Impatto Sonoro
Menu

Recensioni

Shame – Songs Of Praise

2018 - Dead Oceans
post punk / indie

Ascolta

Acquista

Tracklist

1. Dust on Trial
2. Concrete
3. One Rizla
4. The Lick
5. Tasteless
6. Donk
7. Gold Hole
8. Friction
9. Lampoon
10. Angie


Web

Sito Ufficiale
Facebook

Revival è forse la parola più abusata – seppur più corretta – dell’ultimo decennio. Cloni su cloni di Joy Division e chiazze di post punk britannico sembrano ormai essere la prassi più che il vero trend. Eppure anche il revival può – e deve essere – una cosa seria.

Gli Shame si presentano con “Songs Of Praise” sbucando apparentemente dal nulla in questo inizio 2018, con una gavetta di un paio di anni alle spalle e vari singoli pubblicati. L’impatto è devastante sin dai primi secondi dopo aver schiacciato play: un cantato che ha poco di melodico, come se fosse quello degli Sleaford Mods ma senza la sindrome di Tourette. L’ombra che incombe è quella di un giovane Mark E. Smith privo di accento mancunian; il parlato ripreso poi da tutti i sottogeneri del punk, dallo street all’OI! rende l’opera degli Shame accogliente e familiare a chiunque abbia un minimo di background di quel tipo.

Non c’è la provocazione perturbante dei compari Fat White Family, figli di una Londra di qualche anno fa ma già assai diversa, ma c’è il tempo per le riflessioni introspettive e per le critiche alla società patinata – ma solo esternamente; ci sono le chitarre, tante chitarre come non si sentiva da un pezzo in questa nicchia mainstream di stampo post punk, colonizzato – e pure troppo – dai synth e dalle drum machine, nel bene e nel male.

Dust On Trial è l’esegesi musicale degli ultimi 40 anni di cultura britannica più che un’opening track: è una dichiarazione d’intenti condensata in 3 minuti e 34 secondi. Basta quella per capire chi sono questi cinque tizi con le facce da ragazzi normali, da vicini di casa e da nipoti, vestiti come ci si vestiva giornalmente negli anni ’80, senza scadere nel trash. La dinamica di Concrete è un crescendo di voci, domande e risposte che mettono in dubbio la realtà semplice e quotidiana di un’intera generazione fatta di relazioni, dubbi, paure.

Lo spirito di Joe Strummer sembra quasi materializzarsi quando a pieni polmoni viene urlato “no more questions”. Segue One Rizla, il singolo per eccellenza col suo sound più vicino alle band a cui siamo abituati dal 2007 ad oggi. Anche nelle parti più tradizionali, più prevedibili, ecco che arriva la dissonanza, che sia la nota distorta o la voce tirata, è quella dissonanza che alla fine dei conti serve a declamare la propria verità. 

My voice ain’t the best you’ve heard and you can choose to hate my words. But do I give a fuck sembra il nuovo “I don’t know what I want but I know how to get it” sputato in faccia ad un interlocutore del nuovo millennio. Basta grattare la pellicola apparentemente più pop di questo brano per ritrovare gli Shame, sempre loro, sempre visibili, riconoscibili, veri.

Degne di nota The Lick e Gold Hole, già pubblicate nel 2016 su un 45 giri dal prezzo ormai triplicato. Se la prima inizia lasciva, con un basso che avrebbero potuto usare proprio i FWF, la seconda parla di sugar daddies e ragazzine/Lolite accecate dalla superficialità. C’è del grottesco servito su un piatto d’argento a tenerci con l’orecchio teso verso queste storie.

Nel mezzo giace un brano che, in preda alle convulsioni, è il punto di svolta: arriva Donk e il disco si trasforma, esce fuori l’aggressività Made in UK che potremmo ascoltare più facilmente al Cramond Island of Punk, ubriachi da tre giorni sul tetto di un bunker della seconda guerra mondiale invece che al Pitchfork Festival (dove gli Shame hanno praticamente iniziato la carriera) bevendo prosecco sulla Senna.

Questa è la vera forza di una band che spicca, emerge, scardina tanti, tantissimi preconcetti. E lo fa con attitudine punk ma in maniche di camicia, coi pantaloni con la piega ben stirata, proprio come faceva l’indimenticabile Mark E. Smith o il concittadino Ian Curtis (prima che la sua figura  venisse snaturata post mortem, corretta e riscritta dimenticando l’uomo e ricordando solo il personaggio e le sue citazioni).

Se Songs Of Praise è originariamente un longevo programma della BBC dedicato alla musica religiosa, gli Shame vanno controcorrente, si appropriano di quel titolo e ridono in faccia alla tradizione e al sistema “By the Appointment of Her Majesty” e lo fanno bene, con la musica, come non accadeva da qualche tempo. Lo fanno senza essere spinti dai media, con forza, nella gola degli ascoltatori: gli Shame sono l’alternativa alle numerose alternative preconfezionate, alle band create ad uso e consumo del fan service a discapito della musica fatta diversamente, all’antica forse, ma efficacemente. Vogliamo davvero domandarci se peccano di presunzione o è solo humour?

In fin dei conti non ci interessa e, magari, era solo ora di avere a che fare con nuove songs of praise, nuovi inni, un po’ pieni di lodi a sé ma senza vergogna alcuna. Benvenuti, Shame.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni