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AA.VV. – Black Panther: The Album

2018 - Top Dawg Entertainment / Aftermath / Interscope
hip hop / r'n'b

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Tracklist

1. Black Panther (Kendrick Lamar)
2. All the stars (Kendrick Lamar e SZA)
3. X (Kendrick Lamar, Saudi, Schoolboy Q e 2Chainz)
4. The Ways (Khalid e Swae Lee)
5. Opps (Kendrick Lamar, Vince Staples e Yugen Blakrok)
6. I am (Jorja Smith)
7. Paramedic! (Kendrick Lamar e SOBxRBE)
8. Bloody Waters (Ab-Soul, Anderson Paak e James Blake)
9. King’s Dead (Kendrick Lamar, Jay Rock, Future e James Blake)
10. Redemption interlude
11. Redemption (Zacari, Kendrick Lamar e Wodumo)
12. Seasons (Mozzy, Sjava e Reason)
13. Big shot (Kendrick Lamar e Travis Scott)
14. Pray for me (The Weeknd e Kendrick Lamar)


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Annunciato come uno dei film più attesi del 2018, “Black Panther” è infine giunto anche nelle sale italiane. Al di là delle considerazioni di natura cinematografica – che in questa sede non ci interessano – è invece rilevante constatare come la pellicola vada a rinforzare un immaginario che pone al proprio centro la spinta per la definitiva emancipazione delle persone con la pelle nera su suolo statunitense. Passando ovviamente dalla riscoperta e valorizzazione delle loro radici africane.

Altrettanto significativo è il fatto che curatore della compilation in analisi sia Kendrick Lamar. Reduce dall’enorme successo di “DAMN.“, lavoro verso il quale continuo a nutrire parecchie riserve, l’artista è ormai a tutti gli effetti uno dei portavoce più accreditati e in vista del fermento – non solo creativo – creatosi attorno alla presa di coscienza sopracitata. Assemblato un consistente team di voci dell’attuale panorama urban, musicato dai producer di casa TDE col bravo Sounwave sempre in prima fila, il rapper californiano ci presenta quattordici tracce plasmate secondo le più recenti tendenze.

Sebbene la sua voce faccia capolino in praticamente tutti gli episodi saggiamente Lamar opta per evitare di mattatorizzare l’operazione lasciando ampio spazio ai nomi chiamati in causa. È ad esempio il caso del singolo All The Stars, traccia che pur riprendendo grosso modo il sound patinato di “DAMN.“, decolla grazie a una poderosa iniezione di soul ad opera dell’incantevole performance di SZA. Esattamente agli antipodi risulta invece Pray for me: ottimo il rap di Kendrick ma la presenza di The Weeknd nulla aggiunge e, anzi, qualcosa toglie al risultato finale.

Il versante rap è decisamente quello meglio rappresentato in questa raccolta: X è una mina trap con Scholboy Q a fornire attitudine e testosterone in abbondanza. Notevole il cambio di base per l’ingresso di 2Chainz, accorgimento che consente alla traccia di elevarsi ben al di sopra dei piuttosto statici canoni del genere. Escamotage applicato con successo anche a King’s Dead, che fa entrare l’ascoltatore nel giusto mood stradaiolo prima di stenderlo definitivamente nel finale.

Fa il suo sporco lavoro anche Big Shot, ottima produzione con un campione di flauto che si appiccica ai timpani, anche se qualunque confronto tra la prestazione al microfono di K-Dot e quella di Travis Scott, appare semplicemente improponibile. Evidente il rimando alle contaminazioni house di “Big Fish Theory” di Vince Staples per Opps, anche se la strofa della talentuosa mc sudafricana Yugen Blakrok ha evidentemente una marcia in più.

A sorpresa le rime e i flow che spiccano di più nell’insieme sono quelli di una misconosciuta crew che risponde al nome di SOBxRBE: Paramedic! è un pezzo riuscitissimo, odoroso di ghetto e struggle come non mai. Ben riuscita anche Bloody Waters dove, su di un tappeto a base di percussioni e chitarra in levare, si alternano il rap di Ab-Soul e il cantato di Anderson Paak e James Blake. E se The Ways e Redemption risultano meri riempitivi, privi di mordente e da skippare senza remore, l’incursione in territori jamaicani di Seasons e il soul ad opera della stellina britannica Jorja Smith di I Am stupiscono per l’intensità delle interpretazioni.

Oltreoceano qualcuno si è già avventurato in paragoni a dir poco azzardati col classico della blaxploitation “Super Fly”, analogia che non potrebbe reggere in nessun caso: la colonna sonora composta, eseguita e diretta da Curtis Mayfield, oltre a ritrarre un momento decisamente diverso della storia dei neri in America, poteva/può vantare un’organicità e uno spessore creativo che questa narrazione corale, con tutta la buona volontà non riesce nemmeno a sfiorare.

Volendo invece prenderla come una panoramica sull’attuale stato di salute della black music, nelle sue sfaccettature più popolari e fruibili da un ampio pubblico, a onor del vero non siamo davanti a nulla di memorabile. Talento, stile e consapevolezza dei propri mezzi sono innegabili. Mancano però la voglia di non massificarsi, di osare a costo di risultare fastidiosi, di sacrificare l’immediatezza in favore della profondità. Badate bene: non sto andando con la memoria agli anni ’80 dei Public Enemy, né ai ’70 di Gil Scott Heron e men che meno ai ’60 di Miles Davis e John Coltrane. Sto pensando piuttosto a “You’re Dead!” , “To Pimp A Butterfly” , “The Epic” e il già nominato “Big Fish Theory“: album usciti tra 2014 e 2017.

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