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Interviste

Intervista ai FLUXUS

Fluxus

Tornati dopo 16 anni di silenzio con il nuovo album “Non si sa dove mettersi” (qui la nostra recensione), i Fluxus si sono confermati una delle realtà musicali più importanti del panorama italiano, ribadendo con convinzione la propria attitudine indipendente e uno spirito creativo con pochi eguali. 

Abbiamo pensato bene di raggiungerli per scambiare quattro chiacchiere e approfondire diverse questioni riguardanti il nuovo album e la scena circostante.

5 anni fa in una nostra intervista a margine dell’uscita del tributo “Tutto Da Rifare”, curato da Mag Music e V4V Records, scrivevate: “Sarebbe bello che i nomi delle band non fossero così importanti, che non ci fosse questa fascinazione un pò ridicola per il passato, che non si creassero gli stessi eroi, gli stessi miti, spesso finti, a ogni ricambio generazionale. E’ molto più interessante quello che si fa di chi lo fa. Comunque non è detto che non si decida di rifare qualcosa a nome Fluxus, visto che il gioco è questo.” Cosa vi ha convinto a partecipare di nuovo da protagonisti a questo gioco? 
Nessun ‘fatto’ specifico, sinceramente. 
Essendo un gruppo che non “deve” per forza fare qualcosa, noi facciamo qualcosa quando si verificano le condizioni chimiche, antropologiche e fisiche per farlo. Dato che ci piace suonare ma anche usare le parole, è per noi fondamentale non usare parole accazzo sulla musica solo perchè ci piace suonare. In questo caso, essendo sempre più difficile  parlare in modo razionale di un mondo totalmente irrazionale, a un certo punto abbiamo capito che questo senso di spiazzamento era paradossalmente un argomento forte, ed era la logica conseguenza di tutto quello di cui abbiamo sempre parlato. Il resto è venuto di conseguenza.

Parliamo un po’ della genesi del nuovo album: quando hanno cominciato a prendere forma i brani? È stato il frutto di processo lungo e ragionato o più il bisogno urgente di comunicare qualcosa?
Dipende: la possibilità stessa di rifare un disco a nome Fluxus è stato senz’altro il risultato di un processo lungo, che come già detto dipendeva dal trovare un senso attuale a quello che i Fluxus hanno sempre fatto. Dovevamo trovare qualcosa da dire che non fosse una replica ma un contributo nuovo. La musica è la cosa più facile, perchè oramai per noi è istintiva… possiamo essere più o meno in pista, ma quando suoniamo insieme è perfettamente chiaro a tutti già a monte dove si andrà a parare. 

Perché avete scelto di optare per il crowdfunding e non vi siete rivolti ad un’etichetta? Scelta etica o di necessità?
Mah, intanto per pigrizia e isolazionismo genetico. 
Non avevamo nessuna voglia di metterci a contrattare miserie, di sbatterci a fare telefonate e incontri col rischio di non parlare la stessa lingua… abbiamo preferito un progetto totalmente nostro, che servisse anche a rimetterci in contatto con il mondo reale di quel piccolo gruppo di persone davvero sintonizzato sulle nostre frequenze. 
Ci siamo detti che se non avessimo trovato una comunità, anche piccola, disposta a condividere il nostro approccio, fare un disco nuovo non avrebbe avuto senso. In effetti in precedenza abbiamo registrato un altro disco che si intitola “Satelliti e marziani”, che abbiamo fatto esclusivamente per noi. 

Vi siete sempre posti come antagonisti nella scena musicale italiana e via via negli anni siete rimasti in pochi a porvi in questo modo nei confronti della musica alternativa del nostro Paese. Secondo voi è una mancanza di coraggio oppure si tratta semplicemente di una questione di non volere prendere una posizione precisa data dal timore di scontentare un certo tipo di pubblico?
Non ci siamo mai posti come antagonisti, ci siamo sempre posti come osservatori non ipocriti. 
Qualsiasi osservatore non ipocrita non può che essere antagonista ovviamente, ma questa è un’altra faccenda. 
L’ipocrisia, spesso non volontaria ma derivante dall’habitat nel quale ci si muove, è una prassi diffusa e preoccupante, perchè impedisce di vedere la realtà per quella che è. Forse la mancanza di coraggio deriva di lì. 
Se un musicista pensa di avviare una carriera musicale per crearsi un reddito sufficiente a sopravvivere in questo scenario, deve essere preparato ad assumere una certa dose di ipocrisia: noi non ci siamo mai riusciti. 

Collegandoci alla domanda precendente, c’è qualche artista nel panorama italiano odierno che ritenete viva l’approccio all’attività musicale con la stessa vostra attitudine?
Ce ne sono, c’è praticamente tutto l’immaginabile sia dal punto di vista dei contenuti che da quello della forma, ovvero la musica. 
Forse oggi, sfortunatamente, mancano luoghi fisici e reti di persone che consentano alla musica meno omologata di diffondersi. 
è difficile citare qualcuno: se partissimo dal suono che piace a noi magari non riusciremmo a identificare il luogo in cui sta, oggi, l’anticonformismo più libero e contemporaneo… ogni generazione ha i suoi codici, che sono giustamente vietati alle precedenti.

Quali sono i vostri programmi riguardanti l’attività live? Avete già programmato un tour? 
Piano con le parole: ‘tour’ secondo l’immaginario collettivo non ne abbiamo mai fatti =D 
Faremo alcuni concerti, non ventre a terra perchè onestamente abbiamo già ampiamente dato in termini di fatica e sbattimenti… ma in qualche occasione interessante cercheremo di esserci, se come al solito non si spacca il furgone.

Fluxus

 

 

 

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