend Of The Seagullmen crea già un tappeto concettuale adatto ad accogliere l’immaginario che la band offre, un lontano eco di scorrerie piratesche, leggende di mostri marini, apocalittici naufragi al largo dell’oceano oscuro e infinite battaglie sotto la pioggia battente ed i fulmini di mille tempeste.

Non saprei incasellare precisamente il progetto in un genere specifico, e a volte è un sollievo poter lasciarsi indietro certe etichette: sono semplicemente cinque menti originali di una innegabile professionalità che insieme sono riusciti a distillare questa formula originalissima a metà tra il rock psichedelico e un racconto di Salgari con slanci di fantasmagorici synth e una voce cavernosa che potrebbe tranquillamente essere quella di Edward Tech, il pirata Barbanera. Si possono sicuramente escludere le somiglianze con le band di provenienza dei membri, in tutto il disco non ho sentito assolutamente nulla di Tool o di Mastodon, anzi il genere è sicuramente più vicino al rock che al metal e la cosa che spicca di più è proprio la narratività e la cinematograficità che le canzoni portano con se attraverso gli ambienti musicali e le storie da “Il Corsaro Nero” decantate da Brent, ottimo istrione e narratore semplice ed efficace. 

We are the Seagullmen, dicono le prime parole dall’omonimo pezzo di apertura del disco, già da subito è chiaro che siamo di fronte a qualcosa di diverso dal solito, non ci sono grosse evoluzioni musicali ne impressionanti soluzioni compositive, credo che gran parte dei fan di Tool e Mastodon potrebbe già torcere il naso a questo punto, peggio per  loro perché non si godrebbero un disco scritto e pensato con coerenza e mestiere. Ne è un esempio Shipwreck, una ballata rock semplice ma costruita in modo da formare attraverso synth fantasmagorici, voci riverberate e ritmiche a dir poco orgasmiche, un ambiente che diventa quasi chiaro a livello visivo, alla fine del pezzo sento chiaramente la salsedine sulle labbra e i piedi sprofondare nella sabbia umida.

Si continua con Curse Of The Red Tide che inizia con un ambiente di chitarra acustica magico al punto da figurarsi in mente un mozzo che dopo aver rassettato per ore il ponte della nave si siede a riposare e arpeggia malinconico una chitarra guardando l’orizzonte carico di nubi nere sopra un mare mosso e ostile. Il pezzo è un pianto, decanta di un mare pieno di pesci morti e di un mondo malato da cui non c’è scampo, oltretutto un argomento di calzante attualità.

Ogni brano è più evocativo e cinematografico del precedente, uno su tutti  The Orca è il mio preferito, si alternano ambienti chitarristici di forte impatto psichedelico ad una batteria a dir poco galvanizzante che sostengono una voce intensa e spaventosamente evocativa. Il testo è semplice, parla di un’orca, di come l’animale danzi per i viaggiatori del mare e della sua natura assassina il tutto sullo sfondo di una città in fiamme, saccheggiata violentemente da una ciurma assetata di ristoro e stanca di vedere solo mare aperto e pioggia.

La suggestione delle canzoni è forte, spenderei tuttavia due parole sul contributo di Carey al progetto, penso che senza di lui sarebbe stato davvero un disco poco significativo o almeno avrebbe perso gran parte della sua dinamicità, le ritmiche sono sempre interessanti e contribuiscono in maniera determinante a tenere alta l’attenzione dell’ascoltatore lungo tutti i brani. Note dolenti non ce ne sono molte se si è aperti a sentire una band che non ha niente a che fare con i progetti famosi che si portano dietro i prestigiosi membri, l’unica cosa che mi ha disturbato l’ascolto sono i frequenti assoli di chitarra soprattutto nella prima parte, fortunatamente si diradano nella seconda per lasciare più spazio agli ambienti di synth e alla cinematograficità dei racconti di Brent. 

Nella splendida chiusura The Ballad Of The Deep Sea Diver troviamo il riassunto di tutti gli stili presenti nel disco, dalle chitarre acustiche agli ambienti di synth agli (purtroppo) assoli di chitarra, fino ad un arrangiamento orchestrale che chiude l’album con una marcia trionfale di quelle da chiusura di film d’avventura che ti fanno salire i brividi nel ricordare tutto ciò che è avvenuto e lo stigmatizzano in un ricordo mitizzato che non può far altro che scaldare il cuore e infondere coraggio.

Legend Of The Seagullmen è a metà tra un disco ed un film, tra il rock e il racconto, un’avventura tra mondi lontani e scenari fantastici da “I Pirati dei Caraibi” da godersi con bibita e popcorn.

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